L’ALTRA ITALIA: LA STORIA DE L’ISOLA CHE C’È

L’altra Italia, la storia de L’Isola che c’è, è un articolo scritto da Chiara Affronte e che navigando in rete scopriamo solo oggi.

 

Durante l’intervista a Sebastiano de Falco potrebbe esserci stato un misunderstanding e noi della PHI Foundation attendavamo di conoscere la data di pubblicazione.

 

L’altra Italia: La storia de l’isola che c’è, riportiamo integralmente l’articolo di Chiara Affronte.

 

Fanno tantissimo con molto poco, si sostituiscono spesso a quei servizi che lo Stato non è in grado di garantire e si basano sul lavoro volontario ed entusiasta di un numero straordinario di persone.

 

Sono le associazioni non profit che operano nell’ottica della solidarietà tra individui e che faticherebbero meno ad andare avanti se usufruissero delle opportunità che oggi l’on line offre. Ne è convinto Sebastiano de Falco, Fundraiser che ha base a Lugano in Svizzera ma che con Phi Foundation insieme ai suoi soci ha creato un’organizzazione, a sua volta non profit, che dà sostegno a tutte quelle altre associazioni per realizzare progetti di interesse comune, per aiutarle a trovare fondi, a partecipare a bandi così da sostenere le economie locali.

 

L’Italia è un paese incredibile per ciò che riguarda il terzo settore perché conta un numero molto grande di associazioni che vi operano e moltissimi volontari e lavoratori, ma fatica a staccarsi da quel meccanismo di raccolta fondi che ha sempre perseguito in passato, molto faticoso ma meno efficace rispetto a ciò che propone la rete”, spiega De Falco.

 

L’esempio de l’Isola che c’è

I dati forniti dall’Istat nell’annuario statistico del 2016 parlano di 301.191 istituzioni non profit in cui operano 951.580 lavoratori retribuiti di cui 680.811 dipendenti e oltre 4,7 milioni di volontari. Una forza incredibile che ha la capacità di radicarsi nel territorio operando in settori di grande interesse per la comunità. Come avviene nel caso de L’isola che c’è, associazione che si trova nel comune di Monte Porzio Catone, nel Lazio, e che si occupa dal 2001 di sostenere le famiglie di ragazzi disabili con l’obiettivo di integrarli nella società, perché, come si sa, soprattutto quando questi ragazzi non sono più in età scolare, diventano adulti, spesso abbandonati a loro stessi. “Fanno parte dell’associazione una ventina di ragazzi, adolescenti e giovani adulti, che partecipano alle attività in modi e con durate diverse – spiega Romilda De Santis, psicologa e anima de L’isola che c’è –; abbiamo un centro diurno e una serie di attività laboratoriali che i ragazzi seguono, prevalentemente di tipo artigianale”.

 

I ragazzi? Chiedono autonomia

Questa associazione ha deciso di concentrarsi sui ragazzi con problematiche medio-lievi – sono spesso affetti da sindrome di down -perché il pubblico “riesce a garantire più assistenza ai gravi e gravissimi prevalentemente dal punto di vista sanitario”. Ma i ragazzi medio-lievi hanno, invece, tantissime potenzialità da sviluppare e su cui lavorare per garantirsi un futuro migliore. Un futuro “che chiedono con forza”, chiarisce De Santis. “Gli stimoli sul ‘cosa fare’ arrivano quasi sempre da loro, perché vogliono essere autonomi”.

Inutile dire che i fondi su cui fare affidamento sono la nota debole del processo: “Il centro diurno è quello che ci garantisce un’entrata di 70mila euro l’anno dalla Regione, ma con un affitto da pagare di 900 euro al mese e spese molto elevate non è facile starci dentro”.

Il 5 per mille costituisce un’altra entrata; tutto il resto è moltissimo lavoro volontario, mercatini in cui vendere manufatti (bomboniere, oggetti per la casa, bigiotteria, artigianato…), lotterie e iniziative simili. “In questo modo riusciamo a dare ai ragazzi una specie di buste-paga simboliche che loro stessi ci hanno chiesto espressamente proprio per avere un qualcosa in cambio del lavoro svolto e sentirsi utili”, ci spiega De Santis.

