La bicicletta

LE DUE BICICLETTE ROSA

Fin da bambina, dall’età di 5 anni, desideravo fortemente imparare ad andare in bicicletta, ma avevo grosse difficoltà a tenermi in equilibrio, contavo sull’appoggio di muri e cancellate per tenermi e chiedevo spesso a mio fratello più grande continue lezioni su come guidare la bicicletta, ma nonostante i suoi consigli non riuscivo lo stesso a stare in equilibrio.

Molto spesso non riuscivo a frenare ed andavo a sbattere contro gli ostacoli che trovavo lungo la strada.

Dopo continui tentativi con la mia caparbietà sono riuscita a stare in equilibrio sul veicolo.

Mio padre, all’età di 8 anni, mi regalò una bicicletta rosa che aveva il campanello posizionato sul manubrio ed io mi divertivo a suonarlo, lo suonavo soltanto per ascoltare il suo suono.

Col passare del tempo imparai benissimo ad andare in bicicletta dopo aver superato le prime difficoltà infantili, mi lanciai in lunghe escursioni e passeggiate.

Abitavo in un condominio e nell’androne del palazzo lasciavo la bicicletta lì senza chiuderla con la catena, capitò un giorno che scesi giù per prenderla e la bici non c’era più perchè era stata rubata.

Ci rimasi molto male e tornai a casa molto dispiaciuta.

Crescendo e vivendo in una grande città mi sono resa conto che la bicicletta è un’oggetto di vitale importanza.

Infatti ne acquistai un’altra sempre di colore rosa, andai in un negozio di biciclette e ne presi una, ci feci montare i cestini sia anteriori che posteriori, i due fanalini anteriore bianco come vuole la normativa sulla sicurezza e quello posteriore rosso e fui molto contenta e soddisfatta di spostarmi in città in bicicletta anzichè con l’automobile.

Insomma scorrazzavo di qua e di là in città senza sosta, andavo al supermercato a fare la spesa, mi recavo in università, andavo in biblioteca a studiare, andavo dappertutto con la mia biciclettina rosa. Ci tenevo moltissimo, la pulivo, la lavavo ed in ogni posto della città dove parcheggiavo la chiudevo con una grossa catena, in modo tale che la potessero difficilmente rubare.

Una sera decisi di andare a vedere un concerto di musica, presi la mia bici ed andai, giunta in piazza la parcheggiai vicino ad un parco, dove lì di fronte c’era un vigile urbano che vi prestava servizio.

Tranquillamente scesi dal mezzo, la legai con la catena ad un’inferriata ed andai al concerto.

Dopo la mezzanotte il concerto terminò e ritornai nel parco per prendere il mio veicolo, ma trovai un’amarissima sorpresa, la mia bici era sparita, era stata portata via da un ladro, nonostante la presenza del vigile urbano e della catena.

Feci 100 metri andai dal vigile urbano a chiedere se lui avesse visto qualcosa ma, nonostante fosse a 100 metri dal veicolo lui era del tutto ignaro di quanto accaduto.

Mi stupì profondamente la sua disattenzione e la sua indifferenza su quanto accaduto sotto i suoi occhi, presi la metropolitana e tornai a casa molto affranta e dispiaciuta.

I furti di biciclette, purtroppo sono in continuo aumento e questo è un altro dei motivi che spinge le persone a non spostarsi con questo veicolo.

Tutto ciò mi fa pensare a come le persone siano disposte a rubare, a fare del male agli altri senza pensarci troppo, agendo secondo il proprio egoismo, e a quanto le nostre città sono invivibili, poco sorvegliate e a quanta noncuranza, trascuratezza, incuria sia presente.

 

ANDARE IN BICICLETTA: SCELTA «GREEN»

A differenza dell’Italia, in alcuni Stati del Nord Europa come l’Olanda, la Danimarca, la Svezia, la Norvegia  andare in bicicletta è un «culto» e le leggi impongono di effettuare spostamenti in bicicletta, dotando le città di attrezzature necessarie allo spostamento sulle due ruote a pedali al fine di ridurre a zero l’inquinamento atmosferico e salvaguardare l’ambiente e quindi anche la salute dei cittadini stessi.

Credo che dobbiamo prendere esempio da queste nazioni ed adottare delle politiche ecologiche a zero impatto ambientale e difendere l’ambiente adesso ed uscire dalla coltre di arretratezza, regresso, «barbarità ambientale» e schiudersi verso una nuova legislazione che difenda il Pianeta e di conseguenza anche noi stessi; ma tutto ciò deve partire dalla politica e non soltanto da un piccolo gruppo di cittadini.

 

IL BICENTENARIO DELLA BICICLETTA

Ebbene sì, questo straordinario, comodissimo, praticissimo veicolo a due ruote il 12 giugno del 2017 ha spento ben 200 candeline compiendo 200 anni, inventata appunto il 12/06/1817 dall’ aristocratico tedesco Karl Friedrich Christian Ludwig Freiherr Drais von Sauerbronn, noto col nome di Karl Drais, un barone che nelle campagne del Baden-Wüttemberg, sud-ovest della Germania, usava la bicicletta per spostarsi, in sostituzione all’uso del cavallo.

Inventò una Laufmaschine (macchina da corsa) detta draisine (draisina in italiano, che deriva dal cognome dell’ inventore) ossia una bicicletta composta da: due ruote in legno con 8 raggi, un manubrio direzionale, una sella, sprovvista di pedali e freni, i quali furono aggiunti successivamente, e veniva spinta a mano, correndo.

Drais, compì molti viaggi con il suo prototipo di bicicletta, fu un inventore geniale ed aristocratico e ricevette molte riconoscenze per questa sua invenzione.

Spostarsi in bicicletta, oggigiorno è divenuta una scelta molto importante in quanto economizza l’ammorbamento dell’aria cittadina, riducendo inquinamento e traffico ed allo stesso tempo i costi per il trasporto urbano.

 

Filippelli Giuseppina

PHI Foundation

JUNE TRA PAROLE E MUSICA

JUNE: TRA PAROLE E MUSICA

JUNE: TRA PAROLE E MUSICA

 

June, tra parole e musica

Ci sono così tanti modi per creare un legame con le persone. June è una donna francese che viaggia sin da quando era bambina. Convinta che le lingue siano, oltre a uno strumento utile per comunicare, anche un modo per conoscere meglio altre culture. Così come la musica, che può suscitare emozioni in qualsiasi lingua.

 

MUSICA, LINGUAGGIO A SÉ

Una serie di elementi mi porta a pensare che la musica sia un linguaggio a sé, che rimuove tutte le barriere, che trasmette emozioni che non sono descrivibili a parole. Ma cantare nella lingua madre di qualcun altro dà sempre qualcosa in più alle tue performance. Perché ti comprendono. Potrebbero interpretare quello che dici a loro modo, ma questo dà loro la possibilità di unirsi al tuo percorso.

 

IL VIAGGIO

Quando ero più giovane e vivevo con i miei genitori e anche da adulta ho avuto la possibilità di viaggiare molto. I miei genitori mi portavano sempre in posti diversi. Nella maggior parte dei casi in Europa ma ricordo anche di essere stata negli Stati Uniti quando avevo 10 anni. Così il viaggio è diventato una parte della mia vita. Ho sempre amato scoprire nuove culture e tutto ciò che è legato ad esse.

 

JUNE TRA PAROLE E MUSICA

 

 

BICULTURALE

Sono anche biculturale: mia madre è italiana, mio padre francese. Perciò sono sempre stata propensa ad imparare nuove lingue. Ho sempre ritenuto “gentile” imparare qualche parola nella lingua del Paese che sto per visitare. È molto simbolico per me. Ciò dimostra che stai davvero venendo incontro agli abitanti della nazione in cui stai andando. Molti aspetti delle varie culture si riflettono nel modo in cui le persone si esprimono. Scoprire nuove espressioni in diverse lingue è sempre stato un piacere per me. Ora che ne conosco 4 è divertente confrontarle e scoprire cosa ti dicono della loro cultura. E amo le lingue europee. Poiché quasi tutte (ad eccezione del basco e dell’ungherese) hanno in comune origini latine, è incredibile scoprire come ogni accento abbia trasformato la parola originaria in una nuova. Accento, Accent, Akzent. Indovinate le lingue (attenzione, c’è una trappola, dato che una parola è uguale in due lingue ma pronunciata in due modi diversi).

 

MAIL INSPAGNOLO

Un giorno ho ricevuto una mail in spagnolo ed ero stupita nel constatare che potevo capire il 60% del testo senza utilizzare Google Translate. La stessa cosa è capitata quando sono stata in Portogallo. Ho provato a leggere direttamente la guida turistica in portoghese senza guardare la versione in inglese. E mi ha sorpreso comprendere la maggior parte di essa. Il discorso cambia con il parlato. L’accento è quasi incomprensibile per me. Ma forse potrei cavarmela seguendo mentre leggo.

 

FELICI

Le persone sono sempre felici quando provi a parlare la loro lingua perché eviti a loro lo sforzo di trovare un modo per comunicare con te. E mostra che ti stai impegnando per interagire con ciò che ti circonda.

 

WSMITH

Lavoravo per WSmith, una libreria in inglese a Parigi. Lì vedevo americani ed inglesi vantarsi di non imparare il francese. Erano in Francia per solo uno o due anni, perché dovevano farlo? Avevo l’impressione che ci fosse qualcosa di sbagliato. Come puoi capire i francesi, il loro umorismo e la loro cultura senza nemmeno provarci? Ho vissuto 3 mesi in Corea per studio quando avevo 23 anni e continuo a rimpiangere il fatto di essere stata in grado solo di contare fino a 4 in coreano (hana, tul, set, net), di dire ciao (Annyon Haseyo), pronto (quando rispondi al telefono: Yoboseyo) e il mio nome (che ora nemmeno ricordo). Ho imparato a leggere ma le parole mi erano totalmente sconosciute e non avevo alcun modo di sapere il loro significato anche se ero in grado di pronunciarlo. Mi è stato utile soltanto per trovare il nome della mia fermata sulla guida quando sono arrivata in una città. Ma almeno ci ho provato e l’ultima volta che ho visto dei coreani a Parigi qualche mese fa sono stata in grado di salutarli. Penso che ciò dia un senso di orgoglio alle persone. Impegnarsi ad imparare la loro lingua li fa sentire importanti. Così come sono fiera di parlare 4 lingue fluentemente e spero di far lo stesso anche con spagnolo e portoghese prima di morire. Forse non fluentemente, ma la prossima volta voglio essere certa di poter capire qualcosa e di farmi capire in queste due lingue.

