Ci vorrebbe Popobawa per farci aprire gli occhi sulle vite invisibili dei minori stranieri non accompagnati

Il vero dramma dei minori stranieri non accompagnati è che sono completamente soli. Hanno affrontato da soli il lungo viaggio per scappare da povertà e guerre dei paesi di origine e rimangono soli anche ora che sono sbarcati in Europa. Senza alcun adulto che si occupi e preoccupi per loro. Le associazioni umanitarie come Unicef e UNHCR che soccorrono i profughi in Grecia e in Italia denunciano la presenza di migliaia di minori stranieri non accompagnati. Anche se entrati irregolarmente in Italia, i minori migranti sono titolari di tutti i diritti sanciti dalla Convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 1989, ratificata in Italia con legge n. 176/91. Il diritto alla protezione, alla salute, all’istruzione, all’unità familiare, alla tutela dallo sfruttamento, alla partecipazione.

Eppure tantissimi bambini e ragazzi marciano smarriti per cercare una terra che li accolga. Si ritrovano esposti al rischio di finire nella rete criminale che fa affari con la tratta di schiavi sessuali e di organi o nella rete dello spaccio di stupefacenti. L’Europol, l’Agenzia per la Sicurezza Europea, lo scorso anno denunciava più di 10 mila minori non accompagnati giunti in Europa e scomparsi nel nulla.

Per questo è necessario elaborare una strategia di lungo periodo che miri non solo a tutelare i diritti umani dei soggetti più vulnerabili ma anche ad aumentare le risorse per il capacity building nei paesi di origine dei migranti, costruendo infrastrutture e facilitando l’accesso di tali stati ai mercati finanziari. Questa potrebbe essere una strada da percorrere in cambio di un maggior controllo alle frontiere e di una più proficua cooperazione sui rimpatri.

La sorte incerta dei minori stranieri non accompagnati dovrebbe scuotere il senso di umanità della comunità internazionale. E invece nessuno si preoccupa del destino di queste vite invisibili. Al contrario, molti Stati Europei chiudono le frontiere e irrigidiscono le regole di entrata con la conseguenza che le politiche di cooperazione internazionale vengono utilizzate sempre più per fini di controllo dei flussi migratori piuttosto che per progetti di sviluppo.

Mi ha sempre impressionato la leggenda del demone nano Pocobawa. In Zanzibar, quando la situazione politica è conflittuale per le elezioni o per problemi economici, si fa vivo Popobawa. Ha un occhio solo, ali di pipistrello, orecchie a punta e coglie di sorpresa la notte violentando uomini e donne. La vera natura di Popobawa è legata all’inconscio collettivo e al passato culturale della gente di Zanzibar, caratterizzato da violenze e soprusi.

Mi piacerebbe un giorno svegliarmi e scoprire che è venuto Popobawa anche da noi, in Europa. Per far aprire gli occhi a tutti i governanti dei nostri paesi perbenisti sulle tante violazioni dei diritti umani che continuiamo a tollerare, soprattutto quelle nei confronti dei minori stranieri non accompagnati.

Popobawa non esiste, è solo una leggenda. Io però non voglio smettere di sognare una “Mamma Europa” che sappia ascoltare, accogliere e proteggere tutti i bambini invece che abbandonarli alla mercé di criminali e sfruttatori.

Perché un bambino è un bambino ovunque.

 

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Vanessa Doddi

PHI Foundation

I migranti di Delta Park: Una terra promessa?

A volte un film può essere un ottimo strumento di comunicazione per sensibilizzare gli animi degli spettatori nei confronti di una specifica questione. E’ questo il caso di Delta Park, lavoro del regista italiano Mario Brenta e della belga Karine de Villers, che prova a raccontare la lunga ed estenuante attesa dei migranti, all’interno di un hotel italiano che ospita profughi che aspettano il visto per proseguire il loro lungo viaggio verso la speranza.

“Si ode il rumore del mare. Un bambino occhialuto sulla spiaggia guarda una scarpa che il mare ha abbandonato sulla sabbia. Quando se ne va, va verso casa o verso…una terra promessa?”

Frame del film

Con tale immagine suggestiva, ha inizio Delta Park, film documentario di due rinomati registi Mario Brenta e Karine de Villers che, attraverso un inusuale sguardo sulla condizione dei migranti, creano un’opera originale, fuori da ogni cliché.

Già coautori di altri film quali Calle de la pietà, Agnus Dei, Corps à corps, Black Light, Mario Brenta e Karine de Villers fotografano una realtà che non si sofferma sulle stereotipate traversie di viaggi “mediterranei o alpini”, ma va oltre il bistrattato dramma dei migranti, per dirigersi verso un’osservazione analitica di una quotidianità reiterante, che pone lo spettatore in uno stato di attesa in stile “beckettiano”. Il film, infatti, nasce nell’attesa e permane in questa lunga attesa senza soluzione.

L’idea nasce per caso: Mario Brenta è chiamato da un albergatore a valutare la situazione di un hotel che, sovvenzionato dallo Stato, riesce ad arginare il fallimento, trasformandosi in un centro di accoglienza per migranti: il Delta Park.

I registi, durante la fase di realizzazione del documentario, si imbattono, tuttavia, in una realtà insolita, ben diversa dalle aspettative, che impressiona non per le condizioni fisiche in cui vessano i migranti, ben vestiti, ben nutriti e ben curati dal Delta Park, ma per la loro condizione psicologica. “Soffrire a lungo non è come un lungo sopportare. La sopportazione ci insegna ad essere pazienti, ma il soffrire a lungo è solo una lunga pena”, afferma uno dei migranti. In quel luogo di serenità si cela un’altra verità, quella di un quotidiano apparentemente percepito come terra promessa che non si rivela tale.

I migranti trascorrono le loro giornate nell’albergo, che certamente li rifornisce dei beni essenziali alla sopravvivenza, ma che si rivela un limbo da cui non si può uscire, pena la perdita del diritto di accoglienza. Nell’attesa di un visto che mai arriverà, sopravvivono in uno “spazio-tempo”  sospeso tra realtà e finzione. Tutto si ripete, in questo tempo scandito dai rintocchi delle campane e di un orologio a pendolo che funziona male: i suoni, forse gli unici dispensatori di una realtà empirica, rimbombano nelle immagini statiche di persone e di ambienti minimali, un po’ incolti, quasi inanimati.

Si attende. Si attende l’inizio del giorno, si attende la colazione, si attende il pranzo, si attende la cena, si attende la sera per andare a dormire. Le abitudini diventano regole senza eccezione, che cadono in un manierismo macchinoso, scandito dal ritmo della ripetitività. Tra un’attesa e l’altra, per occupare il tempo, si passeggia per le campagne, si canta, si balla, si riparano le scarpe, si gioca a calcio, si prendono lezioni di italiano, si guarda la tv, ci si reca allo sfascio per recuperare qualche bicicletta da aggiustare, ci si annoia.

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E’ proprio la noia, questa inoperosità a generare sofferenza. Il tutto avviene in uno spazio, un purgatorio forse, dove sono raffigurati paesaggi di fabbriche, cantieri, negozi in via di chiusura, al cospetto di una rigogliosa vegetazione, di una natura selvaggia ed affamata di artificio, di costruzioni abbandonate. Natura versus Uomo: un binomio intimistico che viene illustrato in un viaggio alimentato dalla falsa speranza di un qualcosa che mai accadrà. Tuttavia, la staticità degli ambienti e la reiterazione delle azioni, appositamente volute dai registi, creano uno stile armonico monotono, inducendo lo spettatore in uno stato di sospensione che paradossalmente non esclude l’aspettativa di un risultato positivo.

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Tale cinema intimista e simbolico, proprio di un maestro come Mario Brenta e della filmmaker Karine de Villers, è un cinema che, riflettendo se medesimo ed oltrepassando la vetta della scrittura, raggiunge il cosmo circostante, attraverso un viaggio inscritto nella purezza di un’immagine comunicativa, simbolica. Il sentimento di potenza oscura ed illogica, celato nelle trame del telo immaginario, si svela poi nell’interrelazione tra le stesse immagini, che rivelano il vero dramma, quello dell’insoddisfazione umana.