 

 

Le occasioni della rete per le Ong

In questo contesto, dunque, si inserisce la collaborazione con Phi Foundation: “Grazie alla rete di supporto da loro costituita cerchiamo di convogliare maggiore attenzione sulle nostre attività e di avviare delle campagne di raccolta fondi”, chiarisce De Santis. “Solo le grandi associazioni come Fai, Telethon e altre di simile rilevanza sono in grado di trovare fondi importanti”, scandisce De Falco. E solo pochissime, tra tutte le altre, conoscono le possibilità che la rete offre. Come avviene nel caso di Google con il progetto Ad Grants. “Fai conoscere la tua causa a tutto il mondo”. Con questo slogan il colosso del web comunica il progetto: “Un programma pubblicitario che consente alle organizzazioni non profit di fare pubblicità on line gratuitamente tramite Google AdWors”, si legge sul sito Phi Foundation, garantendo una cifra pari a 10mila dollari al mese.

 

Ritardi italiani

Per De Falco è incomprensibile che solo poche associazioni italiane si avvalgano di strumenti e possibilità come quella offerta da Google: “Noi cerchiamo di orientare i nostri partner in questo senso perché ci accorgiamo di quanta fatica facciano ad andare avanti nei loro progetti: non sfruttare la rete ma continuare a concentrarsi solo sui mercatini non ripaga, oggi come oggi, gli sforzi che vengono fatti”.

Manca, secondo il fundraiser di Phi Foundation, il sostegno di figure come quelle dei project manager che possano orientare le associazioni verso la partecipazione a bandi anche europei. “Spesso sono complicati ma se si considera che una percentuale altissima di associazioni italiane non è neanche registrata, significa che non esiste la consapevolezza delle potenzialità di cui usufruire (la registrazione è indispensabile), sebbene l’Italia sia un paese di grandi donatori e di grandissimo associazionismo”, conclude De Falco. Una fotografia, questa, rilevata anche dall’Istat: il 66,7% delle associazioni, infatti, in Italia risulta essere “non riconosciuta”, e cioè non possedere una personalità giuridica riconosciuta dallo Stato.

 

PHI FOUNDATION SOCIAL INNOVATION COMMUNITY

 

 

Alessandro Roma

PHI Foundation

 

ARTICOLI DELLA SETTIMANA 27 AGOSTO 2017

LE ONG E IL CODICE MINNITI

In questi ultimi mesi si è molto parlato delle Ong e del loro operato, ma su di loro c’è e c’è stata molta confusione in merito.

Le Ong sono state accusate di aiutare e incrementare il flusso migratorio e di aiutare scafisti che a discapito di qualsiasi sicurezza e umanità  trasportano migliaia di persone su barconi poco sicuri e in condizioni disumane.

Nel contempo l’Italia è da anni che sta cercando di regolare e gestire questo flusso migratorio che dall’Africa e dai Paesi Medio Orientali va verso l’Europa, approdando inevitabilmente sulle nostre coste.

Un po’ di storia:

Il 16 maggio 2017 il Sen. Nicola Latorre ha pubblicamente espresso, dopo un’indagine della Commissione Difesa del Senato, la necessità  di regole chiare per le Ong che prestano soccorsi nel Mediterraneo.

Sotto questo quadro il ministro dell’interno Minniti ha espresso l’esigenza di un codice di condotta che ha trovato il favore della Commissione Europea, la quale ha incaricato l’Italia della sua realizzazione.

Il 18 luglio 2017 l’Italia ha presentato il codice di condotta che è stato lievemente modificato su richiesta di alcune Ong, chiaramente non senza polemiche e confusioni.

Alla fine sono 13 i punti del Codice Minniti per la gestione dei salvataggi in mare dei migranti da parte delle Ong: 

