Attori senza casa – la nuova sfida di Nancy Brilli

Cari lettori, oggi scrivo di un avventura intrapresa da Nancy Brilli : aiutare gli attori senza casa!

Supportare i vari artisti debuttanti, questo è l’obiettivo di quest’iniziativa brillante e ricca di contenuti. Perché? Come sostiene  Nancy Brilli si tratta di  «quasi un non lavoro. La media delle giornate lavorative è di 14 ore all’anno. Molti ragazzi mi chiedono come fare a iniziare seriamente un percorso professionale»

C’è una porta che si sta aprendo, nella vita di Nancy Brilli, e si vedrà il mondo che c’è dietro al suo sorriso, la vita che corre veloce. Vi scrivo della  voglia che ha Nancy Brilli  di riprendere possesso di sé, dopo un anno impegnativo di vita privata, in cui si è fermata a riflettere e decidere di aiutare degli attori senza casa. Voglia di ricominciare il suo lavoro di attrice; voglia di dare un palcoscenico a chi ancora non ce l’ha.

A partire dagli attori teatrali.

Ci sono giovani attori senza casa pieni di energia e passione che continuano a tentare, consapevoli che per molti il teatro è temporaneo ossia “non lavoro”, dove vengono spesso pagati in nero, o al di sotto del minimo sindacale, e i compensi sono maggiori per i maschi. Se su internet cerchi “impresarie teatrali“, non appare nemmeno un nome femminile».

Nancy Brilli, continua spiegando  che «è un mondo in cui non è  ancora stato sperimentato, dobbiamo imparare dagli uomini a lavorare in gruppo, prendere coscienza di avere diritto di fare determinati passi, non c’è l’abitudine, forse è anche pigrizia. Si lavora a chiamata: decidere di essere i “chiamanti” ed è una grossa responsabilità e una fatica in più». Alla sua «impresa» Nancy, decide di dare una svolta sociale: «Ci sono migliaia di attori disoccupati, e non solo giovani, che per tirare avanti insegnano recitazione a 5 euro l’ora. È complicato ricevere aiuti dal Ministero per un debuttante. Supportarli. È questo che voglio fare».

Al Brancaccino di Roma: una storia «tragicomica»

Così il 26 gennaio al Brancaccino di Roma, Nancy Brilli debutta come impresaria, per il monologo Prego (la gallina, la guerra e io) scritto e interpretato da Giovanna Mori, un’attrice  drammaturga (attrice senza casa in cerca di un’ opportunità di lavoro) quasi sua coetanea che non è un volto noto ma ha talento da offrire, e questa è la storia «tragicomica» di una piccolo-borghese la cui vita sarà ribaltata dopo avere appreso in tv la (vera) notizia di una bambina kamikaze in Medioriente: verrà riconosciuta dalle trecce di capelli. Inoltre dei giovani attori interpreteranno «Personcine», cioè personaggi del monologo. Essere produttrice è una parte della nuova vita di Nancy. Ecco che i suoi occhi lunghi che rivelano l’origine ucraina, diventano due fessure da cui trapela quello che vuole sapere di un «ruolo» a lei finora sconosciuto.

«Ho visto Giovanna a teatro – racconta – e me ne sono innamorata, aggiunge poesia alla commedia. È un piccolo spettacolo, ma devo entrare bene nell’ingranaggio e come primo passo è giusto. Nel teatro per molto tempo si è cercato il nome televisivo e basta, e ti parla una che ne ha fatta tanta». Lei è stata fortunata. «Ma poi ho dovuto faticare per essere credibile. Avevo la pretesa che gli altri capissero che sotto un’esteriorità più o meno seduttiva ci fosse uno spessore. Chi mi ha visto a teatro, questa profondità la conosce. Era una pretesa sbagliata».

Perché?

«Perché la gente si fa un’idea di ciò che vede in superficie. Ora invece ho bisogno di sottolineare il lato più nascosto, più interiore di me. Non rinnego certo il mio passato, ma non vorrei più sentirmi paragonare a una bottiglia di champagne. Non è che non voglia fare l’attrice di commedie: voglio essere una commediante di spessore. Ho cominciato col cinema – ricorda – ma ho scelto questo mestiere quando ho fatto il teatro, prima era un modo per sopravvivere e non sapevo se avrebbe funzionato. Il mondo degli impresari è cambiato molto, quelli privati sono difficili da trovare, spesso sono una sorta di produttori esecutivi dello Stato: ricevono 100, ne investono 80 e il 20 lo guadagnano loro».