Nella messa in luce di un testo filmico così poliedrico, Mario Brenta e Karine de Villers riescono, dunque, a trasmettere sensazioni reali, comunicando un “meta-messaggio” che va ad analizzare un’atavica ricerca, volta al continuo desiderio di un qualcosa che esiste nell’immaginario, ma che si imbatte nel duro porto della realtà.

“Quale sarà l’ultimo porto dove getteremo l’ancora per non ripartire mai più?”. Questo recita la didascalia finale di Delta Park riprendendo non a caso un passaggio di Moby Dick, grande romanzo-metafora sull’esistenza e sull’essenza dell’uomo e dei suoi ideali. Una domanda a cui è difficile se non impossibile rispondere.

 

Elena Petrillo

PHI Foundation

Ad Aleppo le donne preferiscono il suicidio al loro triste destino…

Aleppo: La decisione coraggiosa di almeno venti donne siriane che hanno scelto di suicidarsi pur di non finire nelle mani dei soldati e diventare oggetto di violenze e di abusi sessuali. O delle figlie che domandano ai propri padri di ottenere il permesso per essere uccise prima di essere catturate e stuprate dai miliziani. Questo è quanto riportava il New York Times qualche giorno fa.

Quando la morte diventa preferibile alla guerra vuol dire che è opportuno fermarsi almeno per un momento. Tutto il mondo, nessuno escluso, si deve fermare, anche per un solo momento  e pensare a come porre fine all’orrore che sta accadendo ad Aleppo. Una città, definita patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, ora devastata dal conflitto iniziato quattro anni fa e dalle gravi violazioni dei diritti umani che questo ha comportato per i civili e i ribelli catturati. Città dove è diventato impossibile far arrivare medicinali e convogli alimentari.

Gli ospedali, avverte l’Organizzazione Mondiale per la Sanità, sono affollati all’inverosimile di persone con ferite gravissime. Nella zona ancora controllata dai ribelli anti-Assad, ospedali da campo e cliniche mobili non sono più operativi, messi fuori uso dai ripetuti bombardamenti governativi siriani sulla parte est della città. Lo annuncia sempre l’Oms.

Se oggi stai uscendo di casa per andare a comprare i regali natalizi, non uscire. Se stai ridendo non ridere. Se sei triste oggi almeno smetti di esserlo. Se stai piangendo smetti di piangere. Se odi smetti di odiare. Se ami smetti di amare… Perché questo è il momento di non fare niente se non di pensare che non si può stare più  fermi a guardare i crimini che si stanno commettendo in Siria.

20 donne si sono suicidate perché hanno preferito morire invece che essere rapite, torturate o stuprate. E tutto questo perché?  Per una insensata guerra che è mossa puramente da interessi economici e geografici.

La storia ci insegna che gli uomini si sono sempre uccisi unicamente e solo per il denaro infiocchettando questa vile realtà con orpelli di valore come la religione o l’unita di un popolo, di una etnia, ecc. Ma ora fermiamoci un attimo a pensare a un’altra verità e cioè che il denaro per cui si compiono gli orrori più grandi solo una cosa non può comprare: il tuo tempo. Ogni giorno abbiamo a disposizione 24 ore, 1.440 minuti e 86.400 secondi . E non possiamo fare in un giorno tutto ciò che vorremmo fare perché abbiamo solo 24 ore. Tutto il denaro del mondo non è sufficiente a comprarci un minuto di più. E una volta che un minuto è perduto, è perduto definitivamente. Per sempre.

Allora è importante chiedersi: stiamo utilizzando bene il limitato tempo che abbiamo a disposizione? Il mondo sta utilizzando bene il tempo che ha a disposizione? Me lo chiedo perché in Siria sono rimaste solo le Ong, come MSFOxfam, Croce Rossa Internazionale ad aiutare i civili, lasciate completamente sole dal resto della Comunità Internazionale, ONU compresa. Allora dobbiamo pensare di investire bene ogni minuto del nostro tempo.

Oggi voglio smettere di fare tutto ciò che sto facendo e pensare a come apportare cambiamenti positivi nella mia vita e in quella degli altri. Oggi fermiamoci tutti e chiediamoci  se ci stiamo focalizzando sulle cose importanti, quelle che contano veramente per la nostra vita e per quella degli altri.

Malala, premio Nobel per la Pace, in un appello lanciato su Facebook per porre fine alle disumanità che si stanno consumando in Aleppo dice “…. La storia non cade dal cielo, siamo noi che la facciamo” .

Perché la differenza è che io, tu, tutti noi, nelle 24 ore che abbiamo a disposizione ogni giorno, possiamo scegliere di fare la differenza nel mondo oppure no.

 

Vanessa Doddi

PHI Foundation

La maratona televisiva di Telethon e la sua storia

Si è appena conclusa l’annuale maratona televisiva organizzata da Telethon e trasmessa dalle reti RAI per sostenere la raccolta fondi per la ricerca scientifica sulle malattie genetiche rare.

Ma lo sapevate che il nome “ Telethon ” deriva dall’unione di due parole inglesi: “Television” e “Marathon”?

Ebbene sì e ve lo rivelo con molta gioia dal momento che è ormai consuetudine abbinare il termine “ televisione ” a momenti di svago tendenzialmente poco educativi e assolutamente disinteressati a soffermarsi sulle good news. Ma dove sono -direte voi- le belle notizie se ogni giorno da domenica 11 a domenica 18 dicembre sui canali RAI arrivano alle nostre orecchie le ormai sempre più numerose storie di persone affette da malattie genetiche rare?

Beh, ad esempio nel fatto stesso che arrivano!

Mi spiego meglio, non è bello sapere che qualcuna delle nostre emittenti televisive da più di vent’anni condivida con il proprio pubblico racconti di vita vera, non sempre fortunata, alle prese con sfide importanti che necessitano d’amore e soprattutto di continue ricerche scientifiche?

E non è soprattutto bello che a smuovere la sensibilità degli spettatori siano proprio coloro che ogni giorno si trovano costretti a convivere con il dolore di una vita segnata da una malattia ignota e lo fanno con il sorriso e la speranza di chi crede che manchi ancora qualcosa e non si arrende?

Ecco, dal 1990 Telethon lavora proprio per loro, coinvolgendoli nella ricerca scientifica di cui queste malattie genetiche rare necessitano quotidianamente e ” #presente ” è la parola chiave scelta quest’anno perché pensandoci bene, è il termine che meglio si adatta alle storie di Federica, Michele, Nina solo per fare alcuni nomi, che vogliono poter decidere fin da OGGI di credere in un futuro senza malattia e lo fanno raccontando le loro paure con la speranza che queste storie possano essere lo stimolo più diretto per sensibilizzare tutti noi su questo mondo ignoto.

Il primo a proporre un’attività di fundraising che, attraverso una non stop televisiva, arrivasse alle orecchie del pubblico e smuovesse in loro il desiderio di donare, fu un americano ma non uno qualsiasi: Jerry Lewis -come dimenticare il celebre sketch della macchina da scrivere!- comico indiscusso degli anni ’60 e la sua idea si rivelò fin da subito di enorme successo.

Nell’arco di vent’anni la maratona televisiva giunge in Europa con l’AFMAssociazione francese contro le Miopatie ma anche in Italia grazie a Susanna Agnelli e all’ Uildm-Unione italiana lotta alla distrofia muscolare che l’aveva contattata per proporle la poltrona da presidentessa.

Scrittrice, politico ma soprattutto donna con un’innata voglia di aiutare gli altri perché -come lei stessa afferma in un video che potete guardare qui: “pensare solo a sé stessi è una forma di vita molto noiosa”- rispose che avrebbe accettato a condizione di poter far diventare quella piccola associazione qualcosa di grande.

Telethon nasce così quindi, nel 1990 quando Susanna Agnelli decide che era arrivato il momento di far conoscere agli italiani le malattie genetiche rare e di chiedere loro un aiuto.

Ad oggi presieduta da Luca Cordero di Montezemolo, la fondazione Telethon, supera i suoi vent’anni di operato grazie alla risposta positiva che ogni anno il suo pubblico gli riserva continuando nel suo cammino infinito volto a garantire una speranza a tutti coloro che vivono nella malattia e nel terrore che questa non possa essere debellata perché come disse la sua fondatrice Susanna Agnelli: “Telethon continuerà ad esistere fino a quando non si scriverà la parola ‘cura’ accanto al nome di ogni malattia genetica”.