  1. Non entrare in acque libiche, «salvo in situazioni di grave e imminente pericolo» e non ostacolare l’attività della guardia costiera libica;
  2. Non spegnere o ritardare la trasmissione dei segnali di identificazione;
  3. Non agevolare con comunicazioni la partenza delle barche di migranti;
  4. Attestare l’doneità  tecnica per le attività  di soccorso, compresa la capacità  di conservazione di eventuali cadaveri;
  5. Informare sul proprio Stato di bandiera;
  6. Tenere aggiornato il competente Centro di coordinamento marittimo sull’andamento dei soccorsi;
  7. Non trasferire le persone soccorse su altre navi, «eccetto in caso di richiesta del competente Centro di coordinamento per il soccorso marittimo»;
  8. Informare costantemente lo Stato di bandiera dell’attività  intrapresa dalla nave;
  9. Cooperare con il competente Centro di coordinamento marittimo eseguendo le sue istruzioni;
  10. Ricevere a bordo, su richiesta delle autorità  nazionali competenti, «eventualmente e per il tempo strettamente necessario», funzionari di polizia giudiziaria che possano raccogliere prove finalizzate alle indagini sul traffico;
  11. Dichiarare le fonti di finanziamento alle autorità  dello Stato in cui l’Ong è registrata;
  12. Cooperazione leale con l’autorità  di pubblica sicurezza del previsto luogo di sbarco dei migranti;
  13. Recuperare, «una volta soccorsi i migranti e nei limiti del possibile», le imbarcazioni improvvisate e i motori fuoribordo usati dai trafficanti di uomini.

La mancata accettazione da parte delle Ong potrà comportare il divieto di sbarco dei migranti salvati nei porti italiani.

Con questi ultimi aggiornamenti molte Ong hanno firmato il Codice, ma non proprio tutte, come per esempio Medici senza Frontiere che non accetta di avere sulle proprie navi persone armate.

La grande confusione però non riguarda solo i punti del Codice, che pare non essere stato scritto per salvare e soccorrere (questo denunciano molte Ong), ma che il tutto si riduca ad un accordo che l’Italia ha fatto con la Libia per limitare che dalle coste libiche partano barconi di migranti.

Questo accordo pare abbia portato la Libia a espandere la zona Sar (zona di ricerca e salvataggio) oltre la propria linea di acque territoriali, occupando un’area di mare che fino ad oggi era considerata “acque internazionali”.

Senza avere ancora l’autorizzazione ufficiale, la Libia si è comportata da Stato sovrano in queste acque verso alcune Ong che hanno richiesto il soccorso dell’Italia, la quale non è intervenuta, nonostante fosse obbligata dai trattati internazionali.

A tutt’oggi la situazione è controversa e poco chiara.

Solo poche cose sono certe: che le persone in difficoltà  o in pericolo devono essere salvate e che questi salvataggi devono essere regolamentati.

Bisogna trovare inoltre alternative che permettano a queste popolazioni di vivere nella loro terra ma soprattutto informarle su cosa significhi abbandonare tutto e migrare in altri Paesi.

Diciamocela propria tutta, la maggior parte dei migranti non sono persone povere che scappano dalla guerra, ma giovani uomini e donne che sperano in un futuro migliore e che pagano a caro prezzo un viaggio che molte volte della speranza proprio non è.

E voi cosa ne pensate?

 

Laura Giacometti

PHI Foundation

T-Shirt Solidali

1 T-Shirt Solidali con frasi di De Andrè : una speranza per i Detenuti.

Spesso le persone più fragili, sono costrette a vivere ai margini della società .

Gran parte della produzione artistica di Fabrizio De Andrè  viene dedicata a queste persone disagiate .

La fama delle sue frasi espresse in molti brani musicali, viene impressa anche nelle T-shirt Solidali, simboleggiando così un punto di  riferimento per ripartire da zero indossandole nel carcere per farle tornare a vivere, anche se pur sempre da dietro le sbarre.

2 IL LABORATORIO DI T-SHIRT SOLIDALI:

Il Laboratorio serigrafico è nato nella  casa circondariale di Marassi, in cui sono impiegati alcuni detenuti.

E’ nato circa 9 anni fa da un’idea della cooperativa Bottega Solidale, che all’inizio sviluppava grafiche partendo proprio dalle frasi di Fabrizio De Andrè.

Le grafiche poi, sono diventate le T-shirt , seguendo  un processo di filiera etica ed equo solidale, iniziando dal Bangladesh, passando dal carcere Ligure e terminando, oltre che nelle botteghe, anche nelle grandi catene alimentari come Carrefour e Coop.

Secondo il responsabile del progetto Paolo Trucco: “partire da De Andrè è stato più che naturale, essendo di origine genovese, specialmente per le tematiche affrontate nei suoi testi in cui ci si ritrova in pieno ed anche perchè si adattano meglio al lavoro nel carcere“.