 

20 ANNI

Sono diventata un’artista quando avevo 20 anni. Penso che tutte le volte che ero all’estero e c’era un piano da qualche parte o una serata karaoke cercavo sempre di suonare e/o cantare. Ho cantato in Cina in una di queste occasioni informali nel 2002. Nel 2003 in Corea in una vera battaglia delle band. Nel 2005 a New York in una serata open mic. Il primo invito ufficiale a suonare all’estero è stato nel 2008 al «Sellabration». Ad Amsterdam, direttamente in una delle location più famose insieme alla mia band. Era pazzesco incontrare tutti i fan che avevano contribuito a finanziare il mio album «And maybe a tree will rise out of me…» in quei mesi. A marzo 2018 sono stata in Bangladesh dove sono stata applaudita come una superstar dopo aver fatto una cover in francese. È stata come una ondata di gioia dal pubblico e così tanto buonumore che volevo ridere anche se era inopportuno. Non avevo mai ricevuto un’accoglienza del genere prima di allora e non so se fosse meritata. Ma posso dirvi che vi trascina. Non potevo dare una mano, ma ho avuto un sorriso stampato sul mio viso per tutto il giorno seguente e ho fatto sorridere anche tutti quei ragazzi bengalesi che stavano studiando francese.

 

LA MUSICA

Ho realizzato abbastanza tardi che la musica fosse la mia meta. Dare emozioni alle persone. Farle ridere, sorridere, applaudire, ballare e a volte anche ricevere un’ovazione. Purché sia spontanea. E ciò può essere fatto in ogni lingua. Ho comprato l’album in capoverdiano di Lura perché era grandiosa sul palco. Senza aver idea di cosa stesse cantando. Ma trasmetteva una immensa sensazione di gioia. Gioia che provo ancora ogni volta che l’ascolto. Lo stesso vale per Bebel Gilberto o Compay Segundo. Posso intuire alcune parole, mentre altre mi risultano incomprensibili. Ma la voce, i suoni e gli arrangiamenti mi trasmettono emozioni.

 

 

VIAGGIO SINONIMO DI AVVENTURA

Per me viaggiare è sempre stato sinonimo di avventura. Dal momento in cui sali su un’auto, su un bus, su un treno, su una nave o su un aereo può sempre capitarti qualcosa che ti possa fare arrivare in ritardo. Possono esserci ritardi, cancellazioni, incontri con persone che non avresti altrimenti mai rivisto. Anche quando programmi tutto sai che qualcosa può sempre andare diversamente da come avevi previsto. Avevo un visto per l’Australia che avevo ottenuto nel 2011 assieme al mio ragazzo dell’epoca per rimanere lì per un anno. Ci siamo lasciati, ma pensavo che quella avrebbe potuto essere la mia unica opportunità di andarci. Così ho chiesto a Gaëlle Buswel, una delle mie migliori amiche, di unirsi a me. Era uno dei suoi sogni visitare quel Paese e pensavo che avremmo potuto riprendere le nostre esibizioni a vicenda e fare un piccolo road trip. Ma ha cancellato un mese prima della partenza. Così ho deciso di perseguire l’idea di realizzare dei filmati e ho trovato una ragazza disponibile a filmarmi.

 

JUNE TRA PAROLE E MUSICA

 

AUSTRALIA

Prima di partire per l’Australia ho avuto molti problemi con gli uomini. Quello che le persone sembrano aver scoperto con il #metoo è una cosa che ho sopportato per anni a Parigi. Gli uomini mi parlavano (e non in maniera piacevole) in strada, molestandomi e qualche volta anche palpandomi (fondoschiena, seno) in stazioni ferroviarie e ai concerti. Ciò mi ha provocato un senso di sfiducia nei confronti dell’umanità e degli uomini in particolare. Pensavo che tutti gli uomini fossero sessualmente violenti e incapaci di controllarsi. Avevo provato 2 società dove non mi era capitato nulla (Corea del Sud e Inghilterra). Ma non ero così convinta che fosse così anche nel resto del mondo.

 

UN’ALTRA RAGAZZA

Quando sono andata in Australia con un’altra ragazza non ho portato con me la carta di credito perché volevo sopravvivere solo grazie alle donazioni. Affidarsi alla generosità delle persone era qualcosa di più di una semplice scommessa. Era un salto nella fiducia delle persone. E Dio sa quanto non ne sia rimasta delusa. Avevo programmato in anticipo dove sarei potuta stare grazie al couchsurfing. E gli uomini erano sempre disponibili ad ospitarci. Ero molto preoccupata di ricevere spesso avance. Ma ad eccezione di un ragazzo che, dopo avergli raccontato le mie disavventure a Parigi, mi ha detto «Puoi toccare le ragazze senza andare in prigione? Dove posso firmare?» (Inutile dire che siamo andate via la mattina seguente) ho trovato quasi solamente ragazzi incredibilmente gentili, sempre pronti ad aiutarci, a darci un passaggio, a cucinare per noi quando non avevamo nulla per cena, ad ospitarci e a volte regalarci anche biglietti per spettacoli teatrali e montagne russe. Tutti loro erano single e mi chiedo sempre come sarebbe stata l’atmosfera se fossi stata da sola. Ma voglio davvero ringraziarli perché mi hanno ridato fiducia nell’umanità, mostrandomi quanto gli uomini possano essere perbene. Senza contare tutte le persone che ho incontrato per strada. Bambini, donne, uomini che mi hanno dato qualcosa. Soldi, cibo, un caldo sorriso o un segno di approvazione. Tutti loro hanno reso il mio viaggio in Australia incredibile e imprevedibile. Faccio ancora fatica a credere che siamo riuscite a raggiungere le 6 grandi città australiane solamente grazie a quello che abbiamo guadagnato. Riuscendo a pagare cibo e trasporti per entrambe.

 

UN FIGLIO

Ora che ho un figlio e comprendo l’impatto ecologico che viaggiare comporta non sono più così propensa a muovermi così tanto. Inoltre, ho scoperto che quello che amo di più è scrivere canzoni. È un viaggio interiore che permette di far uscire emozioni che talvolta non sapevo nemmeno di provare. Capita comunque ancora di muovermi, specialmente per esibirmi e per altre cose legate alla mia carriera musicale. E nessun anno si può considerare completo senza essere stata in Italia almeno una volta. Il cibo, la cultura, la lingua. Adoro tutto.

 

CONCERTI

Farò dei concerti in Germania e in Belgio e rivedrò Katie Ferrera a Los Angeles al Sync Summit a dicembre. Non vedo l’ora. Abbiamo scritto una canzone insieme su Skype sebbene non ci conoscessimo. Le ho detto che sarei potuta venire a Los Angeles per il Sync Summit e le ho chiesto se avesse potuto ospitarmi. E lei ha accettato di farlo. La stessa cosa che farei se dovesse decidere di venire in Francia. Voglio sempre aiutare i viaggiatori. Forse è per questo che i turisti vengono sempre da me quando sono in cerca qualcosa. Forse il mio viso dice «Vieni qui. Sai che hai trovato qualcuno che potrebbe aiutarti.»

 

 

ARTICOLO ORIGINARIAMENTE POSTATO IN INGLESE SU COWBOYS FROM SPACE

Cowboys from space è un blog in inglese creato da Matt Supertramp in cui si invitano persone da tutto il mondo a scrivere storie riguardanti arte, musica e viaggi. Lo scopo del sito è quello di raccontare ciò che ci circonda e come lo percepiamo grazie alle parole, alle immagini e ai suoni. A volte in modo poetico, a volte irriverente. Ma cercando sempre di essere spontanei.

 

 

SI RINGRAZIA PHI FOUNDATION PER AVER PUBBLICATO LA VERSIONE ITALIANA DI QUESTO POST.

 

 

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June Caravel

PHI Foundation

ISABELLE

ISABELLE: IL NOSTRO PIANETA IN UNA FOTO

ISABELLE: IL NOSTRO PIANETA IN UNA FOTO 

 

Isabelle, il nostro pianeta in una foto

Isabelle è una ragazza olandese che ha sempre avuto a cuore il nostro pianeta e lo raffigura grazie alla sua camera, con la speranza che le sue foto possano aiutare le persone a realizzare quanto la Terra sia un posto così prezioso.

 

 

COME HO INIZIATO A SCATTARE FOTO

Ho avuto la mia prima vera camera quasi dieci anni fa. Era soltanto qualcosa che volevo provare a fare, non avevo nessuna esperienza nella fotografia. E così ho cominciato. Nel nostro giardino, nella foresta vicino alla nostra casa e poi, quando sono cresciuta, nei miei viaggi. L’ho amato. Mi ha dato un nuovo modo per catturare quei momenti che non voglio dimenticare. E soprattutto per raffigurare il mondo come lo vedo.

 

 

 

NOI E I CAIMANI

È strano ma ho sempre avuto a cuore il nostro pianeta. Nessuno me lo ha mai detto, lo sapevo già. Per me non c’è nulla di meglio che trascorrere una giornata a contatto con la natura, stando in silenzio e assimilando la pace. Penso si possa imparare molto dagli animali selvatici! Qualche settimana fa ero in Mato Grosso, Brasile. Un posto ricco di natura. Ovunque guardi trovi vita. Ho visto centinaia di capybara, caimani e così via. Non dimenticherò mai quanto fosse pacifico. Sebbene i caimani mangino pesci non ne divorano mai di più di quelli di cui hanno effettivamente bisogno. Nella stagione secca ci sono soltanto pochi stagni in cui si trovano pesci. Ci potevano essere venti, trenta caimani, o forse più, che dovevano sopravvivere tutto l’inverno in uno di quei laghetti. E anche se i pesci avessero nuotato di fronte a loro pronti ad essere divorati i caimani non lo avrebbero fatto. Catturavano solo i pesci di cui avevano bisogno e lasciavano andare gli altri. Erano consapevoli che se avessero mangiato più di quanto fosse stato necessario non avrebbero avuto cibo sufficiente per sopravvivere fino al ritorno delle piogge. Come sarebbe se vivessimo anche noi in questo modo? In fondo sappiamo tutti che c’è qualcosa che non va sulla Terra. Quasi otto miliardi di abitanti sono troppi per continuare a vivere come stiamo facendo ora. Come sarebbe se usassimo soltanto quello che ci serve? Qualche maglietta e qualche pantalone invece di un armadio pieno di vestiti che difficilmente indosseremo tutti? Una classica mela invece di una pretagliata in una confezione di plastica? Un maglione in più invece di accendere il riscaldamento? Come sarebbe se ci rendessimo davvero conto di cosa stiamo facendo al nostro pianeta? Avremmo ancora bisogno di tutti quei vestiti? O della confezione di plastica, che non semplifica così tanto le nostre vite? Abbiamo così tanto bisogno di lasciare la spazzatura nel bosco invece di portarla a casa e gettarla nel cestino? Non penso sia così.