 

Federica Pizzi

PHI Foundation

Pepe Mujica ai giovani: «La vita è il bene più grande, non sprecatela»

José Pepe Mujica, ex presidente dell’Uruguay, ha attraversato nell’ultimo mese l’Italia per presentare il suo nuovo libro “Una pecora nera al potere”.

Eletto nel 2010, Mujica si è distinto per aver portato avanti  temi come le droghe leggerel’aborto e i diritti degli omosessuali. Sposato con un’ex guerrigliera diventata poi senatrice, abita in una modesta casa di 45 metri quadrati in un quartiere popolare di Montevideo. Non gli interessa far parte di una élite di potere, ma preferisce coltivare la sua quotidianità come una persona comune. Per questo, mentre era in carica, devolveva il 90% dello stipendio in beneficenza.

Mujica ha scelto «di essere povero per essere ricco», perché «il povero non è chi possiede poco, ma chi necessita infinitamente tanto e desidera sempre di più».

Pepe Mujica è un uomo che vede le cose con grande equilibrio; ma la sua eccezionalità è anche l’esempio di come la semplicità possa convivere con il potere.  Durante la dittatura, ha passato più di tredici anni in prigione, di cui 4 in isolamento. Ex guerrigliero e prigioniero politico, sostiene che l’accumulazione di denaro è la grande malattia dell’uomo moderno: «La  società contemporanea è basata sull’idea che se non possiamo consumare soffriamo di povertà. Questo porta le persone in una situazione di perenne competizione, in cui gli individui lavorano costantemente per produrre un plus superfluo. Il modello di sviluppo attuale è quello delle nazioni ricche, improntato al consumo sfrenato. Stiamo puntando verso un progresso  materiale che aggredisce senza sosta il pianeta».

Secondo Mujica è necessario lottare per una cultura rispettosa dell’uomo nella sua dimensione umana e sociale. Per questo, aggiunge, non possiamo permetterci di faci governare dal mercato, ma dobbiamo essere noi a governarlo. Come? Mettendo in discussione il modello di civilizzazione che abbiamo costruito e rivedendo il nostro modo di vivere. Perché «nasciamo per essere felici, e nessun bene vale come la vita. L’obiettivo non deve essere solo quello di lavorare, ma la vita stessa». Il problema della politica, spiega, è di aver abbandonato il campo della filosofia; per gestire la globalizzazione è necessario un pensiero globale. Serve inoltre la capacità di cambiare, adattarsi a nuove dinamiche e regole di gioco. In che modo? «Educando la testa e le mani».

Il contributo più grande di Mujica rimane quello di guardare alla politica e al futuro come a un impegno collettivo, dove si possa far spazio a logiche più umane. Ricordando i tempi di quando era militante, rammenda: «La vita è come una marcia, una lunga camminata; se abbiamo troppi pesi fatichiamo ad andare avanti. Quindi spendete il necessario, e viaggiate con una valigia leggera».

 

Francesca Prandelli

PHI Foundation

Il mito in America del Cowboy bianco vince sulla lotta per i diritti del mondo no profit

In un paese come l’ America, dove le donne hanno impiegato un secolo per conquistare quei privilegi e diritti di cui da sempre godevano i maschi bianchi, l’elezione di Donald J. Trump rappresenta davvero una sconfitta.

Il presidente neo-eletto degli Stati Uniti ha palesato in campagna elettorale una visione misogina del mondo. Per questo associazioni no profit che si battono per l’empowerment femminile come il Global Fund for Women esprimono il timore che il nuovo Presidente riporti indietro i progressi ottenuti nel campo della parità di genere.

Ma a venir minacciati non sono solo i diritti delle donne, anche quelli dei migranti, dei rifugiati e dei musulmani che vivono negli Stati Uniti.

Con l’elezione di Donald J. Trump le divisioni aumenterebbero, con gravi rischi per tutti.

Ma il pericolo più grande per l’ America è che frange estremiste legate ai movimenti di supremazia razziale possano sentirsi autorizzate a colpire le minoranze che vivono nel paese.

Linda Sarsour, attivista di origine palestinese ed Executive Director dell’Arab American Association esprime estrema preoccupazione per le politiche future nei confronti dei migranti musulmani e dei figli dei migranti. Il giorno dopo le elezioni i suoi figli non sono voluti andare a scuola per paura di possibili aggressioni.

Durante la corsa alla Casa Bianca, uno degli slogan di Donald J. Trump è stata la proposta di chiudere gli ingressi di musulmani negli Usa per ostacolare il rafforzamento dell’Isis. Ora le comunità arabe sono confuse e temono schedature di massa. La paura e la richiesta di sicurezza, saranno temi centrali nei dibattiti dei mesi a venire.

Preoccupate sono anche le Organizzazioni no profit che tutelano i diritti delle comunità messicane. Come Border Angels (Ángeles de la Frontera), che offre assistenza legale ai Messicani che attualmente vivono negli Stati Uniti e allestisce dei centri di soccorso lungo il confine tra California e Messico per ridurre la mortalità lungo le rotte migratorie tra i due paesi.

Una buona fetta del mondo americano del no profit teme di essere lasciato fuori dal programma politico del neo presidente e di dover dunque venire in soccorso da solo ai bisogni delle persone più svantaggiate nei campi dell’istruzione, della salute, della cultura e dei diritti. Si chiede altresì se dovrà fronteggiare una diminuzione della raccolta fondi di fine anno perché quando le persone si sentono insicure e sfiduciate nel futuro, sono meno disposte ad aiutare gli altri.

A questo punto non ci rimane che sperare che gli slogan politici di Donald J. Trump in fase pre-elettorale nei confronti delle donne e delle minoranze etniche non vengano portate negli uffici della Presidenza. E che la retorica venga messa da parte per lasciare il posto ad azioni concrete di promozione della dignità delle donne, delle minoranze etniche e degli obiettivi sociali perseguiti da tutte le associazioni no profit. Non solo negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo.

Una domanda però rimane aperta: l’ America tornerà ad essere grande come ha promesso Donald J. Trump? O, al contrario, rischia di diventare più piccola?

 

Vanessa Doddi

PHI Foundation

Un giorno, per caso – Un jour, par hasard

Vi capitano mai quei pomeriggi lavorativi in cui c’è troppo da fare per giustificare un’assenza, ma tropo poco per dare effettivamente un senso al tempo passato in ufficio? A me è capitato di recente, un paio di settimane fa, nel mio ufficio di Losanna. Penso addirittura che piovesse, giusto per aggiungere un velo di noia circostante. E mentre ero impegnata ad annoiarmi, sul social professionale Linkedin per l’esattezza, un articolo in particolare mi ha riportata al qui ed ora. Non ricordo di cosa parlasse, non è importante. Ricordo però che, grazie a quel primo articolo, ne ho scoperti tanti altri, tutti diversi, e tutti simili. Tutti impegnati a dar voce a eventi, organismi o persone che effettivamente stavano e stanno a cuore degli autori.

A quel punto mi sono definitivamente svegliata, mi interessava solo saperne di più su questa comunità in grado di attribuire una tale importanza alla passione per l’umanità. Così ho scoperto PHI Foundation. E siccome, in modo contorto, credo che alcune casualità siano predestinate, ho mandato un curriculum vitae. Penso addirittura di averlo mandato per sbaglio in francese (come ho già detto, vivo a Losanna).

Ad ogni modo, il curriculum è arrivato a destinazione, e la curiosità deve essere stato reciproca, perché di lì a poco sono stata contattata da Sebastiano De Falco, membro di PHI Foundation. Una chiacchierata, un incontro, e il mio interesse per la fondazione e per ciò che avrei potuto svolgere grazie ad essa si è consolidato. Così adesso mi trovo qui, sempre a Losanna, a raccontare di come un giorno, per caso, mi è stata data la possibilità di scrivere per raccontare quel po’ di bene che viene fatto al mondo.

Mi chiamo Asia, ho 22 anni, vivo in Svizzera francese, e da questo momento scriverò articoli bilingui (italiano e francese) su qualsiasi cosa riesca a risvegliare la mia attenzione come quel primo articolo.