Vengono prodotte altre grafiche di altri artisti come  ad esempio: Fossati, Guccini, Gaber e tanti altri,  successivamente serigrafate sulle T-Shirt Solidali.

Oltre alle diverse linee di T-Shirt Solidali, il laboratorio crea anche altri prodotti legati soprattutto ad alcuni eventi.

L’idea principale in questo laboratorio è quella di diversificare le attività  per espandere l’esperienza imprenditoriale che ad oggi ammonta ad un guadagno tra i 220 e i 350 mila euro.

Anche per questo la cooperativa è entrata all’interno della rete di Freedhome, che raggruppa una dozzina di attività  all’interno delle carceri italiane per metterle a sistema.

In conclusione, per approfondire l’argomento, citiamo Paolo Trucco che  racconta come “sia fondamentale partire dal piccolo con le proprie componenti e riuscire poi a far rete per dimostrare che le nostre sono buone prassi.

L’esperienza nel mondo carcerario è stata nuova per noi e negli anni ci ha sempre più entusiasmato. Siamo partiti da un percorso conoscitivo, i detenuti che lavorano con noi si sono saputi mettere in discussione. Così siamo riusciti a superare l’ottica assistenziale del lavoro e creare un’ambiente in cui si lavora per raggiungere alti standard di qualità».

Dunque come in ogni progetto di economia carceraria, importante è stata anche la collaborazione con le direzioni del carcere che, in base a quanto afferma il responsabile della cooperativa: «Il punto è avere unità  di intenti: credere nel ruolo rieducativo del carcere e lavorare affinchè la pena abbia realmente senso». 

Penso sia giusto che  ci siano opportunità  per queste persone, perchè tutti abbiamo bisogno di una o più chance nella vita, a patto che venga maturata l’idea dello sbaglio commesso e poterne trarne dei vantaggi per migliorarsi.

L’idea di fabbricare T-shirt solidali è stata senza dubbio uno slancio  alla comunità  carceraria  che spesso vive ai margini della società  ma che attraverso citazioni di artisti come Fabrizio De Andrè¨ riesce a ritrovare ancora il senso della vita pur sempre scontando la pena attribuita e, nello stesso tempo, conquistare una marcia in più  verso la speranza per una vita consapevolmente  giusta ed appagante .

 

N&D Nadine Fashion Stylist

PHI Foundation

L’ ASILO DEI GRANDI, STARE INSIEME CON STILI DI VITA SOSTENIBILI

Milano esiste un posto speciale dove trascorrere del tempo in compagnia, divertendosi e con qualcosa in più. Eh sì, perchè all’ Asilo dei Grandi si insegna a recuperare attività  manuali come fare un orlo o creare una collana, si riciclano e si aggiustano gli oggetti, perché è un vero spreco buttarli. Si insegnano e si realizzano sfiziose ricette di cucina vegetariana e cucina vegana per tutti, anche per chi è solo curioso di avere le basi per una cucina senza alimenti di origine animale. E persino corsi di gelato!

L’idea è nata nel 2015 dalle passioni di tre socie: Elisa, Laura e Patrizia, che si sono inventate  l’ Asilo dei Grandi che è prima di tutto un luogo di socializzazione, un punto di incontro dove si coinvolgono persone di ogni età , per provare che non si è mai troppo grandi per imparare qualcosa di nuovo. I corsi sono rivolti principalmente agli adulti con qualche eccezione, come i laboratori di cucito e cucina per bambini.

Corsi di cucitocorsi di magliacorsi di patchwork per chi ama creare con ago e filo, corsi di acquarello, corsi di informatica e corsi di chitarra per chi ama esprimere la propria creatività  in modo artistico.

C’è spazio anche per la bellezza e la cura di sè con i corsi di make up che insegnano a valorizzarsi ed essere belle in ogni occasione e i laboratori di erboristeria, per imparare a usare i rimedi naturali e a produrre creme, bagnoschiuma e cosmetici di qualità in casa.

E poi incontri con gli specialisti per interagire e comprendere meglio il proprio cane e gatto o con l’architetto per i consigli su come ristrutturare casa.

All’Asilo dei Grandi puoi imparare le lingue guardando un film in inglese, seguire lezioni di giapponese o fare letture di gruppo in compagnia di altri appassionati di libri.