Ma  spesso ci si domanda se i giganti di una volta fossero avventurieri? Risponde citando i grandi: «Ho lavorato con Lucio ArdenziPietro GarineiIvo Chiesa, e stiamo parlando di giganti. Capita di non essere pagati malgrado il contratto».

Questo racconto potrebbe essere un’opportunità per aiutare gli attori senza casa in difficoltà  come ad esempio l’esordio della storia tragicomica di Giovanna Mori al Brancaccino di Roma, far capire a loro, che anche i  grandi nomi, quando ci sono le condizioni non abbandonano di certo, i sogni che danno vita.

Ed è così che Nancy Brilli, nel suo piccolo, dopo una vasta esperienza lodevole di carriera come attrice dello spettacolo, cerca di aiutare, attraverso un taglio sociale, gli attori senza casa che ogni giorno lottano per  avere gli stessi diritti di chi ha già una strada spianata nel mondo del teatro e del cinema.

 

N&D Nadine Fashion Stylist

PHI Foundation

I SENZATETTO DI PRO TETTO

Alla vigilia di Natale, durante una cena con amici mi è stata presentata un’associazione di volontariato che mi ha incuriosita ed emozionato nonostante si occupi di senzatetto.  Quello che mi ha colpito di questa associazione è la volontà di individuare quei senzatetto che sono cittadini italiani, che per una serie di vicissitudini come perdita del lavoro, separazioni famigliari, mancanza di sussidi da parte dello Stato nelle sue varie forme, si sono trovati in uno stato di precarietà assoluta.

Queste persone fino a qualche anno fa, costituivano la nostra bassa e media borghesia italiana che, dal 2008, è stata fortemente colpita dalla crisi economica mondiale. Persone rimaste senza un reddito che una casa loro forse ancora ce l’hanno ma non riescono a pagare le bollette e meno che meno permettersi un pasto decente.

Nasce così l’Associazione Pro Tetto, una squadra di pochi volontari che, una o due volte a settimana, si riuniscono e non prima di aver preparato più pasti caldi possibili, si mettono in marcia e girano per le vie del centro di Milano per distribuire quel cibo preparato personalmente da loro o con l’aiuto delle loro famiglie. Mettono a disposizione tempo e lavoro per donare a chi è meno fortunato di loro qualcosa di caldo e soprattutto una mano amica.

Una delle loro iniziative più belle si chiama “Un Boccone con il Cuore”, dove l’Associazione Pro Tetto ha chiesto ad alcuni ristoranti di Milano di offrire un pasto dignitoso a questi indigenti; un modo per ritemprare non solo il corpo ma anche l’anima. L’idea è stata quella di chiedere a ristoranti e trattorie di prendersi carico di un senzatetto, provvedendo a sfamarlo con un pasto completo. L’Associazione si preoccupa di “inviare” il senzatetto lavato, pulito e vestito dignitosamente e il ristorante provvede a dargli un posto ad un tavolo negli orari più comodi all’esercente, servendogli del cibo che magari è in più ma facendolo sentire una persona, con la propria dignità come se fosse un normale avventore.

Al momento sono attivi già un po’ di ristoranti ma la speranza è che molti ancora se ne possano attivare.

Pro Tetto sta combattendo contro la burocrazia italiana per aver una casa da mettere a disposizione di questi senzatetto. Gente a cui è stato tolto anche il diritto di lavarsi e di andare in bagno. Ridare questi “lussi” prima che perdano ogni speranza di una vita dignitosa, potrebbe dar loro la forza di rinascere.

Come è possibile cercare un nuovo lavoro, presentarsi ad un colloquio senza avere la possibilità di lavarsi o di lavare gli ultimi “vestiti” che sono rimasti?

Come si può pensare di recuperare queste persone se non le si mette in grado di ripartire? Possibile che ci siamo dimenticati dei nostri cittadini?