 

 

IL MESSAGGIO DELLE MIE FOTO

Come possiamo ritenerci più intelligenti dei caimani se non sappiamo nemmeno se potremo ancora vivere sulla Terra tra qualche secolo? Spero che quando le persone vedano le mie foto realizzino quanto il mondo sia splendido. Anche non potendo viaggiare. Mi auguro che possano comprendere che dobbiamo prenderci cura di questo pianeta, perché non possiamo vivere senza di lui.

 

 

ARTICOLO ORIGINARIAMENTE POSTATO IN INGLESE SU COWBOYS FROM SPACE

Cowboys from space è un blog in inglese creato da Matt Supertramp in cui si invitano persone da tutto il mondo a scrivere storie riguardanti arte, musica e viaggi. Lo scopo del sito è quello di raccontare ciò che ci circonda e come lo percepiamo grazie alle parole, alle immagini e ai suoni. A volte in modo poetico, a volte irriverente. Ma cercando sempre di essere spontanei.

 

Tutte le foto presenti nell’articolo sono scattate da Isabelle.

Potete trovare altre sue immagini sul suo profilo Instagram: @isa_on_earth.

 

 

SI RINGRAZIA PHI FOUNDATION PER AVER PUBBLICATO LA VERSIONE ITALIANA DI QUESTO POST.

 

 

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Isabelle van Mierlo

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TEATRO CON MARIA: PER SCOPRIRE SE STESSI

TEATRO CON MARIA: PER SCOPRIRE SE STESSI

 

A teatro con Maria, essere qualcun altro per scoprire se stessi

Maria è una ragazza spagnola che sta cercando di scoprire meglio se stessa. Diventando differenti persone e dando voce a varie parti di sé in un posto così lontano dal resto del mondo per qualche minuto: il teatro.

 

A teatro con Maria

Come la maggior parte delle persone su questa terra ci sono così tante cose che non conosco di me e che sto ancora cercando di scoprire. È tutto quello che so. Mi considero selvaggia e vagabonda. Amo la ragazza dagli occhi verdi nei miei sogni. Non mi ritengo un’attrice ma amo recitare. E non voglio una vita comune.

 

La Maria

Non sono una ragazza popolare. Non lo sono mai stata e onestamente spero davvero di non diventare mai come quelle principessine che credono di dominare il mondo. Perciò non recito per diventare famosa. E se mai lo dovessi fare, giuro di smettere. Sono una figlia ribelle che cerca fortemente la libertà e so soltanto che riesco ad essere libera in due modi: viaggiando e recitando. In pratica sono quasi la stessa cosa per me, mi danno entrambi le stesse vibrazioni. Ma parliamo di teatro.

 

Il teatro

Recito da quando ho coscienza di me stessa. C’è qualcosa che mi spinge a farlo e, sfortunatamente o no, non mi piace essere me stessa. Calma, non ho nulla contro di me, ma non voglio essere solo quello. Ci sono così tante persone interessanti, lavori, personalità, tempi, momenti… Perché qualcuno vorrebbe essere soltanto una di queste cose? I miei amici e la mia famiglia perseguono quella stupida idea che la società ci vende, della famiglia, della casa e del lavoro perfetti e provare ad essere felici facendo le stesse cose ogni giorno. Non voglio quello. Voglio svegliarmi ogni giorno avendo la possibilità di essere qualcosa di diverso, ma anche una versione migliore di me. A teatro ogni volta che entro nella pelle dei personaggi che interpreto lo faccio con una parte di me, con le mie forze, con le mie debolezze, con la mia passione. Ciò mi aiuta a conoscermi meglio e ad aprirmi senza temere le reazioni di questa società crudele. Al posto di nascondermi mostro il più possibile, perché voglio fortemente interagire con gli spettatori e farli sentire in connessione con me e le mie sensazioni, in modo che qualcosa dentro di loro possa cambiare al termine dello spettacolo.

 

Recitare

Continuo a recitare perché mi libera e posso anche rendere liberi altri con me. Anche se solo per la durata dello spettacolo, a teatro ci distacchiamo da chi siamo e possiamo avere il coraggio di essere qualcun altro. Perché essere soltanto una persona e cercare di avere la vita perfetta può suonare bene. Ma perché dovrei volerlo?

 

Articolo originariamente postato in inglese su Cowboys from space.

Cowboys from space è un blog in inglese creato da Matt Supertramp in cui si invitano persone da tutto il mondo a scrivere storie riguardanti arte, musica e viaggi. Lo scopo del sito è quello di raccontare il mondo che ci circonda e come lo percepiamo grazie alle parole, alle immagini e ai suoni. A volte in modo poetico, a volte irriverente. Ma cercando sempre di essere spontanei.

 

Si ringrazia PHI Foundation per aver pubblicato la versione italiana di questo post.

 

 

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Maria Fernandez

PHI Foundation

PRIMARIA NECESSITÀ: GRAZIE VOLONTARI!

PRIMARIA NECESSITÀ: GRAZIE VOLONTARI

 

 

PRIMARIA NECESSITÀ: GRAZIE VOLONTARI

Primaria necessità: come promesso nel precedente articolo in cui si parlava del diritto alla scuola per tutti e di come noi stiamo cercando di garantirlo

Leggi anche: https://phifoundation.com/piccole-giungere-alle-grandi/

 

CONDIVIDERE

Eccoci a condividere con voi la nostra seconda missione che ha l’obbiettivo di garantire un livello normale di vita ad ogni essere umano. Perché, secondo la nostra filosofia, la garanzia dei beni di primaria necessità deve essere un diritto fondamentale per tutti.

 

VIAGGIO

Durante la mia permanenza in Nepal ho avuto modo di visitare diversi villaggi nella valle di Katmandu

Leggi anche: https://phifoundation.com/dhading-surreale-danza-luci-ombre/

 

VERIFICARE

Verificare di persona lo stato di distruzione di numerosi centri abitati. Si perché qui nel 2015 si è verificato uno dei terremoti più violenti e crudeli degli ultimi decenni e i segni di tale cataclisma sono ancora molto evidenti.

 

 

IL TERREMOTO

Il terremoto non ha solo fatto molte vittime (9.000) ma ha anche distrutto le case di molti sopravvissuti privandoli di un posto dove vivere e dei beni di primaria necessità. Il paese, con i propri mezzi, sta cercando di risollevarsi ma questo non basta perché le risorse economiche sono molto scarse.

 

2 ANNI

Ecco quindi che da 2 anni stiamo lavorando alla formazione di una rete di volontari internazionali che, sia direttamente in loco sia a distanza, forniscono un supporto fondamentale per la ricostruzione di questo paese e per dare un futuro a questo popolo.

 

 

ARCHANE E SANKOSH

In particolare stiamo aiutando le vittime del terremoto che vivono nei villaggi di Archane e Sankosh fornendo loro cibo, vestiti, medicine e diversi tipi di forniture per la casa perché queste famiglie hanno perso tutto e il governo sta facendo ben poco per aiutarle.

 

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UNO DI NOI

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Alessandro Vitaloni

PICCOLE PER POI GIUNGERE ALLE GRANDI

PICCOLE PER POI GIUNGERE ALLE GRANDI

 

Piccole per poi giungere alle grandi cose:

Piccole cose ma grande giornata di festa all’orfanotrofio di Dhading 

leggi anche: https://phifoundation.com/giornata-festa-orfanotrofio-dhading/

 

Piccole cose ma grande anche:

 durante la quale abbiamo distribuito ai bambini materiale didattico e vestiti

guarda anche il video: https://www.youtube.com/watch?v=G5YO1CM1yYY

non è stata solo e semplicemente un momento di condivisione e di gioia…ha rappresentato qualcosa di molto più importante. 

 

Noi non vogliamo che qualcuno ci racconti le cose!

Non vogliamo capire e agire attraverso le parole degli altri!

 

Vogliamo esserci e toccare con mano come stanno realmente le cose!

La nostra presenza all’interno delle strutture ed il confronto con gli educatori su base regolare permette di comprendere al meglio le necessità ed i bisogni dei bambini.

 

Solo stando a stretto contatto con l’ambiente si possono capire come stanno le cose veramente ed agire di conseguenza.

Grazie ed in seguito a queste visite riusciamo poi in maniera naturale a ideare una serie di iniziative di sostegno ed assistenza sempre più importanti e di ampio respiro che stiamo portando avanti da qualche anno.

 

 

LA SCUOLA E’ PER TUTTI!

 

Una di queste riguarda la scuola!

Noi crediamo profondamente che la scuola sia un diritto fondamentale per ogni bambino e che rappresenti un elemento essenziale per un’adeguata educazione, integrazione e realizzazione all’interno della nostra società.

 

Piccoli ma importanti gesti:

Ecco quindi perché abbiamo realizzato ormai da due anni un progetto di sostegno per la scuola ShreeChakreshwori Basi School situata in un area molto remota del villaggio di Dhading; in particolare abbiamo fornito una borsa di studio per otto studenti e distribuito zaini, libri e penne.

 

Sempre nella stessa area:

abbiamo ideato e sviluppato un programma di sostegno a favore di bambini orfani, disabili e poveri che non avrebbero avuto alcuna possibilità di seguire un percorso educativo.

 

Un altro aspetto che da sempre curiamo molto

è quello psicologico/pedagogico; quindi oltre al sostegno materiale ed economico, ci siamo dedicati anche a incentivare e motivare i bambini a perseguire e finalizzare il loro percorso educativo.

 

E’ necessario spiegare l’importanza

di una adeguata educazione e successivamente formazione lavorativa come garanzia di un futuro migliore per ognuno di loro.

 

Nel prossimo articolo approfondiremo insieme un altro aspetto della nostra filosofia di pensiero e un’altra attività ad essa associata…

 

nel frattempo BUONA ESTATE A TUTTI

 

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Alessandro Vitaloni 

PHI Foundation

DIO NON ESISTE DISSE IL PROFESSORE

DIO NON ESISTE!

DISSE IL PROFESSORE

DIO NON ESISTE: IL PROFESSORE DI FILOSOFIA ATEO AFFERMO DINANZI ALLA SUA CLASSE  “DIO NON ESISTE”

 

Un professore di filosofia, ateo, resta immobile davanti ai ragazzi della sua classe.

 

Poi dice ad uno dei suoi studenti di alzarsi e gli chiede:

Tu sei cristiano, ragazzo?”

Sì, signore” replica lo studente.