Non solo, l’ Asilo dei Grandi da settembre 2016 collabora con Cuore di Maglia , un’associazione che si occupa di produrre indumenti per i neonati prematuri da donare agli ospedali di tutta Italia. Il gruppo dell’Asilo dei grandi è particolarmente attivo e coinvolge tantissime volontarie che si ritrovano il martedì per sferruzzare insieme copertine, sacchi nanna, babbucce, cappellini e tanto altro.

In una grande città  dove le relazioni sono sempre più difficili, dove la fretta e il consumismo prevalgono, puoi trovare qualcuno che ha voglia di fare e stare assieme, condividendo saperi e passioni. E per i soci lo spazio è a disposizione anche per incontri, feste o attività  private.

Corsi creativi con il comune denominatore della sostenibilità , volontariato e divertimento: tutto questo è l’ Asilo dei Grandi.

Per avere maggiori informazioni potete andare sul sito www.asilodeigrandi.it oppure potete scrivere alla seguente email: info@asilodeigrandi.it , a breve sarà  possibile scoprire cosa vi proporrà  l’associazione a partire da Settembre!

 

Laura Giacometti

PHI Foundation

ARTICOLI DELLA SETTIMANA 6 AGOSTO 2017

Il meraviglioso viaggio…di un vestito usato

Sono un vestito usato, una di quelle tutine rosa con orsetti e cuoricini indossato per pochi giorni da una bimba cresciuta in fretta. In breve tempo sono diventato troppo piccolo per lei e sono stato riposto, ben piegato e profumato, in una scatola che sa di lavanda: un vestito usato tra tanti altri. Dopo qualche mese mi trovavo in compagnia di una enorme quantità di vestiti per neonati, tanto belli da guardare ma ormai inutilizzabili. Mi sentivo dimenticato, non potevo vestire nessun bebè, non potevo proteggerlo dal freddo e scaldare i suoi piedini, non potevo rendermi utile.

Un giorno però è accaduto qualcosa di inaspettato per un vestito usato: la mamma che mi aveva acquistato e così ben conservato, mi ha tolto dalla scatola insieme ad altri piccoli vestiti e, dopo avermi sistemato in una grande borsa, mi ha messo in macchina per un viaggio che si rivelerà meraviglioso.

In breve tempo mi sono ritrovato tra nuovi volti e nuove mani che mi hanno riposto con cura e ordine sopra dei grandi scaffali. Ho avuto immediatamente la certezza che presto mi sarei sentito nuovamente utile per qualcuno: ero arrivato nel Centro Raccolta di Opera San Francesco, il luogo dove le persone donano abiti per grandi e piccini, calzature, valigie, coperte, nuovi o in buono stato, oltre a medicinali integri e non scaduti.

Un dato può dare l’idea delle dimensioni di questa attività: nel 2016 il valore degli abiti distribuiti da Opera San Francesco si è attestato a 288.509,50 euro (dati elaborati da Altis, Bilancio Sociale 2016).

I capi distribuiti:

  • magliette 17.350
  • pantaloni  13.410
  • felpe 11.560
  • scarpe 5.632
  • giubbotti 4.964
  • coperte 2.279
  • lenzuola 1.943
  • borse 1.751
  • sacchi a pelo 640

E’ così che dopo qualche giorno mi sono ritrovato indossato da una piccola bimba, dagli occhioni scuri, i capelli ricciolini e la pelle color del cioccolato. Viveva con la sua mamma in una struttura di accoglienza, era appena arrivata da molto lontano ma sapevo che, per qualche tempo, le sarei stato molto vicino.

E’ grazie a gesti cosi semplici, grazie all’intenzione di ciascuno di noi e all’impegno di tanti volontari di Opera San Francesco, che un vestito usato si può rivelare un dono prezioso per chi possiede poco o nulla.

 

PHI Foundation

ARTICOLI DELLA SETTIMANA 30 LUGLIO 2017

Idee - Social Innovation

NUOVE IDEE, ANTICHE FILOSOFIE

PHI Social Innovation Community è creazione di nuove idee, prodotti, servizi che soddisfano bisogni sociali e simultaneamente creano nuove collaborazioni e relazioni.

Il termine Social Innovation esprime infatti, un doppio significato: innovazione intesa come utilizzo di tecnologie attraverso nuove idee e innovazione realizzata da una comunità e non da un unico individuo o un organismo.