Ricordiamoci che la maggior parte della gente di cui scrivo sono persone che hanno tra i 45 e i 60 anni che hanno sempre lavorato –  almeno prima del 2008 –  e che hanno contribuito anche loro alla nostra società. Come possiamo girarci dall’altra parte senza intervenire?

Cosa aspettiamo, diamo una mano anche noi! Se volete aiutare l’Associazione Pro Tetto a distribuire dei pasti caldi, se siete un ristorante o un esercente nella ristorazione e volete partecipare al progetto “Un Boccone con il Cuore” potete scrivere a info@associazioneprotetto.it  che sarà felice di accogliere le vostre mani.

 

Laura Giacometti

PHI Foundation

DISABILI E SESSUALITÀ, PERCHÉ NO?

1 La disabilità

L’ispirazione per questo articolo nasce dal blog meraviglioso di una mia amica scrittrice che parla di disabili, Paola Merzaghi.
Il suo “scritto” riporta una notizia che mi ha fatto molto riflettere e che voglio condividere, sperando di non suscitare disagio o peggio ancora indignazione.
In Italia c’è il disegno di legge n.1442 del 9 aprile 2014, assegnato alla Commissione Igiene e Sanità del Senato e purtroppo ancora arenato lì, che intende favorire il pieno sviluppo della persona anche sotto il profilo sessuale, in particolar modo sostenendo il diritto alla sessualità per il disabile. Attorno a questo disegno sono nate delle associazioni (per esempio la Lovegiver), che cercano di promuovere un’educazione alla sessualità per le persone diversamente abili.

2 L’idea

Come sottolinea la mia amica, sia in Italia che in altri Paesi Occidentali, ci sono degli argomenti considerati delicati se non scabrosi; sessualità e disabilità è proprio uno di questi, perché va a toccare diversi aspetti di una moralità, ancora preponderante in Stati legati, come il nostro, alla Chiesa Cattolica. Il diritto di ognuno di noi a scoprire determinate sensazioni e piaceri sembra che debba essere precluso ai disabili, secondo lo stereotipo che li vede esseri asessuati.

Riporto parte dello “scritto” del blog, perché sarebbe un peccato cercare di riassumervelo: “Come se non fosse già complicato esistere con tutta una serie di menomazioni, avere un handicap priva la persona anche solo dell’idea di vivere il proprio corpo come un momento di felicità. La punizione divina consiste non solo nel non camminare o mangiare o scalare una montagna o scrivere, ma anche nel non provare il piacere del sesso. Però, mentre ci sono corsi ed educatori che portano a sciare ciechi, a dipingere paralitici, far saltare dagli aeroplani paralizzati, nessuno ha mai vagamente ipotizzato di poter insegnare, spiegare, educare un disabile al raggiungimento della felicità sessuale.”

3 Il problema

Credo che uno dei più grandi scogli sia la nostra educazione sessuale in generale, con tutti i limiti che comporta: la discriminazione fra uomo e donna, ancora ben radicata nella nostra società, in qualsiasi classe sociale. Il legame tra la sessualità e la propria religione di appartenenza, fino ad arrivare… e sì, qui viene il bello, all’intelligenza emotiva e alla capacità di affrontare l’argomento da adulto.

Questo passaggio mi riporta alla difficoltà dei disabili, specie quelli con menomazioni più mentali che fisiche, sulla capacità di rapportarsi consapevolmente al sesso. Non che tutti i normodotati ne siano capaci, ma i disabili con problemi psichici si ritrovano spesso a dipendere anche per la loro autonomia dalla famiglia di origine, che spesso fa fatica a vedere il soggetto come persona adulta, figuriamoci come “essere” in grado di fare sesso.

4 In conclusione

Ritornando alla legge, se questa dovesse passare, porterebbe all’educazione affettiva ad ampio raggio, quindi al rapporto con il proprio corpo in termini di affettività, educazione alle proprie emozioni e ad un concetto di sessualità legato all’affetto e all’amore per sé e per l’altro.

Sono molto molto curiosa di sapere cosa voi lettori ne pensate di questo argomento, la nostra società è pronta ad affrontare il concetto di sesso legato ai disabili? Saremo noi capaci di non giudicare e di lasciar libero un disabile che non consideriamo adulto per la sua “condizione di vita”?