 

TRADUZIONE IN FRANCESE / TRADUCTION FRANCAISE

 

Un jour, par hasard

 

Ça vous arrive jamais de vous retrouver au boulot, alors qu’il y a trop de travail pour justifier une absence, mais en même temps trop peu pour attribuer du sens au temps passé au bureau ?  Ça m’est arrivé récemment, il y a quelques semaines, dans mon bureau de Lausanne. Je pense même qu’il pleuvait, ce qui rajoutait une couche d’ennui générale. Et pendant que j’étais occupée à m’ennuyer, sur le réseau professionnel Linkedin plus précisément, un article m’a ramenée au ici et maintenant. Je ne me rappelle pas de quoi il parlait, ce n’est pas important. Mais par contre, je me rappelle que, grâce à ce premier article, j’en ai découverts d’autres, tous différents, et tous similaires. Tous engagés pour donner une voix à des événements, des organismes, ou à des personnes dont les auteurs se souciaient et se soucient vraiment.

A cet instant-là, je me suis définitivement réveillée, mon seul intérêt étant celui d’en savoir plus à propos de cette communauté en mesure d’attribuer une telle importance à la passion pour l’humanité. Et c’est comme ça que j’ai découvert PHI Foundation. Et, étant donné que, d’une façon un peu tordue, je crois que parmi toutes les casualités, il y en a certaines qui sont prédestinées, j’ai envoyé un curriculum vitae.

Bref, mon curriculum a été bien reçu, et la curiosité doit avoir été réciproque, car pas longtemps après, j’ai été contactée par Sebastiano De Falco, membre de PHI Foundation. Une discussion, une rencontre, et mon intérêt envers la fondation et ce que j’aurai pu mettre à l’œuvre grâce à elle a été confirmé. Et donc maintenant je me retrouve là, pour raconter comment un jour, par hasard, on m’a offert la possibilité d’écrire pour raconter le bien qu’on fait au monde.

Je m’appelle Asia, j’ai 22 ans, j’habite en Suisse Romande, et à partir de ce moment je vais écrire des articles bilingues (en italien et en français) à propos de chaque chose capable de réveiller mon attention comme ce premier article.

 

PHI Foundation

Asia Fioravera

 

 

Migranti, vittime innocenti del Mediterraneo

I Migranti sono le vittime innocenti del Mediterraneo. Oramai, il nostro mare è denominato: “Il cimitero a cielo aperto”.

Il 3 ottobre si è celebrata la Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione, istituita in ricordo del naufragio a Lampedusa avvenuto 3 anni fa.

A Roma, al Pantheon, è stato realizzato un flash mob in ricordo delle migliaia di vittime.

http://www.lapresse.it/video/migranti-al-pantheon-di-roma-flash-mob.html

E mentre i morti continuano ad aumentare,  l’Europa si tiene fuori dal sostenere qualsiasi operazione.

Sono stati lanciati appelli: daI Presidente del Centro Astalli, P. Camillo Ripamonti “neanche più un morto nel Mediterraneo”, dall’associazione ARCI “Basta vittime” e dal Comitato 3 ottobre “Dobbiamo difendere le persone e non i confini”, verso le Istituzioni italiane e straniere, perché nel Mediterraneo continuano a morire persone.

Si stima che dall’inizio del 2016 le persone decedute via mare siano state 2510 – Dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR)

Ad oggi le azioni applicate servono solo a tamponare. Occorre una maggiore consapevolezza e una politica differente soprattutto da parte dell’Unione Europea.

Il rapporto sugli interventi umanitari Unicef 2015 dichiara una situazione allarmante:

“Crisi dei rifugiati e migranti in Europa Nel 2015, 1 milione di profughi e migranti sono entrati in Europa, la stragrande maggioranza proveniente dalla Siria e dalle zone di conflitto nel Medio Oriente, attraverso ardui e spesso pericolosi viaggi, passando per i Balcani occidentali, la Grecia e la Turchia. I bambini rappresentano una percentuale in crescita degli arrivi”

“Nigeria: Dal 2014 l’escalation della rivolta di Boko Haram ha portato ad un aumento del numero di sfollati interni: nel Nord-Est del paese il loro numero ammonta quasi a 2 milioni di persone. La malnutrizione è in aumento e le strutture sanitarie e le scuole sono state distrutte”

“Siria: I siriani si trovano ad affrontare la più grande crisi umanitaria del mondo. Si stima che circa 13,5 milioni di persone abbiano urgente bisogno di assistenza all’interno del paese, e 6,5 milioni siano sfollate. Inoltre più di 4 milioni di persone hanno già lasciato la nazione”

“Iraq: La violenza ha costretto quasi 3,2 milioni di persone a sfollare anche se il paese ospita profughi siriani. I bambini affrontano l’abbandono scolastico, il lavoro, il rischio di arruolamento in gruppi armati e il colera”.

corridoio umanitario

Le organizzazioni che operano a sostegno dei migranti chiedono protezione nei paesi di transito e la possibilità di costruire un corridoio umanitario per chi è in fuga da conflitti e persecuzioni, mentre a Lampedusa è stata presentata l’iniziativa “L’Europa inizia a Lampedusa” con la partecipazione di studenti, insieme ai superstiti e ai familiare delle vittime del naufragio.

I corridoi umanitari sono un progetto pilota della Federazione delle chiese evangeliche e di Mediterranean Hope, le quali sostengono che attraverso strumenti legislativi dell’Unione Europea, è possibile realizzare ingressi regolari evitando viaggi rischiosi ed irregolari da parte dei migranti.

I costi del progetto pilota sono stati coperti dall’ 8 per Mille clicca qui per vedere cosa sono e come funzionano i corridoi umanitari.

 

PHI Foundation

Manuela Mussa

Lampedusa: l’isola che non c’è

Lampedusa: Per alcuni, come me e te, è uno dei luoghi più ameni d’Italia, ricco di vegetazione e immerso nel mare cristallino… per altri, invece, è “l’Isola che non c’è”, quella cioè che non si riesce a raggiungere perché si perde la vita in mare prima di potervi approdare. Infatti, secondo i dati dell’Unhcr, solo quest’anno, le vittime dei naufragi sono di oltre 2.500.

Lampedusa è tra le rotte migratorie scelte per raggiungere l’Europa da rifugiati e richiedenti asilo provenienti da vari paesi come Siria, Afghanistan e Africa Sub-sahariana. Sono persone disposte a mettere a rischio tutto, persino la propria vita, pur di fuggire dai conflitti armati, dai genocidi, dalle carestie o da altre calamità naturali che affliggono le proprie nazioni.

Mentre nel mondo i conflitti si moltiplicano, cosa fa l’Unione Europea di fronte a questa situazione?

Da una parte c’è l’Italia, rimasta da sola a soccorrere i sopravvissuti nelle acque che circondano Lampedusa, dall’altra ci sono stati come Austria, Ungheria e Regno Unito che, ai propri confini, introducono barriere e controlli per frenare l’entrata dei profughi, lasciando che il mare sia l’unica soluzione per raggiungere il continente e chiedere protezione internazionale.

Menomale però che ci sono più di 200 studenti provenienti dalle scuole superiori di tutta Europa a ricordarci che i diritti umani sono da tutelare, sempre. Grazie al progetto “L’Europa inizia a Lampedusa” questi ragazzi si sono incontrati a Lampedusa, dal 30 settembre al 3 ottobre, per commemorare con workshop, seminari e laboratori i 368 migranti che il 3 ottobre 2013 morirono a largo dell’isola.

Hanno trascorso insieme quattro giornate di scambio interculturale sui temi dell’integrazione e della solidarietà, principi fondamentali e che, non a caso, hanno ispirato la nascita dell’Unione Europea.

In seguito a questa iniziativa, il “Comitato 3 Ottobre”, Onlus nata per istituire il 3 ottobre proprio come data simbolica della “Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione“, inaugurerà in accordo con il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, una “Sezione Giovani” all’interno del Museo della Fiducia e del Dialogo di Lampedusa. Tale spazio sarà dedicato alle opere più belle che i ragazzi realizzeranno durante l’anno scolastico venturo e che saranno scelte tra quelle che sapranno meglio esprimere i valori di dialogo, fiducia e integrazione.