Diventa così un risultato collettivo che richiede accordi, condivisione, co-adaptation e dialogo. Si ha infatti, innovazione sociale solo quando persone e organizzazioni svolgono un ruolo attivo e collaborativo nella realizzazione concreta dei processi innovativi, attraverso la creazione di reti sociali.

Soddisfare i bisogni della collettività ed affrontare le nuove sfide per lo sviluppo. Le nuove comunità dovranno avere una grande capacità di vivere i cambiamenti derivanti: dall’evoluzione scientifica e tecnologica, dal confronto culturale, sociale ed economico con le altre comunità con cui bisogna cooperare e competere, dalle incertezze e dai rischi presenti nei piani per garantire un benessere minimo o  una cittadinanza inclusiva.

Tutto questo può essere gestito al meglio solo attraverso la bussola della Social Innovation, che implica una strategia per la formazione di smart-people, i quali devono vivere secondo i principi dello smart-living in delle smart-communities o smart-cities.

Quest’ultime da intendere come città dove gli investimenti nel capitale umano e sociale, nei processi di partecipazione, nell’istruzione, nella cultura, nelle infrastrutture per le nuove comunicazioni, alimentano uno sviluppo economico sostenibile, garantendo un’alta qualità di vita per tutti i cittadini e prevedendo una gestione responsabile delle risorse naturali e sociali, attraverso una governance partecipata.

Tutto questo spinge a puntare prioritariamente sulla smart-education (sviluppo di piattaforme territoriali di e-learning, di public digital library, ecc.), cittadinanza attiva (strumenti di open-government, legalità, uso responsabile del territorio, ecc), capacità di vivere il cambiamento (strumenti e azioni che agevolino il cambiamento delle regole sociali e la capacità di realizzare e utilizzare le innovazioni).

In tutte queste azioni è certamente rilevante il ruolo dell’ingegneria ed in particolar modo di quella legata all’ICT (Information & Communication Technology).

Phi Foundation Social Innovation Community è tutto questo ed altro ancora…

Sarà molto di aiuto e gradito il tuo mi piace!

Sebastiano De Falco

Phi Foundation

ARTICOLI DELLA SETTIMANA 16 LUGLIO 2017

VIVA GLI ANZIANI: UN’ORA DI VOLONTARIATO PUÒ CAMBIARE DELLE VITE

Due bellissime lettere, due richieste di aiuto che non sono passate inosservate, che fanno riflettere e fanno capire. Queste sono le parole raccolte dalla Comunità di Sant’Egidio, che nel 2004 a Roma hanno fatto nascere il programma “Viva gli Anziani ”, realizzato grazie al volontariato di molte persone.

Sono le parole di Anna, che non vuole più vivere da sola ed entra in un istituto, ma si sente un numero senza identità e ha paura di dimenticarsi anche il proprio nome. Anna ha ancora molto da dare, può essere una buona ascoltatrice, può dare buoni consigli, può essere un’amica a cui regalare un’ora del proprio tempo e in cambio ricevere un affetto e un amore sincero.

Maria invece sa che non potrà continuare a farcela da sola, uscire a fare la spesa a volte è difficoltoso, le incombenze di casa sono ormai troppo pesanti e l’aiuto di una colf non se lo può permettere.  Ma l’istituto proprio no. Le sue foto, i suoi mobili… poter mangiare quando vuole e quello che vuole, poter vedere la tv anche di notte, quando soffre di insonnia. Vorrebbe mantenere la propria libertà ma così non può che attendere l’aiuto di qualcuno che si ricordi di lei. Queste ed altre accorate testimonianze hanno portato la Comunità di Sant’Egidio a far decollare il progetto di solidarietà per gli anziani.

Sulla scia dell’esperienza di Roma, Riccardo Mauri della Comunità di Sant’Egidio a Milano, insieme ad altri volontari, decidono di creare anche a Milano un modello di struttura d’accoglienza alternativo alla casa di riposo. Per realizzare il progetto, iniziano a cercare una casa dove degli anziani possano convivere e condividere la spesa di badanti e colf.

Partecipano così ad un bando del comune di Milano e con tanto impegno e volontà si aggiudicano una bellissima casa, in zona Lambrate, confiscata alla mafia. Che grande soddisfazione!