 

Laura Giacometti

PHI Foundation

L’attrice Judi Dench e la maculopatia

1 L’attrice Judi Dench

Cari lettori, L’attrice Judi Dench, 83 anni, famosa come «capa» di James Bond soffre di un maculopatia agli occhi. L’attrice risiede  in una casa isolata in mezzo alle foreste del Surrey, in Gran Bretagna. Nel suo giardino ogni pianta è un ricordo e porta il nome di una persona cara.

«Alberi e champagne. La mia vita ormai è tutta alberi e champagne». Sorride, Judi Dench, al cospetto di una grande quercia. «Questa ha 200 anni, sarà nata al tempo della battaglia di Waterloo. Sono orgogliosa: possiede 12 chilometri di rami e 260 mila foglie». Judi Dench è una gran «Dame» del palcoscenico mondiale. Ha 83 anni e una maculopatia agli occhi che rende il suo passo insicuro e la sua umanità più calorosa.

Ha cominciato a recitare Shakespeare quando aveva 23 anni. A tutti è nota per il personaggio di M, la capa di James Bond in diversi film. L’ultima apparizione sullo schermo però è qualcosa di molto personale. Il grande amore della sua vita. È un documentario per la Bbc che anticipa tutto nel titolo: «My passion for trees». È stato girato in quattro stagioni, tra gli alberi di casa Dench nel Surrey, la regione più boscosa d’Inghilterra.

2 Gli alberi della vita di Judi Dench

Non è un giardino, quello che Judi Dench ci presenta. È la sua famiglia allargata. Molte delle piante hanno un nome, inciso su targhette di legno. Il nome di una persona cara. Quando muore qualcuno che ama, Judi Dench gli dedica un albero. Forse «dedicare» non è la parola giusta. Camminando nel verde dei suoi tre acri, l’attrice si ferma di tanto in tanto accanto a uno dei suoi «magnifici giganti»: «Questo è mio fratello Jeff», dice. Oppure: «Ecco Stephen Hanley, attore e cantante meraviglioso. Quando è scomparso abbiamo piantato questo: è alto e pallido e bellissimo, esattamente come lui».

Judi «Qui abbiamo Natasha Richardson», dice davanti a un albero che rappresenta l’attrice morta a 45 anni nel 2009. È un’emozione vederla fermarsi poco oltre: «E questo – dice facendo un respiro profondo – è Michael». «Mike», sulla targhetta. Michael Williams, attore, è stato il marito di Judi Dench dal 1971 al 2001, quando un tumore ai polmoni se l’è portato via a 65 anni. Insieme hanno vissuto in quel rifugio dal 1985. Hanno aggiunto e curato alberi. «Per Michael non ne ho messo uno nuovo. L’avevamo piantato insieme».

Per Judi Dench piantare alberi e dare loro il nome di una persona cara non è semplicemente un rito, un segno per ricordarle come può essere portare fiori su una tomba. «Il ricordo non si ferma lì, ma cresce e diventa “più” meraviglioso. More wonderful». «Per questo ogni volta che posso, in ogni stagione, vengo qui». Il documentario per la Bbc vede Madame Dench nella parte della «curiosa vegetale», pronta a interrogare storici e biologi con il pollice verde: eccola per esempio indossare uno strumento che permette di ascoltare gli alberi mentre bevono l’acqua (apprendiamo che un esemplare di grandi dimensioni ha bisogno di scolarsi l’equivalente di due vasche da bagno al giorno).

3 La condivisione

La passione per gli alberi, con i loro segreti e i misteriosi legami con gli scomparsi, non ha eliminato in questa signora ottantenne la curiosità  per gli umani in circolazione… Dal 2010 Judi condivide il suo amore  e la passione per le piante con David Mills, un ambientalista che abita a 4 miglia di distanza. Si sono conosciuti quando lui le ha chiesto di piazzare un recinto per i tassi nel bosco. Da allora David è diventato il suo «champagne», il suo tipo. Un vecchio amico. Judi Dench non ama gli aggettivi «compagno» o «fidanzato». Condividendo così la medesima  passione, l’attrice Judi Dench portatrice di maculopatia e David Mills sono diventati come  «Alberi e champagne» piena di allegria e spensieratezza!