L’incontro degli studenti europei è stata un’importante occasione di crescita per ricordare la strage di tante vite umane affogate tre anni fa nelle acque del Mediterraneo, ma soprattutto ha trasformato Lampedusa in un’ “isola che c’è” per tutti coloro che credono nella fratellanza e nella convivenza tra popoli.

 

PHI Foundation

Vanessa Doddi

TUTTI INSIEME CONTRO LA VIOLENZA DOMESTICA

In Egitto, quello di Noha, è stato il primo caso di giustizia per una donna che ha denunciato la violenza domestica inflitta dal marito. Un successo, se pensiamo che ancora oggi, in molti paesi, la violenza sulle donne nelle relazioni intime è considerata accettabile e la figura femminile ne viene spesso considerata responsabile, invece che vittima.

Nel mondo occidentale il processo di liberazione della donna dalla subordinazione rispetto al partner si è sviluppato con la nascita del movimento femminista, quando le donne per la prima volta hanno detto “Non più!”. In molte hanno compreso che la violenza domestica non è problema di una singola donna, ma problema sociale. Sono così nati i centri di ascolto, i rifugi, gli sportelli telefonici e, negli ultimi anni, anche quelli anti-stalking.

La storia insegna che è importante rompere il silenzio, ma ancora di più che le donne che denunciano non devono rimanere sole. La denuncia infatti è solo il primo passo.

Per uscire dalla condizione di violenza domestica è necessario l’aiuto di persone specializzate: psicologhe, avvocate, poliziotti, operatori socio-sanitari “educati” ad affrontare la violenza di genere con le sue peculiarità e complicazioni. Solo in questo modo, le donne da vittime tornano di nuovo ad essere protagoniste della propria vita.

Nel nostro paese nel 2008 nasce D.i.Re, Donne in rete contro la violenza, associazione nazionale che riunisce più di 70 centri in tutta Italia. Di questa rete fa parte anche Differenza Donna, l’organizzazione dove lavoro come fundraiser.

Nei centri gestiti da Differenza Donna le donne ospiti trovano uno spazio tutto per loro, dove possono condividere la loro storia di violenza domestica con altre donne. Attraverso il confronto ritrovano fiducia in se stesse e, insieme, l’energia per affrontare il futuro. Tutto questo non può avvenire senza il fondamentale sostegno delle operatrici, che sono la vera forza dell’associazione. Lavorano ogni giorno con dedizione e competenza per supportare le donne ospiti nel delicato percorso di ricostruzione di sé e per aiutare i loro bambini ad esprimere e ad elaborare i disagi subiti.

Assistenza legale, sostegno alla genitorialità, incontri protetti dei minori, sportello lavoro sono tutte risposte che Differenza Donna ha messo in campo per contrastare l’isolamento delle donne che hanno subito discriminazione e violenza domestica.

Presso uno dei centri dell’associazione trovano rifugio anche le donne sopravvissute a tratta, sfruttamento sessuale e riduzione in schiavitù. Sono spesso ragazze molto giovani che si portano dentro ferite immense. Grazie all’inserimento nei programmi speciali di salute e protezione di Differenza Donna, possono recuperare pian piano la stima di se e la fiducia negli altri.

Sono davvero orgogliosa che Noha in Egitto abbia avuto il coraggio di denunciare la sua condizione di violenza domestica e che, per la prima volta, anche lì una donna abbia trovato giustizia. Come sono orgogliosa di lavorare per un’associazione che cerca di portare giustizia per le donne qui in Italia. Non c’è niente di più bello che vedere tante di loro ritrovare un sorriso.

 

Phi Foundation

Vanessa Doddi

La satira e il sociale

In questi ultimi giorni abbiamo assistito ad un esempio di satira che ci ha colpito direttamente.

Mi riferisco alle vignette del giornale satirico “Charlie Ebdo” relative al terremoto che qualche giorno fa ha colpito il cuore del nostro Paese, provocando circa 300 vittime, migliaia di sfollati e danni patrimoniali per milioni di euro.

Per chi se la fosse persa allego qui di seguito l’immagine “incriminata”:

images

 

La vignetta ha fatto molto discutere, in Italia e non. Si sono aperti parecchi dibattiti e il sito web e la pagina Facebook di Charlie Ebdo, sono stati presi d’assalto da italiani, indignati, offesi e arrabbiati con la testata giornalistica francese, rea di aver insultato e denigrato i nostri connazionali morti sotto le macerie di un cataclisma imprevedibile ed ineludibile.

Di fronte ad una tale levata di scudi, lo stesso giornale si è sentito in dovere di pubblicare una seconda vignetta per giustificare e spiegare meglio il senso della prima:

Charlie Ebdo

A questo punto direi di entrare un pò nel merito delle due vignette:

Nella prima si legge che gli italiani, emaciati, feriti e schiacciati dalle macerie del terremoto, sono sempre più preoccupati del loro cibo e del loro stile di vita da trascurare la sicurezza delle abitazioni nelle quali vivono. Detta cosi, la frase potrebbe anche avere senso, anche se non capisco la relazione tra cibo e sicurezza infrastrutturale. E dato che non sono il solo a non aver compreso bene questo connubio, i “satirici” francesi si sono sentiti in dovere di spiegarlo meglio attraverso la seconda vignetta, nella quale viene ribadito il concetto che le nostre case sono costruite con metodi mafiosi e non c’entra niente prendersela con Charlie Ebdo.

Ora, non so voi, ma io ritengo che ironizzare su tragedie simili sia quantomeno inopportuno. Ho letto molti commenti, recensioni e giudizi su quanto fatto dai francesi, e concordo con chi sostiene che la “satira” in quanto tale, debba essere scomoda, irriverente, anticonformista e debba provocare delle reazioni forti, anche di disgusto.

Tutto questo è vero, dai tempi di Dante e prima ancora dei drammaturghi greci, la satira è uno strumento che serve a scuotere le coscienze e a far riflettere su questioni morali, sociali e politiche, ma credo che a tutto ci sia un limite. In ogni caso, se anche volessimo attenerci alla regola satira=shock ritengo che in comunicazione se un messaggio non viene recepito dal pubblico non dipende dalla “cattiva” predisposizione del pubblico, ma probabilmente dalla incapacità a realizzare una forma espressiva comprensibile.

Personalmente ritengo che le vignette di Charlie Ebdo, non solo siano di cattivo gusto, ma questo abbiamo visto fa parte della natura stessa del concetto di satira, ma siano poco comunicative, poco chiare e non raggiungano l’effetto desiderato, ovvero spingere alla riflessione e all’autocritica.

Voi cosa ne pensate? E’ giusto fare satira su questioni sociali cosi toccanti e coinvolgenti? Davvero non ci sono limiti di decenza e di buonsenso a ciò che può essere argomento di satira?

 

Francesco Fiore

PHI Foundation

Alzheimer: non ti scordar di me

Non dimentichiamoci di chi non può più ricordare. Fermiamo l’Alzheimer.

“Un uomo che ho avuto la fortuna di chiamare padre amava tantissimo il suo lavoro.

Era la sua vita. Non si fermava mai.

Un lavoro fatto di responsabilità e di problemi quotidiani, di numeri, di leggi che cambiano in continuazione e di rapporti frequenti con le persone.

Ma un bruttissimo giorno tutto questo finì.

Niente più numeri, niente più ricordi.

Mio padre, come l’avevo conosciuto, non esisteva più.

In casa nostra era arrivato l’Alzheimer.

Un ospite crudele e subdolo che non avresti mai voluto conoscere e ricevere.”

Questa triste storia è uguale a tantissime altre storie di tantissime altre famiglie che come la mia hanno avuto la sfortuna di avere a che fare con questa terribile malattia.

Il morbo di Alzheimer è un malattia degenerativa del cervello, ad oggi incurabile, che a partire dalla memoria, prima recente poi a lungo termine, distrugge progressivamente tutte le facoltà cognitive del malato rendendolo incapace di essere autonomo e di avere una vita sociale.

Alzheimer nel mondo

Purtroppo le proporzioni di tale malattia stanno assumendo ormai l’aspetto di una pandemia.