 

Ed inizia a fare delle domande a cui lo studente risponde prontamente: “Allora credi in Dio?”

Certamente.”

Il professore continua

“Dio è buono?”

Lo studente: “Certo! Dio è buono.”

Dio è onnipotente? Dio può fare qualsiasi cosa?” ribatte il professore.

Sì, si”

 

Poi chiede al ragazzo “Tu sei buono o cattivo?”

Secondo la Bibbia sono cattivo” risponde il ragazzo.

 

Il professore a quel punto sorride e dice: “Ah! La Bibbia!” Riflette per un istante.

 

“Ti faccio una domanda: C’è una persona malata e tu puoi curarla. Puoi farlo.

La aiuteresti?  Ci proveresti?’

Certo, signore”

Quindi sei buono…!”

Non direi questo.”

 

Perché no? Aiuteresti una persona malata e storpia, se potessi. Quasi tutti lo farebbero, se si potesse. Ma Dio no.”

 

Lo studente resta in silenzio, mentre il professore continua: “Non lo fa, vero? Mio fratello era cristiano ed è morto di cancro, sebbene pregasse Dio di guarirlo. Allora come può essere buono Dio? Me lo sai spiegare”

Lo studente non risponde.

 

“Non sai rispondere, vero?” afferma il professore.

 

Poi prende un bicchiere, beve un sorso d’acqua così da concedere allo studente il tempo per rilassarsi. E poi dice allo studente: “Iniziamo di nuovo, ragazzo. Dio è buono?”

Em…sì” dice lo studente.

Satana è buono?”

Lo studente senza esitare dice ‘No.’

E dimmi, Satana da dove viene?’

Lo studente balbettando risponde. ‘Da Dio’

Dimmi figliolo: ‘Dio ha creato Satana, non è vero? e continua: “C’è cattiveria nel mondo?”

Sì”

II male è ovunque, vero? Dio è il creatore di tutto, giusto?”

Sì, signore”.

Il professore senza sosta continua dicendo: “Quindi, chi ha creato il male? Ragionando se Dio ha creato tutto, allora Dio ha creato anche il male, visto che il male esiste, secondo il principio che le nostre opere dicono chi siamo, allora Dio è malvagio”.

Lo studente si ammutolisce nuovamente. Il Professore continua ” Esiste la malattia? L’immoralità? L’odio? L’orrore? Tutte queste cose terribili esistono nel mondo?’

Lo studente risponde imbarazzato. “Sì”

 

Allora dimmi, chi le ha create?”

Lo studente si zittisce nuovamente, il professore ripete la sua domanda. “Chi le ha create?” Non arriva nessuna risposta. A questo punto il professore inizia a camminare avanti e indietro per l’aula. La classe resta immobilizzata. Il professore rivolgendosi ad un altro studente dice:

E tu figliolo credi in Gesù Cristo?”

Lo studente sicuro di ciò che sta per dire, afferma: “Sì, professore, ci credo”

Il professore si ferma e dice: “Secondo la scienza, hai 5 sensi per identificare e osservare il mondo che ti circonda. Hai mai visto Gesù Cristo?”

Risponde “No, signore. Io non l’ho mai visto”.

E invece hai mai udito il tuo Gesù?”

No, signore, né visto né udito”

Il professore continua “E lo hai mai toccato, assaggiato o hai mai sentito l’odore del tuo Gesù? Hai mai avuto una percezione sensoriale di Gesù Cristo, o di Dio, per quel che importa?”

No, signore, purtroppo mai.”

Ma continui a credergli?”

Sì”.

Il professore allora “Secondo le regole del protocollo empirico, testabile e dimostrabile: la scienza afferma che il tuo Dio non esiste- Che mi dici a riguardo, ragazzo?’

Nulla’, risponde lo studente… ‘Io ho solo la mia fede’.

Eh si, la fede”, replica il professore. “il problema che la scienza ha con Dio è proprio quello. Non esistono prove… solo la fede”.

 

Lo studente resta in silenzio e poi rivolgendosi al professore dice: “Professore, mi dica, esiste il caldo?”

Sì”

Ed il freddo, esiste?”

Sì esiste anche il freddo”.

No, signore, si sta sbagliando, non esiste”.

Il professore resta stupito e osserva in modo interessato.

Nel silenzio della stanza si leva una voce e inizia: “Puoi avere molto calore, più calore, mega calore, super calore, calore illimitato, calore bianco, poco calore o assenza di calore, ma non abbiamo niente che si chiami ‘freddo’.

Possiamo avere 273,15 gradi sotto lo zero, che non è calore, ma non possiamo andare oltre. Non esiste il freddo; altrimenti potremmo andare oltre i – 273,15 gradi. Ogni corpo o oggetto è suscettibile a studio quando ha o trasmette energia, e il calore è ciò che fa avere o trasmettere energia a un corpo o materia.

Lo zero assoluto, meno (-273,15° C), è l’assenza totale di calore. Sa, signore, – freddo – è solo una parola che usiamo per descrivere l’assenza di calore. Non possiamo misurare il freddo. Possiamo misurare il calore in unità termali perché il calore è energia. Il freddo non è l’opposto del calore, signore, ma soltanto la sua assenza’.

 

Tutti restano in silenzio. Si sente cadere una penna da qualche parte, ma sembra un martello”

 

E mi dica professore. Esiste il buio?”

Senza esitare il professore risponde: “Sì” e continua: “Che cos’è la notte se non esiste il buio?”

Il ragazzo sicuro di sé: “Eh no, signore, è in errore. Il buio non è qualcosa; è assenza di qualcosa. Possiamo avere la luce fioca, la luce normale, la luce brillante, la luce intermittente, ma se non hai la luce costante non hai niente e questo è il buio, giusto? Ecco il significato che attribuiamo alla parola. In realtà, il buio non esiste. Se esistesse, potremmo rendere l’oscurità più scura, giusto?’

 

Il professore sorridendo dice: “Quindi arriva al punto, figliuolo?”

 

Certo, professore. Il punto è, la sua premessa filosofica è imperfetta dall’inizio e anche la sua conclusione lo è”.

Il professore sorpreso dice “Imperfetta? In che senso, puoi spiegarmelo?”

 

Lo studente spiega: “Il suo discorso parte dalla premessa del dualismo. Sostiene che c’è la vita e quindi la morte; un Dio buono e allora un Dio cattivo. Vede il concetto di Dio come qualcosa di finito, qualcosa che si può misurare. Signore, la scienza non è in grado di spiegare neanche il pensiero. Usa l’elettricità e il magnetismo, ma non ha mai visto e ancora meno compreso appieno un pensiero. Vedere la morte come l’opposto della vita, vuol dire ignorare il fatto che la morte non può esistere come una cosa sostanziale. La morte non è l’opposto della vita, ma piuttosto l’assenza di vita.”

 

Ora mi dica professore… Lei insegna ai suoi studenti che essi discendono da una scimmia?”

Se si riferisce all’evoluzione Darwiniana, certo che sì.”

 

Ha mai osservato l’evoluzione con i suoi occhi, signore?”

Il professore scuote la testa, sorridendo, appena capisce dove sta approdando la questione.

 

Un ottimo semestre, davvero.

 

Lo studente: “Signore, Siccome nessuno ha mai visto il processo evolutivo e non può neanche provare che questo processo sia continuo, lei, in realtà, non sta insegnando una sua opinione? In questo senso lei non è uno scienziato ma un predicatore.”

La classe sembra agitarsi.

 

Lo studente resta in silenzio, finché tutti non si calmano e continua: “Per continuare con quanto stava dicendo prima all’altro studente, lasci che le faccia un esempio su ciò che voglio dire.” Lo studente rivolgendosi alla classe dice: “Qualcuno di voi ha mai visto il cervello del professore?”

Tutta la classe scoppia a ridere.

Allora, avete mai udito,toccato o percepito il cervello del professore? Nessuno sembra averlo fatto. Dunque, secondo le leggi del protocollo empirico, stabile, dimostrabile, la scienza afferma che lei non ha un cervello, con tutto il dovuto rispetto, signore.” e continua “Allora se la scienza afferma che lei non ha cervello, come possiamo avere fiducia nelle sue lezioni?”

 

La classe resta completamente in silenzio.

Il professore fissa lo studente, con il volto imperscrutabile.

Dopo un lungo silenzio dice: “Immagino che dobbiate avere fede”

 

Lo studente constata “Adesso lei ammette che ci sia la fede e infatti la fede esiste insieme alla vita.

Signore, esiste il male?” Il professore: “Naturalmente, esiste.” e spiega: “Lo vediamo ogni giorno. Ne è un esempio la mancanza di umanità tra gli esseri umani. È nella molteplicità dei crimini e della violenza ovunque nel mondo. Queste manifestazioni non sono nient’altro che il male”

 

Lo studente, allora, replica: “Il male non esiste, Signore, o meglio non esiste di per sé; il male è semplicemente l’assenza di Dio. Come per il freddo o il buio, è una parola che l’uomo ha inventato per descrivere l’assenza di Dio. Dio non ha creato il male. Il male è il risultato di ciò che avviene quando l’uomo non ha l’amore di Dio nella sua vita. È come il freddo che si sente quando manca il calore, o il buio che si percepisce quando non c’è luce.”

 

Il professore resta seduto con lo sguardo stupefatto ……

 

Io mi fermo qui anche perché non vorrei annoiarvi oltre con il mio racconto ma nell’occasione desidererei ringraziare i vecchietti onnipresenti.

 

Grazie di esistere e per tutto ciò ci avete trasmesso e che avete fatto per noi tutti

 

GRAZIE DI CUORE

 

PHI FOUNDATION SOCIAL INNOVATION COMMUNITY

 

Sebastiano de Falco

PHI Foundation

Animatori al Grest

La storia

Quella che sto per raccontarvi è una bella storia che ha per protagonisti: Barry, Adama, Abdelmalik  e Alpha,  quattro richiedenti asilo di diciotto anni provenienti dal cuore dell’Africa: Niger, Guinea, Costa d’Avorio.

Sono stati accolti sul finire del 2017 nel Verbano nella comunità di Arizzano e in quest’estate 2018 stanno vivendo un’esperienza come animatori ai Grest organizzati dalle parrocchie di Ghiffa e Trobaso, un’esperienza che loro stessi definiscono meravigliosa.

Occhi scuri, profondi, che ti osservano e che non lasciano indifferenti, parlano poco, un po’ per timidezza, un po’ per timore;  tutti e quattro ripetono più volte la stessa parola: grazie.

Grazie Italia, grazie a tutti – afferma Barry. – In queste tre settimane a Ghiffa siamo stati accolti come fratelli, ci siamo sentiti a casa”.