4 In conclusione

Il racconto si rivela molto incoraggiante e di supporto per chi soffre di questa malattia agli occhi: la maculopatia, e si sente incapace di accettare il dramma e lo sconforto che porta la malattia.

Ma il modo in cui l’attrice affronta la sua malattia può senz’altro essere un esempio per non sentirsi soli ed abbandonati attingendo a riserve di energia positiva attraverso un semplice hobby;  nonostante la grave disabilità Judi Dench, non si dà per vinta ed  attraverso l’amore e la cura del giardino e delle piante, ci insegna che la  volontà di cambiare le condizioni di benessere sono ancora possibili, soprattutto se si riesce a trovare qualcuno che grazie al suo affetto e sostegno possa aiutarti, infatti grazie alla presenza di David Mills la maculopatia dell’attrice Judi Dench ha preso una piega di “serenità”, diversa un po’ come gli Alberi e champagne, perché amare gli alberi, le piante, la natura,  e tutto ciò di cui è composta, è un messaggio bellissimo di speranza e di amore verso la vita, di qualunque specie.

 

N&D Nadine Fashion Stylist

PHI Foundation

UN LAVORO VUOL DIRE DIGNITÀ, INDIPENDENZA E FELICITÀ

Il Nodo Cooperazione Internazionale Onlus, lasciando alle spalle l’assistenzialismo, ha optato per diffondere la cultura del lavoro con un progetto innovativo di auto sviluppo, una scuola che supporta le capacità artigianali della Cambogia, dove la manualità non è stata ancora soffocata dall’uso delle macchine.

Una nazione che vuole guardare al futuro deve prima di tutto pensare ai bambini e ai giovani, alla loro educazione e alla loro istruzione perché loro sono il bene primario della società, i cittadini del domani che dovranno poter lavorare, produrre e contribuire allo sviluppo del proprio paese.

Uno degli obiettivi del Nodo è quello di aiutare i giovani della Cambogia a superare ignoranza e povertà, trasferendo conoscenze e metodologie, dando valore all’individuo e stimolando le capacità di gestire attraverso il lavoro, il loro futuro e quello delle loro famiglie.

La Bottega dell’Arte di Phnom Penh è una scuola di design sociale dove 25 ragazzi e ragazze imparano a lavorare l’argento. La maggior parte di loro arriva da una zona poverissima della periferia della città, sono giovani con scarsa istruzione, con difficili situazioni familiari, alcuni sono orfani appena usciti dall’orfanotrofio o portatori di handicap. Per loro la Bottega non è solo un luogo dove imparare una professione ma anche una casa e una protezione.

Ogni anno un designer italiano trascorre un mese in Bottega per insegnare ai ragazzi a produrre oggetti innovativi. Nella scuola non si tengono solo corsi di disegno e lavorazione del metallo, ma anche corsi di contabilità e gestione d’impresa, nonché corsi di alfabetizzazione per gli studenti che non hanno potuto completare gli studi di base. Alla fine del percorso, i più bravi possono rimanere in Bottega ad insegnare, i più intraprendenti aprono una loro attività, sostenuti dal Nodo con un piccolo prestito, gli altri vengono aiutati a trovare un lavoro in imprese esistenti.

Un altro grosso problema che affligge la Cambogia e di cui Il Nodo ha voluto occuparsi è quello dell’acqua. L’acqua è causa di allagamenti e disastri naturali, ma qui è anche una delle maggiori cause di mortalità infantile. Per questo Il Nodo distribuisce filtri per la potabilizzazione dell’acqua, ma interviene anche organizzando corsi di igiene e manutenzione del filtro. In quattro anni sono stati distribuiti più di 600 filtri ed ha istruito i bambini e le loro famiglie per il loro uso e manutenzione.