Secondo Alzheimer’s Disease International, la federazione internazionale delle associazioni di Alzheimer di tutto il mondo, nel suo Rapporto Mondiale Alzheimer 2015, la situazione mondiale

del morbo di Alzheimer si può riassumere nelle seguenti cifre:

  • 46.8 milioni di persone con demenza nel 2015
  • 74.7 milioni di persone con demenza nel 2030
  • 131.5 milioni di persone con demenza nel 2050
  • 9.9 milioni di nuovi casi di demenza ogni anno
  • 1 caso di demenza ogni 3 secondi
  • 818 miliardi di dollari l’attuale costo mondiale della demenza
  • 1.000 miliari di dollari il costo mondiale della demenza nel 2018

Questi numeri spaventosi tengono conto soltanto dei malati e non dei cosiddetti caregivers, cioè di tutte quelle persone (familiari, operatori, volontari, ecc…), che prendendosi cura quotidianamente del malato di Alzheimer, subiscono l’enorme stress, la stanchezza fisica e psicologica e la solitudine sociale che spesso li accompagna nella battaglia contro questa terribile patologia.

Alzheimer In Italia

Un recente articolo di Repubblica.it del 24 Febbraio 2016 traccia un quadro a dir poco drammatico della situazione in Italia dei malati di Alzheimer e delle loro famiglie sempre più costrette ad arrangiarsi causa la progressiva diminuzione dell’aiuto pubblico.

Unica nota lieta sono i cosiddetti Alzheimer Cafè.

In Italia ce ne sono circa un centinaio in continuo e costante aumento.

Sono luoghi pubblici dove i malati di Alzheimer e i loro familiari possono usufruire di incontri periodici con personale medico specializzato e svolgere tutte quelle attività di socializzazione utili ad affrontare meglio la malattia.

Alzheimer e Terzo Settore in Italia

A far fronte alla grave mancanza di supporto delle istituzioni pubbliche interviene fortunatamente sempre di più il terzo settore.

Tra le varie realtà non profit piccole e grandi esistenti sul territorio nazionale che si occupano con coraggio e dedizione di fronteggiare il morbo di Alzheimer ricordiamo la Federazione Alzheimer Italia promotrice oltre che della linea telefonica di sostegno denominata Pronto Alzheimer anche di un’ apposita app per permettere alle nuove generazioni e non di conoscere, capire e affrontare questa terribile malattia.

 

PHI Foundation

Alberto Lanzi

Innovation Lab - Lavoro

Famiglie LGBTQI #contiamoci!

La prima raccolta dati sulle famiglie LGBTQI in Italia online dallo scorso 13 luglio.

Quante famiglie LGBTQI, cioè quelle famiglie composte da persone lesbiche, gay, trans, queer, intersex, vivono oggi nel nostro paese? Quante di queste hanno figli, convivono insieme da anni senza che risulti ufficialmente in alcun registro pubblico? Quante di queste sono sposate all’estero o stanno aspettando di potersi unire civilmente in Italia?

Al fine di scattare la prima fotografia più rappresentativa possibile del presente, l’associazione Centro Risorse LGBTI, in collaborazione con Famiglie Arcobaleno e Rete Genitori Rainbow, ha lanciato la prima raccolta dati sulle famiglie LGBTQI, nell’ambito del progetto Rainbow Families finanziato da ILGA Europe.

Per partecipare è sufficiente compilare il questionario consultabile all’indirizzo http://datacollection.risorselgbti.eu/famiglielgbtqi/, accompagnato da un video promozionale, realizzato grazie alla partecipazione diretta di alcune famiglie LGBTQI sparse per il territorio italiano.

I/Le protagonisti/e del video, Roberta, Chiara, Emma e Giada; Marco e Andrea; Laurella; Fabrizio e Lavinia; Valentina e Valentina; Michele e Gianluca sono solo alcuni degli esempi di ciò che l’indagine vuole mettere a fuoco.

Chi sono i destinatari della raccolta dati? I/le componenti di relazioni stabili composte da persone LGBTI con un/a o più partner, single e coppie con figli/e.

Il claim del progetto, #contiamoci!, ha tre livelli di significato: contiamoci per sapere quante famiglie siamo; contiamoci per raccontare la nostra famiglia; contiamoci per rivendicare i nostri diritti.

Sulla base dei dati raccolti il Centro Risorse LGBTI produrrà un report finale, che sarà presentato alle istituzioni locali e nazionali e verrà utilizzato dalle associazioni partner, nell’ambito delle proprie azioni di advocacy.

Avere una base di dati è essenziale per dare una dimensione alle diverse realtà sociali che rivendicano un proprio ruolo all’interno della società. Rivendicazioni che non possono più essere messi da parte, accantonati, rinviati in nome di una politica che considera secondari quelli che ormai vengono annoverati tra i diritti umani da gran parte delle società occidentali.

D.S.

Phi Foundation

fonte: pagina Facebook del Centro Risorse LGBTI

Orfani di femminicidio

L’altra faccia del femminicidio

Bambini orfani di femminicidio senza diritti

Dal 2000 al 2013 sono stati millecinquecento i bambini orfani di femminicidio, dato stimato dal Dipartimento di psicologia dell’Università di Napoli rilevato durante il progetto europeo Switch-off.

Negli ultimi dieci anni sono 1.628, di cui 417 nel corso degli ultimi 3 anni. 52 sono stati testimoni dell’omicidio della madre da parte del padre, ben 18 figli sono stati uccisi insieme con la madre.
Anna Costanzo Baldry nel corso del progetto Switch-off ha intervistato 143 bambini orfani di femminicidio. Dati e numeri spaventosi, che rende il fenomeno del femminicidio ancora più macabro di quanto già non sia naturalmente. Un aspetto spesso sconosciuto e sottovalutato dai media quello dei figli delle donne uccise, che restano orfani di una madre uccisa dall’uomo che avrebbe dovuto proteggere entrambi dal grigiore e dalla violenza del mondo.
Approfondiamo insieme il progetto Switch-off.

Switch-off

Il gruppo di professionisti che ha elaborato i dati comprende otto persone, tra le quali la coordinatrice Anna Costanza Baldry, ed è sostenuto dalla Associazione nazionale donne in Rete Dire che vede 65 centri antiviolenza in tutta Italia. I dati raccolti dagli esperti in merito agli orfani di femminicidio verranno presentati alla Camera durante i prossimi giorni e andranno a contribuire alla creazione di una serie di Linee guida d’intervento che verranno messe a disposizione dei soggetti sociali preposti al trattamento di questo tipo di problematiche.

Servizi sociali, magistrati, insegnanti, associazioni non profit, forze dell’ordine, tutti avranno a disposizione queste linne guida che daranno dei termini comuni per intervenire in caso di orfani di femminicidio, mettendo in atto un protocollo condiviso. Il tutto nell’ottica di comprendere che queste piccole grandi vittime necessitano di attenzione e cure particolari, tutti diritti che spesso le istituzioni negano.

Ad oggi nemmeno il 15% delle vittime inconsapevoli è stato monitorato e seguito attraverso un percorso di psicoterapia. Per quanto concerne, incvece, il sostegno da parte dei servizi sociali, obbligatori in questi casi, molto raramente si protrae nel tempo oltre l’affidamento del minore. I dati dello studio rilevano che questi orfani di femminicidio vengono dimenticati e abbandonati a se stessi e nel migliore dei casi sono i nonni ad occuparsi del difficile periodo di osservazione di un anno dopo il fatto criminoso; il periodo di tempo decisivo secondo quanto stabilito dai manuali di psicologia per evitare che i soggetti decidano di suicidarsi o che diventino esso stessi violenti.

Bambini affidati ai nonni oppure ancora alla famiglia del padre omicida, perché dicono sia giusto non recidere i legami con quella parte di parentela. Nonni comunque devastati dalla perdita di una figlia oppure dal dover riconoscere un mostro nel proprio figlio. Persone anziane, che spesso non sono in grado di elaborare il lutto per sé stessi, figuriamoci per l’orfano di femminicidio.

Orfani di femminicidio

Orfani inconsapevoli

Le vittime di femminicidio inconsapevoli spesso chiedono che fine abbia fatto il padre. Chi non ha assistito all’omicidio, chi non sa cosa sia successo, chiede del padre. Perché il papà non si può cancellare. Spesso si tagliano i rapporti, perché troppo difficili da gestire da parte degli affidatari.