La lingua italiana l’hanno imparata nei mesi scorsi grazie al corso attivato dal Centro provinciale per l’istruzione degli adulti, superando anche in modo positivo  l’esame, “Quando come equipe abbiamo pensato a questo tipo di esperienza – racconta Riccardo Brezza, coordinatore del centro di accoglienza di Arizzano – l’obiettivo era proprio quello di aiutarli a inserirsi nel tessuto sociale, a farli sentire accolti. E, da quanto emerge dai loro racconti, sembra che questo sia avvenuto”.

Cosa significa GREST

I GREST (anche acronimo di GRuppo ESTate o Gruppi Ricreativi ESTivi) sono vacanze educative organizzate da parrocchie e oratori e consistono in periodi di animazione, giochi, gite e laboratori che si svolgono durante il periodo estivo.

L’attività

Da quattro settimane, ogni mattina Barry, Adama, Abdelmalik e Alpha si recano chi a Trobaso, chi a Ghiffa, per stare con gli altri ragazzi dell’oratorio, vivere l’esperienza di animatori come tanti loro coetanei italiani.

Il fatto che siano musulmani non è un ostacolo. “Forse eravamo noi ad essere timorosi e prevenuti – dice Brezza – L’altra settimana uno di loro è rientrato alla sera al centro con un braccialetto ricevuto durante la giornata all’oratorio, con riportato sopra il nome di Gesù. Io l’ho scrutato per capire se fosse motivo di disagio. Lui mi ha risposto che non c’era problema, che essere musulmano non era motivo per non andare al Grest”.

Una storia di integrazione, dicevamo che sta arricchendo tutti quanti: “Gli animatori sono contenti. racconta don Angelo Nigro, parrocco di GhiffaNon mancano le occasioni per trascorrere del tempo con loro anche al di fuori del Grest. L’altro giorno sono andati a fare il bagno nel lago insieme; una sera, al termine della giornata di giochi, hanno raccontato qualcosa del loro paese, condividendolo con noi. Averli qua è un’esperienza positiva, che spero possa proseguire nel tempo”.

Se lo augura anche don Adriano Micotti parroco di Trobaso “I ragazzi si sono affezionati, anche ai più piccoli e spesso li vedo che chiacchierano insieme”.

Il futuro

La strada è in discesa ora per tutti e quattro i nostri protagonisti, resta solo  l’attesa di conoscere se la domanda di asilo verrà accolta. Poi un posto all’oratorio di Trobaso e Ghiffa per loro ci sarà sempre.

Intanto si godono questi ultimi giorni di Grest, tra giochi e danze ad attenderli c’è un campetto di calcio, un bans con i bambini più piccoli, una passeggiata nei boschi.

L’Italia per loro è questa e se la tengono stretta al cuore.

 

Luca Brigada

PHI Foundation

LA CROCE ROSSA: UN’ASSOCIAZIONE DI VOLONTARIATO MONDIALE

LE ORIGINI DELLA CROCE ROSSA

Nato nel 1864, il Movimento Internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa, rappresenta la più grande organizzazione di volontariato mondiale.

E’ costituito dal Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR), fondato nel 1863 con sede a Ginevra che ha il compito di promuovere il diritto internazionale umanitario (DIU), e dalla Federazione Internazionale delle Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa (IFRCS) fondata nel 1919, che ha la funzione d’incoraggiare e sostenere l’azione umanitaria dei 190 stati membri aderenti a questa associazione e di cooperare con l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR).

COS’E’ OGGI LA CROCE ROSSA

Attualmente sono oltre 17 milioni i volontari della C. R. nel mondo che da 154 anni si dedicano quotidianamente a migliaia d’ iniziative, eventi ed a molteplici attività come il Servizio Sanitario di Urgenza ed Emergenza Medica (118), l’assistenza a persone malate ed affette da disabilità, la cooperazione nella gestione dei flussi migratori, la collaborazione con la protezione civile in caso di calamità ed emergenze, inoltre promuovono giornate in favore della donazione del sangue e degli organi, offrono assistenza ai senzatetto, realizzano campagne d’ informazione sul primo soccorso e sulla sicurezza stradale.

I CARATTERI DISTINTIVI DELLA CROCE ROSSA

L’emblema dell’associazione è appunto la croce rossa, ripresa dalla bandiera della Svizzera con l’inversione dei colori. Vengono impiegati anche altri due emblemi: la Mezzaluna Rossa utilizzata nei paesi islamici ed il Cristallo Rosso, usato dallo Stato d’Israele.

COME DIVENTARE MEMBRO DELLA CROCE ROSSA

Diventare membro della Croce Rossa è un’esperienza unica, che può cambiare la vita e può avvenire in molteplici modi.

Nel mio caso, ad esempio, sono entrata a far parte di quest’associazione frequentando un corso di formazione e dopo aver superato un esame sono diventata Volontaria del Soccorso. Ho partecipato a varie attività  come tenere lezioni agli alunni della scuola elementare sul primo soccorso, oppure, in occasione della festività di Halloween, organizzavamo giochi ed intrattenimento per i bambini e la domenica eravamo presenti nelle piazze a vendere i bonsai (raccolta fondi a favore dell’ Anlaids).

I neofiti possono consultare il sito www.cri.it  ed iscriversi all’associazione dal portale gestionale www.gaia.cri.it : non è mai troppo tardi per aiutare il prossimo.

 

Giuseppina Filippelli

PHI Foundation

 

 

AEROPORTO: UN GIORNO QUALUNQUE

In Aeroporto un giorno

Aeroporto: storie di tutti i giorni

Accadde un giorno in un grande aeroporto, dove, una ragazza stava aspettando il suo volo in una sala di attesa e poiché avrebbe dovuto aspettare per molto tempo, decise di comprare un libro per passare lietamente il tempo che volle accompagnare con dei gustosi biscotti acquistati al bar dell’aeroporto.

Si accomodo nella sala di attesa dell’aeroporto al fine di trascorrere una tranquilla attesa.

Accanto a lei c’era la sedia con i biscotti e dall’altro lato un signore che stava leggendo il giornale, quindi tutto sereno.

Quando la ragazza inizio a prendere il primo biscotto, per sua meraviglia, anche l’uomo accanto ne prese uno, suscitando indignazione nella ragazza la quale non disse niente e continuo a leggere il suo libro.

La ragazza penso, tra se e se,ma tu guarda quest individuo sfacciato e maleducato, qualora avessi un po più di coraggio gli darei un pugno sul naso ….

Cosi ogni volta che la ragazza prendeva un biscotto, anche l’uomo accanto ne prendeva uno senza fare un minimo accenno di disagio.

La situazione continuo fin tanto non rimase che un solo biscotto e la ragazza penso’, adesso voglio proprio vedere cosa mi dice quando saranno finiti tutti i biscotti!!!

L’uomo prese l’ultimo biscotto e lo divise a metà offrendolo gentilmente alla ragazza, la quale, penso …. questo è troppo e comincio a sbuffare indignata, raccolse le sue cose, il libro, la borsa e si incammino verso l’uscita della sala di attesa.

Quando si senti un po meglio e la rabbia era passata, si sedette in una sedia lungo il corridoio principale dell’aeroporto per non attirare troppo l’attenzione ed evitare altri dispiaceri che turbassero la sua serenità riconquistata.

Chiuse il libro per riporlo in borsa e quando ………. nell’aprire la borsa vide che il pacchetto di biscotti era ancora tutto intero nel suo interno.

Senti tanta vergogna e capi’ solo allora che il pacchetto di biscotti uguale al suo era dell’altro signore seduto accanto a lei che pero aveva condiviso i suoi biscotti con lei, senza sentirsi indignato, nervoso o superiore, al contrario di lei che aveva sbuffato e addirittura si sentiva ferita nell’orgoglio.

LA MORALE

Quante volte nella nostra vita abbiamo mangiato o mangeremo i biscotti di un altro senza saperlo?

Prima di arrivare ad una conclusione affrettata e prima di pensare male delle altre persone, GUARDA attentamente le cose, molte spesso non sono come sembrano!!!!

Esistano 5 cose che nella vita non si RECUPERANO:

Una pietra dopo averla lanciata;

Una parola dopo averla detta;

Un’opportunità dopo averla persa;

Il tempo dopo esser passato;

L’amore per chi non lotta.

 

PHI FOUNDATION SOCIAL INNOVATION COMMUNITY

 

Sebastiano de Falco

PHI Foundation

L’attrice Judi Dench e la maculopatia

1 L’attrice Judi Dench

Cari lettori, L’attrice Judi Dench, 83 anni, famosa come «capa» di James Bond soffre di un maculopatia agli occhi. L’attrice risiede  in una casa isolata in mezzo alle foreste del Surrey, in Gran Bretagna. Nel suo giardino ogni pianta è un ricordo e porta il nome di una persona cara.

«Alberi e champagne. La mia vita ormai è tutta alberi e champagne». Sorride, Judi Dench, al cospetto di una grande quercia. «Questa ha 200 anni, sarà nata al tempo della battaglia di Waterloo. Sono orgogliosa: possiede 12 chilometri di rami e 260 mila foglie». Judi Dench è una gran «Dame» del palcoscenico mondiale. Ha 83 anni e una maculopatia agli occhi che rende il suo passo insicuro e la sua umanità più calorosa.

Ha cominciato a recitare Shakespeare quando aveva 23 anni. A tutti è nota per il personaggio di M, la capa di James Bond in diversi film. L’ultima apparizione sullo schermo però è qualcosa di molto personale. Il grande amore della sua vita. È un documentario per la Bbc che anticipa tutto nel titolo: «My passion for trees». È stato girato in quattro stagioni, tra gli alberi di casa Dench nel Surrey, la regione più boscosa d’Inghilterra.

2 Gli alberi della vita di Judi Dench

Non è un giardino, quello che Judi Dench ci presenta. È la sua famiglia allargata. Molte delle piante hanno un nome, inciso su targhette di legno. Il nome di una persona cara. Quando muore qualcuno che ama, Judi Dench gli dedica un albero. Forse «dedicare» non è la parola giusta. Camminando nel verde dei suoi tre acri, l’attrice si ferma di tanto in tanto accanto a uno dei suoi «magnifici giganti»: «Questo è mio fratello Jeff», dice. Oppure: «Ecco Stephen Hanley, attore e cantante meraviglioso. Quando è scomparso abbiamo piantato questo: è alto e pallido e bellissimo, esattamente come lui».