Il Nodo collabora, inoltre, con alcuni orfanotrofi locali, fornendo ai bambini e ragazzi ospiti, tutto il necessario per nutrirsi adeguatamente, vestirsi e andare a scuola. Offre loro corsi complementari di inglese e computer utili a qualificarli per un futuro lavoro, corsi di musica e di danza per fornire interessi e stimoli che li aiutino a formarsi un’identità positiva e corsi di tessitura ed intreccio di ceste e stuoie per insegnare attività generatrici di reddito ai ragazzi prossimi all’uscita dall’Istituto.

Questi sono solo alcuni dei progetti che Il Nodo Cooperazione Internazionale Onlus ha in corso in Cambogia. Se volete conoscere meglio questa bellissima realtà, se volete aiutarli o entrare a far parte di questa associazione, potete scrivere a info@ilnodoonlus.org  o telefonare allo 02.66801806 e sarete sempre ben accolti.

 

Laura Giacometti

PHI Foundation

La prima Social Street in Italia

1 La prima  Social Street in Italia è nata a Bologna;

Cari lettori, il fenomeno mondiale delle «Social Street» è esploso anche in Italia, in ben 17 città. La prima Social Street in Italia è sorta a Bologna dove i residenti si sono ritrovati online e si sono riappropriati del proprio quartiere: «Insieme per aiutarsi a migliorare il luogo in cui viviamo»

In via Fondazza, a Bologna, alle differenze non si dà peso.

C’è una cassetta degli attrezzi, affissa ad un muro. Più avanti un’altra: chiunque può aprirla (la chiave non c’è) e tirarne fuori cacciaviti, cavi dell’auto, una pompa per bici, a disposizione dei passanti. Studiosi da tutto il mondo esaminano la via che si snoda tra i portici del capoluogo emiliano, per capire cosa è successo qui negli ultimi quattro anni.

Tutto è iniziato con una pagina Facebook. I “residenti di via Fondazza” (così si chiama ancora oggi) hanno cominciato a conoscersi online, poi di persona. Dal 2013 s’impegnano, giorno per giorno, per migliorare il luogo in cui vivono. È nata così la prima Social Street in Italia: altre 453 ne sono seguite negli anni, da Napoli a Trento fino alla Nuova Zelanda. Diffondendo pratiche di buon vicinato. Per capire la mission, c’è da porsi prima  quanto sia cambiata nel frattempo la Social Street nel centro di Bologna.

Palazzi storici, ben 1.800 residenti, botteghe e studenti: come nelle vie vicine. Il fruttivendolo e la libreria sono al loro posto. La novità è «qualcosa che ha a che fare con i rapporti tra le persone» spiega chi ci vive: non si vede a occhio nudo. «Quando sono arrivato qui la gente a malapena si salutava. Ora tutti si conoscono, dai manager ai senzatetto. E si aiutano a vicenda» racconta Luigi Nardacchione.

2 La nascita del progetto Social Street: le persone che si aiutano;

Il primo “gruppo” è nato così: «Piano piano ci siamo riappropriati della zona, con iniziative che hanno coinvolto sempre più residenti: dalle feste in strada al bike sharing, dalla portineria di quartiere alle pulizie della via» racconta Nardacchione. La voce si è sparsa. Dai social media a quelli tradizionali – fino al New York Times – la fama ha generato emulazioni (per fortuna) e non poche: 454 social street sono sorte in Italia ed all’estero tra il 2013 e il 2016. Ma nell’anno appena concluso il boom ha segnato una prima battuta d’arresto. A monitorare i numeri è un osservatorio ad hoc attivato (l’unico finora) dall’Università Cattolica di Milano: la sociologa Cristina Pasqualini e il suo team hanno analizzato centinaia di dati e realizzato decine d’interviste, ora convogliate in un e-book gratuito pubblicato da Fondazione Feltrinelli (“Vicini connessi”, disponibile su FondazioneFeltrinelli.it).

La novità sta nel fatto che le strade condivise sono “esseri viventi”, prima di tutto e in quanto tali non solo nascono, ma muoiono. Negli ultimi 12 mesi il numero complessivo è passato da 454 a 428, un calo «fisiologico» secondo Pasqualini, ma anche il segno di una svolta. «Dopo l’entusiasmo iniziale su Facebook molti gruppi si sono spenti da soli. Alcuni esistono ormai solo formalmente, e sono di fatto inattivi. Quelli che si costituiscono ora, però, lo fanno con una nuova consapevolezza» osserva la docente.