Altre volte le famiglie affidatarie fanno decidere ai figli, una volta maggiorenni, come procedere e quale tipo di rapporto instaurare col padre omicida. Un’infanzia costruita sulle mancanze di affetti, sulle supposizioni, sulle indecisioni.

Le ferite che restano, più che psicopatologiche sono ferite di vergogna. Molti di loro si sentono diversi dagli altri e spesso non possono trovare conforto in chi ha vissuto il lutto prima di loro, le nuove persone di riferimento. Spesso i figli maschi vivono poi un senso di colpa per non essere riusciti a proteggere e salvare la loro mamma. Ed è pressoché impossibile far capire che un bambino di 6 anni non può fermare la mano del padre omicida.
Vittime e orfani di femminicidio, orfani due volte: orfani di madre; orfani di padre.

Orfani di femminicidio

Cosa può fare il non profit

E’ necessario, a mio avviso, investire in maniera mirata per sostenere le “seconde” vittime del femminicidio, spettatori casuali di ménage familiari non convenzionali.

Perché, come sostiene la dottoressa Baldry: “Non vorrei sembrare troppo dura, ma viene da pensare che questi ragazzi siano orfani tre volte, perché pure lo Stato li ha abbandonati nel momento in cui ha ignorato le denunce di violenza presentate dalle vittime”.

Le istituzioni, le organizzazioni non profit, i servizi sociali possono essere di aiuto in questo delicato momento della vita di queste vittime. Il mondo associativo deve adottare le linee guida che verranno emesse e attuare un protocollo comune e condiviso che possa essere realmente di aiuto a questi orfani, le vittime del femminicidio che restano vive ma muoiono dentro se non seguite adeguatamente. Perché il terzo settore è nato per intervenire laddove le Istituzioni non riescono ad agire.

Jenny Rizzo

Phi Foundation

Tratta - Il dramma umano

Il dramma umano e sociale della tratta degli esseri umani

La tratta degli esseri umani, un crimine di cui l’80% delle vittime sono donne e bambine.

Pochi sanno cos’è la tratta degli esseri umani. La maggior parte delle persone non conosce il vero motivo della presenza di ragazze straniere sul ciglio della strada, pensano che siano lì per loro volere, liberamente. Invece sono costrette a prostituirsi dalla criminalità organizzata. Vengono minacciate, soggiogate psicologicamente, percosse e abusate.

Tratta - Il Buon samaritano

Tratto dal libro Il buon samaritano si ferma ancora

“…eri appena scappata dalla strada e dalla madam grazie all’aiuto di quel ragazzo italiano. Per me era una giornata di lavoro, come altre prima e come tante ci sarebbero state in futuro.

Eccoti lì, seduta sul divano in comunità, un po’ impaurita, imbronciata, pensierosa. Hai alzato lo sguardo. Eri bella con quelle treccine solo un po’ disfatte. Ho cercato di sfoderare il mio sorriso migliore, ti ho rivolto la parola nel mio pidgin english non proprio perfetto e ti ho detto il mio nome. Volevo farti capire che ero una sister e che potevi fidarti di me.

Mi hai dato l’impressione di essere un cucciolo arrivato dalla foresta, ancora fiero e vivo, ma infinitamente stanco, sofferente, appena stato curato dalle ferite, medicato e nutrito, che stava cercando di riprendere le forze…”

Il Libro racconta la storia di Doris e di come sia riuscita a scappare dai suoi sfruttatori grazie all’aiuto di un giovane ragazzo.

Queste donne possono essere aiutate a sottrarsi alle violenze e allo sfruttamento sessuale aderendo al programma di protezione sociale art. 18 D.Lgs. 25 luglio 1998 n. 286 che prevede un percorso di fuoriuscita nel quale è inclusa anche la denuncia degli sfruttatori.

Il Dipartimento per le Pari Opportunità, nell’anno 2000, ha istituito il numero verde antitratta 800.290.290, un aiuto concreto per le vittime di tratta, non solo, ma anche per tutte quelle persone che vorrebbero dare una mano a queste persone ma non sanno a chi rivolgersi.

Tratta - Rotte di migranti

Il numero verde è attivo sul territorio italiano 24 ore su 24.

Tratta

Il condizionamento psicologico subito è fortissimo. La maggior parte delle ragazze ridotte in schiavitù provengono dalla Nigeria, dove, appena prima della partenza, vengono sottoposte al rito woodoo.

Una pratica in grado di soggiogare le vittime e, col tempo, provocarne crolli di natura psichiatrica.

La tratta degli esseri umani costituisce una violazione dei diritti umani e un’offesa alla dignità e all’integrità dell’essere umano ( dalla “Convenzione del Consiglio d’Europa sulla lotta contro la tratta di esseri umani”).

Recentemente è stato pubblicato il “Piano Nazionale Antitratta – 2016/2018”, documento tanto atteso dalle organizzazioni no profit che si occupano di aiutare le vittime in questione, che finalmente, dopo 3 anni, è stato presentato con all’interno procedure operative più dettagliate con particolare riguardo ai minori non accompagnati e all’identificazione delle potenziali vittime all’interno dei richiedenti asilo. Si auspica la creazione di una rete nazionale, regionale e locale per favorire una importante collaborazione.

Di seguito alcune letture. Sono consigliate a chi ha voglia di aprire gli occhi e abbattere i pregiudizi.

Aurora e le altre – storie di Liberazione e speranza
Clienti – due ragazze costrette a prostituirsi. Il loro sguardo sugli uomini
Grido Silenzioso – una storia di dignità riconquistata

I libri contengono storie vere di donne aiutate dall’associazione Liberazione e speranza Onlus che da 16 anni attua programmi di protezione per le donne vittime di tratta.

Manuela Mussa

Phi Foundation

La Gazza

Come prevenire e contrastare la violenza sulle donne?

Una donna in difficoltà a chi può rivolgersi? Cosa può fare e a chi può chiedere aiuto? Per il bene di tutte le donne: leggete e divulgate per contrastare la violenza sulle donne.

L’organizzazione mondiale della sanità ha definito la violenza sulle donne “forse la più vergognosa e pervasiva violazione dei diritti umani“.

Dall’inizio dell’anno sono morte 58 donne, uccise da compagni, mariti, fidanzati che dicevano di amarle. Ma allora come si può prevenire e contrastare questo allarmante fenomeno? Io, donna, moglie e mamma, me lo chiedo sempre più spesso.

Una donna in difficoltà può rivolgersi al Telefono Rosa, contattare un centro antiviolenza, oppure, scaricare un App.

S.H.A.W è una App gratuita per aiutare le vittime di violenza a chiedere aiuto nella maniera più semplice e diretta possibile; questa App è disponibile in 12 lingue e scaricabile da App Store e Google Play Market collegandosi direttamente dal seguente mini sito appshaw, una volta scaricata è possibile inoltrare chiamate di emergenza diretta ai numeri 112 e 1522.

Violenza sulle donne

Il Telefono Rosa attivo tutti i giorni – 24 ore su 24 al numero 1522, può dare sostegno pratico alle donne vittime di stalking o informativo riguardante la legge 119/2013 sul femminicidio.

I centri antiviolenza presenti sul territorio nazionale sono completamente gratuiti e accessibili a tutte le donne, italiane e straniere. Potete trovare un elenco con le città sul sito vitadidonna.

Vi invito a condividere queste informazioni, anche attraverso Facebook, nella speranza che più donne possibili ne vengano a conoscenza perché potrebbe salvare la vita a qualcuna di loro, e a partecipare alla “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne” che si celebra il 25 novembre di ogni anno, con lo scopo di richiamare attenzione sul femminicidio.

Bene. Sappiamo a chi rivolgerci. Occorre però trovare il modo di debellare la cultura della violenza sulle donne, del dominio e della prevaricazione.