Judi «Qui abbiamo Natasha Richardson», dice davanti a un albero che rappresenta l’attrice morta a 45 anni nel 2009. È un’emozione vederla fermarsi poco oltre: «E questo – dice facendo un respiro profondo – è Michael». «Mike», sulla targhetta. Michael Williams, attore, è stato il marito di Judi Dench dal 1971 al 2001, quando un tumore ai polmoni se l’è portato via a 65 anni. Insieme hanno vissuto in quel rifugio dal 1985. Hanno aggiunto e curato alberi. «Per Michael non ne ho messo uno nuovo. L’avevamo piantato insieme».

Per Judi Dench piantare alberi e dare loro il nome di una persona cara non è semplicemente un rito, un segno per ricordarle come può essere portare fiori su una tomba. «Il ricordo non si ferma lì, ma cresce e diventa “più” meraviglioso. More wonderful». «Per questo ogni volta che posso, in ogni stagione, vengo qui». Il documentario per la Bbc vede Madame Dench nella parte della «curiosa vegetale», pronta a interrogare storici e biologi con il pollice verde: eccola per esempio indossare uno strumento che permette di ascoltare gli alberi mentre bevono l’acqua (apprendiamo che un esemplare di grandi dimensioni ha bisogno di scolarsi l’equivalente di due vasche da bagno al giorno).

3 La condivisione

La passione per gli alberi, con i loro segreti e i misteriosi legami con gli scomparsi, non ha eliminato in questa signora ottantenne la curiosità  per gli umani in circolazione… Dal 2010 Judi condivide il suo amore  e la passione per le piante con David Mills, un ambientalista che abita a 4 miglia di distanza. Si sono conosciuti quando lui le ha chiesto di piazzare un recinto per i tassi nel bosco. Da allora David è diventato il suo «champagne», il suo tipo. Un vecchio amico. Judi Dench non ama gli aggettivi «compagno» o «fidanzato». Condividendo così la medesima  passione, l’attrice Judi Dench portatrice di maculopatia e David Mills sono diventati come  «Alberi e champagne» piena di allegria e spensieratezza!

4 In conclusione

Il racconto si rivela molto incoraggiante e di supporto per chi soffre di questa malattia agli occhi: la maculopatia, e si sente incapace di accettare il dramma e lo sconforto che porta la malattia.

Ma il modo in cui l’attrice affronta la sua malattia può senz’altro essere un esempio per non sentirsi soli ed abbandonati attingendo a riserve di energia positiva attraverso un semplice hobby;  nonostante la grave disabilità Judi Dench, non si dà per vinta ed  attraverso l’amore e la cura del giardino e delle piante, ci insegna che la  volontà di cambiare le condizioni di benessere sono ancora possibili, soprattutto se si riesce a trovare qualcuno che grazie al suo affetto e sostegno possa aiutarti, infatti grazie alla presenza di David Mills la maculopatia dell’attrice Judi Dench ha preso una piega di “serenità”, diversa un po’ come gli Alberi e champagne, perché amare gli alberi, le piante, la natura,  e tutto ciò di cui è composta, è un messaggio bellissimo di speranza e di amore verso la vita, di qualunque specie.

 

N&D Nadine Fashion Stylist

PHI Foundation

LO SPORT HA IL POTERE DI CAMBIARE IL MONDO

Lo sport ha il potere di cambiare il mondo.

La vittoria dei Mondiali di Rugby, da parte della Nazionale sudafricana, fu la scommessa vincente di Nelson Mandela.

L’uomo che più di tutti, ha creduto nell’integrazione razziale, e nell’unione di un popolo intero, attraverso lo sport.

Furono ventisette, gli anni di carcere, che Nelson Mandela scontò nell’angusta prigione di Robben Island. Da quella cella, nacque la consapevolezza e il sogno, di riuscire ad unire il popolo sudafricano, creando per la prima volta nella storia, una squadra composta da giocatori bianchi e neri.

Nelson Mandela fu eletto Presidente del Sudafrica nel 1994, un anno dopo, il Sudafrica avrebbe dovuto ospitare gli attesissimi Mondiali di Rugby.

Il 24 Giugno del 1995 gli Springboks, guidati dal grande Capitano François Pienaar, batterono la squadra della Nuova Zelanda, dei temibili All Blacks, a loro volta capitanati dallo storico Jonah Lomu.

L’impresa del Sudafrica è esemplare, poiché testimonia l’importanza dell’unione oltre le differenze razziali.

Oggi, molte organizzazioni non profit si spingono oltre i loro limiti e cercano, affrontando molte difficoltà, di costruire ponti di dialogo dove tutti non vedono altro che chiusura e ostilità.

Le difficoltà che ci sono per sostenere tutte le attività del terzo settore, sviluppare economie solidali, e difendere il bene comune, possono rappresentare dei percorsi, nei quali, l’esempio di Nelson Mandela può offrire utili soluzioni.

Oltre le differenze, c’è un sentiero e una responsabilità comune verso la quale dobbiamo rivolgerci.

Come recitavano i versi della poesia di William Ernest Henley, molto amata da Nelson Mandela, durante il periodo di reclusione nel carcere di Robben Island:

Io sono il Padrone del mio Destino, Io sono il Capitano della mia Anima.”

La scelta è nostra. Il Destino è nelle nostre mani.

 

PHI FOUNDATION SOCIAL INNOVATION COMMUNITY

Antonio Di Mare

PHI Foundation

ANIMA GIAPPONESE UNIVERSO INTERIORE

Anima Giapponese: Universo Interiore

Vi siete mai domandati perché ad un giapponese non viene quasi mai chiesto di aprirsi?

La risposta è molto semplice:

quasi tutti i giapponesi sono persone introverse, oltre a questo, hanno un’intimità che è tenuta in grandissima considerazione.

Con l’interiorità dei giapponesi si viaggia su un campo minato.

Il loro universo interiore è un cataclisma.

Un vero e proprio tsunami!

Uno tsunami che può essere ascrivibile alla base di ogni processo creativo.

In effetti, alla fonte della creatività, c’è sempre uno stato emotivo molto vicino al caos.

Un caos però che è solo apparente.

Oltre il caos c’è simmetria e desiderio.

Dinamismo, che attende di prendere forma.

La creatività non appartiene unicamente ai grandi artisti o ai creativi.

Il più delle volte può essere molto più vicina di quanto si pensi.

E’ la prospettiva con la quale si osservano le cose, ad essere fondamentale.

Il caos è forse la dimensione più comune, all’interno della quale, oggi, si muovono molte aziende, comunità, ed organizzazioni che operano nel non profit e nel terzo settore.

Proprio le difficoltà che vivono queste realtà giorno per giorno, costituiscono il loro (in)sicuro suolo d’argilla.

Le organizzazioni non profit, e molte aziende che lavorano nel terzo settore, (soprav)vivono nel loro caos quotidiano.

La fine del caos, risiede nell’equilibrio e nella bellezza di un progetto ben strutturato.

L’innovazione sociale di un progetto ben collaudato, sfida le leggi del caos, e in molti casi può definirsi una lucida follia.

Trasparenza, efficienza e garanzia, come contromisure per sedare ogni tipo di caos.

Le campagne di fundraising, raccolta fondi, e le attività sul territorio, possono essere solida pietra sulla quale strutturare e rendere ben sicuro ogni tipo di lavoro.

La fragranza di un profumo può scatenare sentimenti sopiti senza chiedere permesso.

Un autentico tsunami.

Un autentico tuffo nell’universo interiore dell’anima dei giapponesi.

https://www.youtube.com/watch?v=xvGmNwbWRKs

 

PHI FOUNDATION SOCIAL INNOVATION COMMUNITY

 

Antonio Di Mare

PHI Foundation

INSPIRATIONAL: INSIEME SI VINCE MEGLIO

Inspirational: Insieme si vince meglio, perché insieme è più facile.

 

Creare social innovation può essere un viaggio lungo e difficile, oppure una strada semplice e in discesa.

 

Le comunità che si sviluppano all’interno del non profit sono quelle che partecipano più attivamente al cambiamento, creando e partecipando attivamente alla social innovation. Nel non profit, le best practice sono quelle realtà capaci di creare un network efficace, solido e competente.

 

Primo step, è quello di dare forte impatto alla socialità, e per dare impulso alla socialità, si deve affinare il proprio spirito cooperativo.

 

Questo è il segreto del successo!

 

Proprio come in una squadra, è necessario che si sviluppino competenze, ognuna necessaria e fondamentale al bene condiviso da tutto il gruppo.

Per questo, è necessario far parte di un network, e sviluppare tutte le proprie caratteristiche più specifiche.

 

Essere parte integrante di una community, vuol dire apprezzare e imparare il valore della diversità.

Il coinvolgimento e la partecipazione attiva sono le chiavi per il successo, alla base di ogni progetto di utilità sociale.

Insieme si vince, perché insieme è più facile.

 

I veri campioni semplificano i processi di cooperazione, sviluppando le singole capacità, in vista del bene collettivo della propria squadra, oppure, della propria comunità.

 

Quando nel 2016, i giocatori della squadra di NBA dei Cleveland Cavaliers  guidati da quello che è stato, il loro miglior giocatore di sempre, LeBron James, vinsero il loro primo titolo NBA  tutto aveva un qualcosa di epico e di fin troppo importante per la comunità di Cleveland.

 

Vincere quel titolo ha avuto un impatto profondo su tutti gli appassionati di sport, ma ancora di più, sugli abitanti di Cleveland, che ricorderanno per sempre l’impresa di LeBron James e dei compagni di squadra.

 

“Together!”

 

Uniti non ci sono limiti, uniti si vince, sempre.

https://www.youtube.com/watch?v=n6S1JoCSVNU

 

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Antonio Di Mare

PHI Foundation

L’ALTRA ITALIA: LA STORIA DE L’ISOLA CHE C’È

L’altra Italia, la storia de L’Isola che c’è, è un articolo scritto da Chiara Affronte e che navigando in rete scopriamo solo oggi.

 

Durante l’intervista a Sebastiano de Falco potrebbe esserci stato un misunderstanding e noi della PHI Foundation attendavamo di conoscere la data di pubblicazione.

 

L’altra Italia: La storia de l’isola che c’è, riportiamo integralmente l’articolo di Chiara Affronte.

 

Fanno tantissimo con molto poco, si sostituiscono spesso a quei servizi che lo Stato non è in grado di garantire e si basano sul lavoro volontario ed entusiasta di un numero straordinario di persone.

 

Sono le associazioni non profit che operano nell’ottica della solidarietà tra individui e che faticherebbero meno ad andare avanti se usufruissero delle opportunità che oggi l’on line offre. Ne è convinto Sebastiano de Falco, Fundraiser che ha base a Lugano in Svizzera ma che con Phi Foundation insieme ai suoi soci ha creato un’organizzazione, a sua volta non profit, che dà sostegno a tutte quelle altre associazioni per realizzare progetti di interesse comune, per aiutarle a trovare fondi, a partecipare a bandi così da sostenere le economie locali.