I picchi sono nelle città: Bologna e Milano in primis.

Certo, non è facile come un “clic” sulla tastiera; «Ci vuole impegno e tempo» conferma Nardacchione «ma alla fine i risultati rimangono». In via Fondazza hanno creato, così un aiuto importante come il comitato che pulisce regolarmente la prima  Social Street italiana.  Un altro, in cui si organizzano feste. E qualcuno ha installato cassette degli attrezzi ad uso pubblico lungo la prima  Social Street in Italia, e c’è persino chi si è inventato un bike sharing tra vicini. E funziona – incredibile – senza nemmeno una pagina Facebook per aiutare i residenti !

 

N&D Nadine Fashion Stylist

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Nascita della Biblioteca a Scampia

1 Nasce la prima biblioteca a Scampia :

Cari lettori, vi sono duemila e cinquecento volontari, tra cui migranti e detenuti che sono al lavoro per rendere  dignità a un luogo importante come Scampia: un progetto nato con il contributo della Siae e Anart.

Si tratta di un ex istituto scolastico utilizzato per anni dalla camorra come deposito di armi e ricovero abusivo per tossicodipendenti torna a vivere e diventa una Biblioteca a Scampia.

Ci troviamo dunque a  Scampia, nel cuore di Napoli, presso il centro Officina delle Culture “Gelsomina Verde”, un luogo completamente riqualificato grazie all’opera di duemila e cinquecento volontari che lo hanno trasformato in un punto d’incontro e un centro di promozione culturale del quartiere.

2 La nascita e lo sviluppo del  progetto:

Si tratta di un progetto collettivo a cui hanno partecipato diverse figure tra cui  insegnanti, famiglie, ragazzi, detenuti in affido all’associazione (R)esistenza  che l’hanno materialmente costruita insieme agli artigiani dei laboratori; giovani rifugiati ospiti della struttura e le volontarie che ogni giorno si occupano nel centro stesso di 45 bambini, residenti nei palazzi delle Vele e nel quartiere di Scampia per l’attività di doposcuola.

Vi è la nascita delle prime collezioni della biblioteca che è rivolta alla prima infanzia e ragazzi con libri consigliati da LiBeR, la biblioteca a difesa della legge sui temi particolari come ad esempio l’antimafia e dell’impegno civile  e alla cultura del Mezzogiorno. A questi si aggiungeranno anche i cento volumi donati dalla Siae: «Oltre al nostro contributo economico – spiega il presidente dell’ente, Filippo Sugar -siamo lieti di donare alcuni libri provenienti dalla preziosa Biblioteca Teatrale SIAE del Burcardo a Roma, con l’augurio che si festeggi anche l’avvio di un percorso virtuoso in tutte le sfere della creatività umana».

La nascita del progetto è stata ideata da Anart – Associazione Nazionale Autori Radiotelevisivi e finanziato da SIAESocietà Italiana degli Autori ed Editori, con il sostegno di AIBAssociazione Italiana Biblioteche, dell’Associazione Amici di Città della Scienza, di AIE – Associazione Italiana Editori e patrocinato dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Napoli.

Infine per creare rete, sono stati acquistati molti libri presso la prima libreria di Scampia, “La Scugnizzeria” di Rosario Esposito La Rossa, inaugurata lo scorso settembre.

La nascita della biblioteca a Scampia verrà inserita nel circuito delle biblioteche pubbliche, con la speranza che sia la prima di una lunga serie di iniziative volte a riqualificare ambienti degradati e sottratti alle Mafie.

 

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A Cagliari nasce una nuova comunità di recupero

1 La Locanda dei buoni e cattivi:

Cari lettori; oggi vi scrivo dell’esempio che arriva da Cagliari dove grazie a una cooperativa un gruppo di ragazzi «ai margini» ha conquistato l’indipendenza ottenendo dei finanziamenti dalla Fondazione Prosolidar attraverso un bando senza scadenza per progetti di sviluppo – Scopri gli altri finanziamenti .