Manuela Mussa

Phi Foundation

Carcere

Concorso di colpe – per approfondire l’argomento carcere

Concorso di colpe

“Paradossalmente è stato Dio a creare l’inferno come luogo dove tenere il male”   P. Zimbardo
Di Jenny Rizzo

Prefazione:
Nicola Boscoletto, Presidente Officina Giotto
Mauro Imperiale, Consulente e criminologo
Stefania Pastori, inviata delle donne maltrattate

Copertina:
Marco Marchesi

Photo Courtesy:
Sara Meggiolaro
Emil Khorsai
Bob Strides

non profit

Concorso di colpe, il mio secondo libro, nasce per dare al lettore la possibilità di approfondire l’argomento carcere, offrendo loro anche un altro aspetto, più marcatamente drastico e difficile rispetto al primo libro.

“Criminologa e volontaria. Un binomio non comune. Perché come potrete vedere, nella sua attività di volontaria presso una struttura che accoglie persone in misure alternative alla detenzione in carcere, l’autrice non mette da parte l’animus della ricercatrice, non smarrisce il filo dell’analisi. Parallelamente, nei suoi ragionamenti criminologici non perde mai di vista la persona… Per questo, in un momento storico in cui di carcere non si parla, o si parla solo con la demagogia del «cacciateli dentro e buttate via la chiave», le pagine di Jenny Rizzo sarebbero da raccomandare a tanti ”

Così mi descrive N. Boscoletto nella sua prefazione, che mi rende orgogliosa di quanto fino ad oggi fatto e realizzato. Concorso di colpe vuole si mostrare il carcere attraverso gli occhi di chi lo ha vissuto o lo vive tutt’ora, ma vuole altresì sottolineare aspetti difficili del mondo penitenziario che rende complesso rieducare seriamente i nostri detenuti, abbassando la recidiva. Nicola è uno che come me crede nella seconda possibilità da offrire a chi ha sbagliato, ma una seconda possibilità che sia concreta e reale, non solo sulla carta. Lui all’interno del carcere di Padova ha creato una vera e propria impresa, nella quale i suoi ragazzi lavorano duramente e imparano un mestiere che dia loro la dignità di uomo.

Ho conosciuto qualcuno di loro e ancora oggi porto il ricordo vivo di quella chiacchierata “grazie a questo lavoro posso far studiare mia figlia, anche se io dal carcere non uscirò”.

Lavoro è sinonimo di dignità, anche in carcere. Perché, come dice Nicola, i detenuti sono prima di tutto persone. E per questo vanno considerate.

Carcere


Le storie che ho raccolto in questo secondo libro sono un poco più difficili e meno commoventi, ma era doveroso da parte mia raccontare anche il lato “brutto” del carcere.
Detenuti che evadono perché non trovano pace.
Ragazzi che fuggono senza lasciare traccia, perché nessuno qui gli ha offerto aiuto una volta fuori dal carcere durante la misura alternativa.
Uomini che si sentono in dovere di mantenere i propri figli, anche illegalmente.
Ragazze che scontano pene detentive durissime per aver difeso la propria dignità di donna.

Dal mio primo saggio Oltre il pensiero delle sbarre all’uscita di questo secondo libro sono trascorsi due anni.
Due lunghi anni in cui normative in materia penitenziaria hanno cercato di porre rimedio al problema del sovraffollamento delle carceri e alle condizioni disumane in cui vivono molti detenuti italiani.

Molti istituti di pena, infatti, ora hanno un numero quasi regolamentare di persone detenute; ogni detenuto ha lo spazio necessario per poter trascorrere dignitosamente la propria vita in cella.

Ma è realmente stato fatto tutto ciò che era nelle nostre possibilità per alleggerire la recidiva e la criminalità?
Un poco di spazio in più in cella è davvero utile affinché un criminale non torni a delinquere?
Oppure possiamo fare molto di più.
Non per aiutare i criminali, quanto piuttosto per aiutare la nostra società ad avere meno delinquenti e criminali?

 

Nicola Boscoletto nella sua prefazione scrive “In più di una pagina ci accorgiamo che con il suo disincanto e i suoi modi spicci Jenny riesce in modo molto diretto a toccare, a sfondare il muro di autodifesa che persone troppo provate dalla vita creano intorno a sé. Un muro perforato magari solo per un momento, ma sono momenti che lasciano una traccia”.

Ecco, lasciamo una traccia noi tutti e prendiamo coscienza del fatto che il carcere esiste ed è parte della nostra comunità.

Il libro è in vendita su Amazon.it.
Se desiderate una copia autografata, contattatemi direttamente jenny.rizzo@alice.it

Jenny Rizzo

Phi Foundation

Oltre il pensiero delle sbarre

Oltre il pensiero delle sbarre

“Quando stai di fronte a un albero, se guardi una sola delle sue foglie rosse non vedrai tutte le altre…
Sarà come se le altre non esistessero”   Takuan Soho
Di Jenny Rizzo

Prefazione:
Massimiliano Frassi, presidente Associazione Prometeo lotta alla pedofilia, blogger e scrittore
Valeria Pozzoni, Psicodiagnosta e psicoterapeuta

Copertina:
Marco Marchesi

non profit

La raccolta di queste storie nasce dalla mia esperienza personale vissuta con i protagonisti, gli abitanti delle celle e del carcere, intesi come detenuti ma anche educatori, operatori penitenziari, volontari.

Scopo del libro vuole essere quello di sensibilizzare l’opinione comune nei confronti del delicatissimo tema “carcere” raccontando aspetti nascosti agli occhi della società; aspetti che solo vivendo in prima persona le storie dei protagonisti è possibile percepire.

Ho voluto raccontare il carcere oggettivamente, attraverso i numeri: sovraffollamento delle carceri; condizioni di vita all’interno di una cella; percentuale di recidiva rispetto alle misure alternative; lavoro in carcere; costo di ogni detenuto, con particolare attenzione allo scarso finanziamento di progetti innovativi e trattamentali all’interno degli istituti. Il tutto descritto e valutato secondo il mio personale punto di vista, nella speranza che le mie parole possano far riflettere ogni lettore.

Dall’oggettività mi sposto verso il pensiero soggettivo, mostrato attraverso ogni singola storia raccolta nel libro. Le storie di questo primo libro sono storie toccanti, che arrivano dritte al cuore delle persone; emozionano e coinvolgono il lettore. Storie di bambini chiusi in cella perché hanno il diritto di stare con la loro mamma, sempre e ovunque. Storie di giovani ragazzi che si lasciano trasportare dalle cattive compagnie, vittime della propria ignoranza e del proprio buonismo. Storie di donne forti, perseguitate dalla smania di successo e del possesso materiale dei beni.

In Oltre il pensiero delle sbarre ho scelto di parlare delle persone che restano nell’ombra, che nessuno conosce perché nessuno racconta di loro.

Sono i detenuti che non possono avere una seconda possibilità perché non hanno una famiglia ricca alle spalle; sono i giovani che si danno al guadagno facile, perché nessun padre ha insegnato loro cosa significa lavorare e guadagnare dignitosamente; sono i bambini violentati e picchiati, uomini che oggi stanno in una cella perché chi aveva il dovere di tutelare il loro sviluppo psicofisico ha abusato della loro infanzia, creando quei mostri che oggi conosciamo attraverso i media.

Tutti i nomi dei protagonisti delle storie sono stati sostituiti con nomi di fantasia, per proteggerne la privacy e tutelare il loro percorso di reinserimento sociale. Di tutti loro porto nel cuore il ricordo dei loro occhi pieni di vita. Di una di loro ho voluto riportare i pensieri, perché la sua voce possa aiutare a far riflettere.

Oltre il pensiero delle sbarre - Carcere

Il mio libro deve aiutare la società a riflettere su di un problema che è parte di noi: dobbiamo prendere coscienza del fatto che il carcere esiste e non può tenere chiusi in cella per sempre i detenuti. Prima o poi il nostro vicino di casa potrà essere uno dei protagonisti di queste storie.
Quindi perché non impegnarsi affinché il carcere possa essere davvero utile alla rieducazione? Investire in progetti che diano loro la possibilità di imparare a vivere nella legalità è doveroso per una società come la nostra.

Il mio libro vuole proprio mostrare l’altro lato del carcere, quello che solo chi lo vive può osservare. Così che tutti noi si possa riflettere seriamente sull’argomento.

Il libro è in vendita su Amazon.it.
Se desiderate una copia autografata, contattatemi direttamente jenny.rizzo@alice.it

Jenny Rizzo

Phi Foundation