 

L’Italia è un paese incredibile per ciò che riguarda il terzo settore perché conta un numero molto grande di associazioni che vi operano e moltissimi volontari e lavoratori, ma fatica a staccarsi da quel meccanismo di raccolta fondi che ha sempre perseguito in passato, molto faticoso ma meno efficace rispetto a ciò che propone la rete”, spiega De Falco.

 

L’esempio de l’Isola che c’è

I dati forniti dall’Istat nell’annuario statistico del 2016 parlano di 301.191 istituzioni non profit in cui operano 951.580 lavoratori retribuiti di cui 680.811 dipendenti e oltre 4,7 milioni di volontari. Una forza incredibile che ha la capacità di radicarsi nel territorio operando in settori di grande interesse per la comunità. Come avviene nel caso de L’isola che c’è, associazione che si trova nel comune di Monte Porzio Catone, nel Lazio, e che si occupa dal 2001 di sostenere le famiglie di ragazzi disabili con l’obiettivo di integrarli nella società, perché, come si sa, soprattutto quando questi ragazzi non sono più in età scolare, diventano adulti, spesso abbandonati a loro stessi. “Fanno parte dell’associazione una ventina di ragazzi, adolescenti e giovani adulti, che partecipano alle attività in modi e con durate diverse – spiega Romilda De Santis, psicologa e anima de L’isola che c’è –; abbiamo un centro diurno e una serie di attività laboratoriali che i ragazzi seguono, prevalentemente di tipo artigianale”.

 

I ragazzi? Chiedono autonomia

Questa associazione ha deciso di concentrarsi sui ragazzi con problematiche medio-lievi – sono spesso affetti da sindrome di down -perché il pubblico “riesce a garantire più assistenza ai gravi e gravissimi prevalentemente dal punto di vista sanitario”. Ma i ragazzi medio-lievi hanno, invece, tantissime potenzialità da sviluppare e su cui lavorare per garantirsi un futuro migliore. Un futuro “che chiedono con forza”, chiarisce De Santis. “Gli stimoli sul ‘cosa fare’ arrivano quasi sempre da loro, perché vogliono essere autonomi”.

Inutile dire che i fondi su cui fare affidamento sono la nota debole del processo: “Il centro diurno è quello che ci garantisce un’entrata di 70mila euro l’anno dalla Regione, ma con un affitto da pagare di 900 euro al mese e spese molto elevate non è facile starci dentro”.

Il 5 per mille costituisce un’altra entrata; tutto il resto è moltissimo lavoro volontario, mercatini in cui vendere manufatti (bomboniere, oggetti per la casa, bigiotteria, artigianato…), lotterie e iniziative simili. “In questo modo riusciamo a dare ai ragazzi una specie di buste-paga simboliche che loro stessi ci hanno chiesto espressamente proprio per avere un qualcosa in cambio del lavoro svolto e sentirsi utili”, ci spiega De Santis.

 

 

Le occasioni della rete per le Ong

In questo contesto, dunque, si inserisce la collaborazione con Phi Foundation: “Grazie alla rete di supporto da loro costituita cerchiamo di convogliare maggiore attenzione sulle nostre attività e di avviare delle campagne di raccolta fondi”, chiarisce De Santis. “Solo le grandi associazioni come Fai, Telethon e altre di simile rilevanza sono in grado di trovare fondi importanti”, scandisce De Falco. E solo pochissime, tra tutte le altre, conoscono le possibilità che la rete offre. Come avviene nel caso di Google con il progetto Ad Grants. “Fai conoscere la tua causa a tutto il mondo”. Con questo slogan il colosso del web comunica il progetto: “Un programma pubblicitario che consente alle organizzazioni non profit di fare pubblicità on line gratuitamente tramite Google AdWors”, si legge sul sito Phi Foundation, garantendo una cifra pari a 10mila dollari al mese.

 

Ritardi italiani

Per De Falco è incomprensibile che solo poche associazioni italiane si avvalgano di strumenti e possibilità come quella offerta da Google: “Noi cerchiamo di orientare i nostri partner in questo senso perché ci accorgiamo di quanta fatica facciano ad andare avanti nei loro progetti: non sfruttare la rete ma continuare a concentrarsi solo sui mercatini non ripaga, oggi come oggi, gli sforzi che vengono fatti”.

Manca, secondo il fundraiser di Phi Foundation, il sostegno di figure come quelle dei project manager che possano orientare le associazioni verso la partecipazione a bandi anche europei. “Spesso sono complicati ma se si considera che una percentuale altissima di associazioni italiane non è neanche registrata, significa che non esiste la consapevolezza delle potenzialità di cui usufruire (la registrazione è indispensabile), sebbene l’Italia sia un paese di grandi donatori e di grandissimo associazionismo”, conclude De Falco. Una fotografia, questa, rilevata anche dall’Istat: il 66,7% delle associazioni, infatti, in Italia risulta essere “non riconosciuta”, e cioè non possedere una personalità giuridica riconosciuta dallo Stato.

 

PHI FOUNDATION SOCIAL INNOVATION COMMUNITY

 

 

Alessandro Roma

PHI Foundation

 

Storia di Luna

Oggi abbiamo deciso di pubblicare una storia, uno storytelling piuttosto crudo e struggente.

Ovviamente per motivi di privacy il nome della protagonista è inventato, ma i fatti e le vicende narrate, quelle no.

L’obiettivo di questo articolo, che non cita associazioni, gruppi di volontari o azioni governative, vuole essere solo quello di sensibilizzare l’opinione pubblica su un problema, quello della violenza domestica, che spesso è nascosto o non evidenziato a sufficienza.

“L’articolo che vi scrivo oggi parla di una donna ragazzina, donna perché ha raggiunto una certa età e ragazzina perché non ha avuto il tempo di crescere e che chiamerò con il nome di Luna.

Luna è oggi una donna e benché abbia avuto un passato molto tormentato, si potrebbe dire che abbia raggiunto un certo equilibrio di vita, anche se ancora certi traumi del passato la tormentano al punto da farla stare ancora male.

Sin da piccola, Luna, ha manifestato problemi psichici, senza ricevere nessuna cura adeguata dalla sua famiglia, anzi dai suoi familiari veniva insultata come “nullafacente” e rinchiusa nella sua cameretta insieme ad una sorella maggiore a cui era molto affezionata.

La sua situazione familiare era al quanto tesa dal momento che il padre la faceva anche da padrone, ha visto prendere a cinghiate la sorella, i fratelli, la madre, ha visto lanciare coltelli, piatti e bicchieri ma se le domandi: “tuo padre a te ti ha mai picchiato?” La risposta che ricevi da Luna è: “no, non lo so o non mi ricordo”.

Un duro colpo Luna lo ha subito la sera di un rigido inverno quando la sorella, a cui era molto attaccata, uscì di nascosto di notte dalla camera senza farvi più ritorno. Fu ritrovata il mattino successivo senza vita dentro un torrente non lontano dalla propria abitazione.

Rimasta sola senza il supporto della sorella, vivendo con altri fratelli oltre ai genitori, Luna, ha cominciato a buttarsi nell’alcool, trovando in esso una via di fuga sia dal ricordo della sorella defunta e sia a causa delle violenze di ogni genere che era costretta a vivere all’interno del suo nucleo familiare, violenze psichiche e violenze di altro genere.

L’abitazione paterna l’aveva denominata “la casa del diavolo” per il comportamento molto crudele che lei vedeva da parte del padre nei confronti della madre e dei fratelli.

Il passato di Luna oltre che da violenze psichiche è fatto di violenze e di abusi da parte di altri “ orchi ” nei suoi confronti, abusi che spesso si consumavano all’interno della stessa casa paterna mentre i genitori erano in una camera, lei veniva abusata in un’altra camera (i genitori erano consapevoli di ciò che succedeva?).

Oggi possiamo dire che grazie all’aiuto di una persona di cui non metto il nome e grazie soprattutto alla sua volontà, Luna in gran parte ha superato quei momenti di crisi che le venivano al ricordo delle violenze subite, è riuscita ad allontanarsi dall’alcool, dalla famiglia paterna e dagli ” orchi

Questa è una parte della storia di Luna, ma come lei vi sono molte altre ragazze che vivono lo stesso dramma, una doppia violenza, come donna e come disabile, e spesso la società non conosce o finge di non sapere, violenze fisiche e psichiche che avvengono dentro le mura domestiche, proprio il luogo dove una persona si dovrebbe sentire “protetta“.

 

D’Ambrosio Giorgio

PHI Foundation

#PHI Storytelling

PHI Storytelling – diventa autore della tua vita

Cos’è lo storytelling ?

E’ l’arte di saper raccontare, di narrare, di far rivivere attraverso il racconto, qualcosa che è capitato o che ti è stato riportato da altri.

Lo storytelling nasce con l’uomo, perché voler condividere attraverso il racconto, quanto ci succede, è la prima espressione di comunicazione umana.

Sin da quando siamo bambini, siamo abituati ad ascoltare le favole, le fiabe, le storie. Il nostro cervello è allenato e pronto a recepire questa forma di comunicazione per assimilarla, rielaborarla e condividerla.

Si perché uno dei punti di forza dello storytelling è proprio la sua viralità, ovvero la capacità che ha un racconto di camminare con le sue gambe trasferendosi da persona a persona. E’ con questa forma che sono arrivate fino a noi, tradizioni, antichi aneddoti e racconti mitologici.

Lo storytelling ha la capacità di insegnare, attraverso la morale insita nel racconto stesso, una lezione di vita, un modello comportamentale o anche una dottrina filosofica o religiosa.

Se vuoi lasciare una testimonianza diretta della tua attività sociale, se vuoi raccontare una tua esperienza umanitaria o se semplicemente ti va di mettere a disposizione degli altri un tuo racconto o un tuo aneddoto, PHI Foundation ha realizzato nel suo portale una sezione dedicata ai racconti e allo Storytelling.

È sufficiente registrarsi compilando il format e inviando la propria storia che, se verrà approvata dalla redazione, sarà pubblicata sul blog e nei social media, dandoti un ampia visibilità e notorietà.

Diventa protagonista con la tua storia e condividila nella nostra e nella tua rete.
Aiutaci a donare la nostra parte migliore e doneremo il tuo aiuto alla parte migliore di questo mondo.

PHI FOUNDATION
AIUTERÀ LE TUE STORIE A CAMMINARE CON LE LORO GAMBE PER ANDARE LÀ DOVE VORRESTI ARRIVARE…

Sarà molto di aiuto e gradito il tuo mi piace.