Senza ripensamenti: l’hanno chiamata la «Locanda dei buoni e cattivi». Ci sono i ragazzi appena maggiorenni provenienti dalle comunità in cui erano stati inseriti a causa di situazioni familiari difficili. Ma ci sono anche le ragazze madri vittime di violenza con bambini piccoli, a loro volta uscite da comunità di cura. Ci sono quelli con qualche disabilità, volenterosi e molto impegnati. E ci sono altri ancora. Li accomuna l’aver deciso di tirarsi su, di non piangersi addosso per i problemi vissuti, di rimboccarsi le maniche e mettersi al lavoro. Così è nata a Cagliari la Locanda dei buoni e dei cattivi.

2 La Fondazione Prosolidar:

La Locanda dei buoni e dei cattivi è gestita dalla cooperativa sociale omonima sorta nell’ambito di un percorso di sostegno ed incubazione della Fondazione Domus De Luna. Le giornate alla Locanda dei buoni e dei cattivi non hanno un attimo di pausa: si comincia la mattina preparando letti e colazione per gli ospiti delle 5 camere, poi subito in cucina, dove entra solo merce fresca e a km zero, quindi a poca distanza da Cagliari, spesso proveniente dalle terre confiscate alle mafie e l’olio della comunità in collina. Ogni giorno si impastano pane e pasta, anche per le persone con intolleranze o esigenze speciali.

Ecco alcune testimonianze: «Mettiamo gli stessi valori di solidarietà e rispetto in tutto quello che facciamo – dice Giuditta Cavallini, responsabile della Locanda dei buoni e dei cattivi– e cerchiamo fornitori e prodotti che si rispecchino in questi valori». Poi c’è il flusso di arrivi e partenze nei tre appartamenti indipendenti nel centro di Cagliari, c’è da gestire il noleggio bici e gli impegni aumenteranno certamente nei prossimi mesi visto che la locanda si allargherà con tre nuove camere aperte grazie al contributo della Fondazione Prosolidar, che l’ha finanziata con 80 mila euro a fondo perduto.

La Fondazione Prosolidar è una onlus nata dal Fondo Nazionale del settore del credito, vi sono rappresentate tutte le organizzazioni sindacali del settore del credito, l’Abi e le imprese aderenti. Prosolidar accantona ogni anno dalle proprie disponibilità un fondo da destinare a progetti di emergenza, in Italia e nel Mondo: è subito operativa quando c’è da allestire un asilo spazzato via dall’alluvione o costruire strutture di ritrovo scomparse con il terremoto. Con la parte rimanente sostiene progetti di sviluppo sociale in tutta Italia e anche all’estero.

Ai suoi fondi possono accedere grandi e piccoli soggetti del Terzo settore, perché realizza una strategia inclusiva di sostegno a progetti diversi con una quota di contributo proporzionata ai costi complessivi. Il bando non ha scadenza, ma di solito una prima tranche di valutazione dei progetti avviene nel mese di aprile. È dunque questo il momento giusto per riflettere sulla propria proposta, verificando i requisiti richiesti e la documentazione da presentare sul sito www.fondazioneprosolidar.org. Sono privilegiate attività che possano avviare processi di sviluppo economico, gli investimenti a carattere produttivo, che aiutino le comunità a raggiungere l’autosufficienza economica e la serenità alimentare.

Termini che ci riportano ancora alla Locanda dei Buoni e Cattivi, dove non si impara solo un mestiere ma anche la cura di sé stessi, con un impegno concreto ogni giorno. Da persone ai margini della società questi ragazzi sono diventati cittadini attivi, da ragazze in cerca di aiuto sono diventate imprenditrici che lavorano bene generando reddito e processi sociali positivi. Positivi nella gestione e nell’inclusione, ma anche nella qualità: sono stati premiati dal Gambero Rosso fra i migliori ristoranti d’Italia e hanno anche ricevuto la menzione di «Buona Cucina» del Touring Club Italiano.

Scadenza: bando Senza scadenza (valutazione progetti aprile e settembre);
Chi partecipa: Soggetti del Terzo settore;
Progetti: Iniziative di sviluppo economico, formazione professionale, investimenti per l’autosufficienza della comunità;
Contributo: Variabile, in base al progetto;

Luogo: Cagliari

Comunità: La Locanda dei buoni e cattivi

 

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