Se vuoi inviare a PHI Foundation Social Innovation Community una tua storytelling clicca qui.

Sebastiano De Falco

PHI Foundation

Non sei idoneo ad essere mio figlio

Quella che oggi pubblichiamo è una storia molto toccante e cruda tratta dalla testimonianza di un nostro lettore.

Speriamo possa essere utile a scuotere qualche animo sensibilizzandolo su problemi legati all’accettazione familiare dei disabili.

“La storia che voglio raccontarvi oggi, parla di un figlio la cui vera identità non verrà resa pubblica e il cui nome, se citato, sarà di pura invenzione.

Il tutto ha inizio qualche decennio addietro quando i genitori, sperando in un futuro migliore, decidono di trasferirsi in Australia, dopo la nascita del figlio tanto atteso.

In un freddo giorno d’inverno viene alla luce questo piccolo pargoletto, che dopo 3 ore dalla nascita, viene colpito dal virus della polio, facendo così svanire i sogni di un trasferimento in Australia.

Sin dai primi anni di vita, il bambino ha affrontato varie operazioni al fine di migliorare o ridurre il suo handicap ed in parte riuscendovi, ma senza sapere che la barriera più grande da affrontare era all’interno del suo nucleo familiare.

All’inizio degli anni settanta il bambino viene condotto in un istituto in Umbria, dove vi rimane per un decennio e dove fa amicizia con altri ragazzi poliomielitici più o meno gravi di lui tornando in famiglia solo 2 volte l’anno.

Nel 1980 con la chiusura definitiva dell’istituto il bambino ormai cresciuto viene posto davanti ad una scelta, tornare in famiglia o essere inserito in una comunità, scelse di tornare in famiglia.

Il bambino che ormai è diventato un giovane adolescente, si accorse ben presto di essere escluso dal resto del nucleo familiare, di essere isolato da quelle persone che dovrebbe essere il suo punto di riferimento, di essere allontanato, “ripudiato” per colpa del suo handicap,  rifiutato dal proprio padre.

Con il passare dei giorni, mesi ed anni, il ragazzo si rendeva sempre più conto del disprezzo o dell’odio che il padre nutriva nei suoi confronti, al punto da costringerlo ad andare a dormire e mangiare in una stanza adibita a magazzino con annessa una stalla per il ricovero degli animali.

Le uniche parole che il giovane ragazzo sentiva uscire dalla bocca del padre erano solo parole di disprezzo nei suoi confronti, “chi non è buono per se stesso non è buono neanche per la regina“, “prendi la fune ed impiccati”, “ti disconosco come figlio“, “non ti voglio più vedere, vai via di casa” ed altre frasi simili.

Il ragazzo, oggi un uomo, da qualche anno ha messo su famiglia, ancora non viene accettato dal padre e spesso è ancora maltrattato, anche in presenza di altre persone benchè abbia raggiunto una certa età e maturità.

Con questo articolo voglio far conoscere il disaggio di un figlio che ha qualche problema fisico o psichico col quale deve fare i conti giornalmente.

Nonostante siamo nel 3° millennio, purtroppo, di storie come questa ve ne sono in abbondanza.

Per fortuna esistono strutture come www.postpolio.it e www.disabili.com in grado di prendersi cura e di aiutare chi è affetto da queste gravi menomazioni.”

 

D’Ambrosio Giorgio

PHI Foundation

storytelling

Storytelling: per una Onlus strumento efficace di content marketing e brand identity

Lo storytelling è una tecnica narrativa che permette a chi ci legge o ascolta di vivere una esperienza emozionale. Quello che succede quando assistiamo a un’opera teatrale o a un film che ci appassiona è di entrare nel vissuto del protagonista e vivere con lui l’impresa, il viaggio o l’avventura che sta affrontando.

Lo stesso meccanismo accade con lo storytelling: studi neurologici dimostrano che il nostro cervello risponde agli stimoli prodotti dalla narrazione come se stessimo provando gli stessi sentimenti o compiendo le stesse azioni del personaggio principale del racconto.

Lo storytelling può essere per una Onlus una delle migliori tecniche di content marketing che, fra l’altro, si può facilmente declinare sia sui canali di comunicazione offline che online. Chi più di una Onlus può avere interesse a trasmettere le proprie idee e i propri valori tramite una storia d’impatto?

Per garantire l’efficacia della narrazione uno storytelling deve contenere degli elementi chiave:

  1. una trama epica con eroi che compiono un’impresa difficile o rischiosa;
  2. un melodramma con personaggi fragili o indifesi che poi trovano il loro riscatto nel raggiungimento dell’impresa o, al contrario, una commedia in cui i personaggi vivono situazioni ironiche e leggere. Ad esempio, il FAI (Fondo Ambiente Italiano) in occasione della Campagna #FAImarathon ha realizzato un video in chiave ironica per avvicinare agli Italiani l’arte nascosta dentro palazzi e portoni. Lo stratagemma utilizzato per far entrare negli edifici storici i passanti che camminano assorti nei loro pensieri e dimentichi delle meraviglie artistiche del loro paese è stato far parlare i citofoni.
  3. infine non può mancare una saga romantica in cui momenti negativi si concludono con epiloghi positivi.

In uno storytelling  di successo si possono annoverare altri 3 elementi che potenziano l’evoluzione narrativa:

  1. i nemici: cercano di ostacolare gli sforzi del protagonista nel compimento dell’impresa.

Un ottimo esempio possiamo trovarlo all’interno di uno dei villaggi esperienziali allestiti da Save the Children in varie città italiane in occasione della Campagna EveryOne contro la mortalità infantile. Chi visitava il villaggio riceveva un badge con il nome di un operatore o operatrice Save the Children e, attraverso un gioco interattivo, poteva fare l’esperienza di dover raggiungere nel minor tempo possibile un villaggio per portare aiuto ad una mamma e a un neonato pedalando su una bici-ambulanza collegata a un monitor. Durante il percorso incontrava vari nemici come la lunga distanza, la pioggia, il freddo, la strada poco asfaltata e altri ancora. Proprio tali avversità aiutavano a far comprendere cosa volesse dire fare l’operatore sanitario in zone povere e remote.

  1. gli amici del protagonista: lo aiutano nel raggiungere la meta. Prendiamo ad esempio una delle storie della Campagna #nonmiarrendo di Telethon: Emanuele è un bambino affetto da una grave patologia che colpisce progressivamente il metabolismo. Sua mamma Cristina, con il papà e i fratellini, decidono di non arrendersi alla malattia e con pazienza costruiscono la loro vita familiare intorno ai bisogni del bambino che è tracheotomizzato per respirare meglio e si nutre tramite un sondino. Ecco che al loro fianco si schierano degli amici: i ricercatori di Telethon che si impegnano ogni giorno per migliorare la salute e la qualità della vita di tanti bambini malati come Emanuele.
  2. come in ogni epica non può mancare un’ingiustizia che il nostro eroe dovrà combattere con tutte le sue forze. Qui non servono esempi considerando che in fondo tutte le Onlus nascono per contrastare una ingiustizia sociale.

In conclusione, una Onlus che, tramite la tecnica dello storytelling,  sia in grado di coinvolgere i propri utenti  facendo echeggiare emozioni e aprire le menti a prospettive differenti, riesce a far sentire possibile un futuro migliore.

PHI Foundation è un’associazione che si occupa di sostenere ed aiutare tutti gli operatori che si muovono nell’ambito del Terzo Settore, attraverso l’informazione e la promozione di raccolte fondi.

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Vanessa Doddi

PHI Foundation

PINO, L’ ALBERO CUSTODE

C’era una volta un imponente albero, piantato al centro di un giardino  gremito di fiori, che circondava una piccola casetta abitata da una giovane coppia.

L’aspetto vigoroso dell’albero era dovuto alle amorevoli cure ricevute giornalmente dal padrone di casa, Davide, un giovane scrittore amante della natura.

Davide era molto affezionato all’albero perché suo padre lo aveva piantato proprio il giorno della sua nascita: crescendo aveva instaurato con l’albero un legame affettivo tanto forte da spingerlo a dargli un nome, Pino.

Ogni giorno Davide amava trascorrere tanto tempo all’ombra di Pino  per raccontargli tutto ciò che accadeva nel corso delle sue giornate, proprio come se fosse un suo amico in carne ed ossa.

Lo scrittore in erba viveva in quella casetta con sua moglie  Sarah e la giovane coppia ebbe presto una bambina, Maria, che aveva gli occhi grandi e marroni, dal colore simile a quello del tronco di Pino.

Divenuto padre, Davide iniziò a coltivare l’abitudine di far addormentare Maria leggendole una favola all’ombra di Pino, ma crescendo la ragazza non si dimostrò affatto interessata a condividere la passione di suo padre per la natura.

Un giorno Davide si ammalò e fu costretto a recarsi in una clinica specializzata, lontano da casa; sua moglie lo accompagnò lasciando a Maria il compito di prendersi cura, durante la loro assenza, della casa e del giardino.

Tuttavia la ragazza trascurò completamente i suoi doveri ed i fiori ben presto appassirono mentre Pino, a causa del forte caldo, diventava sempre più debole.

Finché un giorno, mentre stava uscendo, Maria si fermò un attimo davanti a Pino chiedendosi come mai suo padre tenesse così tanto a quel banale albero quando, improvvisamente, a pochi metri da lei, un automobilista perse il controllo della sua vettura che si diresse a gran velocità in direzione di Maria .

La ragazza, presa dal panico, restò impietrita e chiuse gli occhi. Pochi attimi ed un botto fortissimo glieli fece riaprire: l’auto aveva colpito Pino, danneggiando il suo tronco, ma fortunatamente lei e l’autista erano incolumi.

Forse per caso, o forse miracolosamente, l’albero l’aveva protetta e le aveva salvato la vita.

Passato lo spavento Maria pianse, si sedette vicino a Pino e gli parlò, come era solito fare suo padre, ringraziandolo e chiedendogli scusa per averlo trascurato. Gli promise inoltre che da quel giorno si sarebbe presa cura di lui.

Qualcosa in Maria era cambiato: aveva imparato a guardare Pino con occhi diversi ed a provare delle emozioni per lui, attribuendo alla sua presenza un significato del tutto nuovo.

Ciò che Maria aveva appreso è alla base della mission della Fondazione Albero Gemello Onlus, che ha come finalità la partecipazione al perpetuarsi della vita attraverso la natura, contribuendo allo sviluppo del verde per una rinascita ambientale: sostienila anche tu!

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Nicola Minerva

PHI Foundation