I lavori hanno inizio, l’obiettivo è creare una vera e propria abitazione con cucina, soggiorno, tre camere da letto e tre bagni, adatti alle esigenze e alla mobilità di un anziano. Per fortuna i volontari sono tanti e così grazie a donazioni, Onlus e Volontariato si portano a termine i lavori e la ricerca degli anziani disponibili a fare questa esperienza.

La prima è Luigia, una signora forte e dinamica, ultra ottantenne che accetta la sfida e per prima entra a far parte del team. Racconta le sue iniziali titubanze nel dover condividere una casa con delle persone estranee, ciascuna con le proprie abitudini, ma ben presto si ricrede. La famiglia si allarga, a volte ci si dà un po’ fastidio, è vero, ma è bello condividere, partecipare e donare il proprio tempo agli altri. Due badanti seguono quotidianamente gli anziani dandosi il turno, passano familiari e amici e soprattutto i volontari, persone speciali che offrono il loro tempo e la loro amicizia.

Se anche voi volete donare un po’ del vostro tempo a questi anziani e trascorrere un’ora della vostra giornata con loro, sono sicura che ne rimarrete affascinati. Per informazioni potete contattare Riccardo Mauri al 3398382974.

E ora non mi resta che aggiungere Viva gli Anziani, Viva il volontariato.

 

Laura Giacometti

PHI Foundation

A&I Onlus : Aperitivo in carcere

Prendere un aperitivo può essere un’esperienza particolarmente interessante e coinvolgente. Eh sì, perché a Milano è possibile farlo all’interno del carcere di S. Vittore.

Esiste un’associazione, l’A&I Onlus Cooperativa Sociale per la formazione e per il lavoro che, attraverso i suoi soci, i volontari e i donatori, si impegna a costruire le migliori condizioni per l’integrazione sociale e lavorativa di soggetti che godono di minori opportunità.

Uno dei progetti della A&I Onlus si chiama Libera Scuola di Cucina e coinvolge donne e giovani uomini  (18 -25 anni) detenuti, in un percorso formativo per sviluppare competenze professionali, spendibili nel settore della ristorazione. La particolarità di questa iniziativa è l’organizzazione di eventi didattici (aperitivi, cene, buffet, feste a tema) che coinvolgono la comunità esterna al carcere.

Vengo a conoscenza del progetto, la curiosità è tanta e l’iscrizione pressoché immediata. Mi iscrivo con un’amica e dopo aver compilato i documenti necessari siamo “ammesse”.

Qualche giorno dopo ci troviamo davanti al carcere San Vittore  e, terminati i controlli di routine, ci vengono aperte le porte di un corridoio, dal quale si può accedere sia all’area dove sono detenute le donne sia a quella dei giovani uomini. Siamo circa 60 partecipanti.

Durante il tragitto che ci porterà a scoprire com’è strutturato il carcere, una responsabile A&I del progetto Libera Scuola di Cucina ci racconta delle condizioni disumane dei carcerati prima del 2013, anno in cui l’Italia è stata condannata dalla Corte Europea. Da allora, per i detenuti si è aperta la possibilità di avere più spazi di movimento e di seguire proposte formative, corsi e scuole. Servizi quasi totalmente erogati da Associazioni di Volontariato, Onlus, Organizzazioni no profit o singoli individui che si dedicano al volontariato.

Raggiungiamo una zona super blindata, dalla quale partono i “raggi”, dove sono rinchiusi gli uomini con più di 25 anni da scontare. Ogni raggio corrisponde ad una pena detentiva e raggruppa persone che hanno commesso reati simili o di simile grado.

I detenuti più giovani sono tenuti lontani da quelli più grandi, per evitare che vengano influenzati negativamente, nel tentativo così, di avere maggiori possibilità di reinserimento nella società. Soprattutto per loro e per le donne, il carcere di San Vittore offre corsi tipo questo, legato alla cucina o di fotografia, di pittura o di giardinaggio, ecc.

Ai giovani viene offerta la possibilità di finire gli studi e c’è chi sta facendo l’università. Tutto questo sempre grazie ad organizzazioni di volontariato, Onlus e cooperative.

Oltre alla responsabile della A&I Onlus, siamo accompagnati nel percorso da due detenuti che ci illustrano le condizioni e la vita del carcere. Al termine ci riportano nel primo corridoio per offrirci l’aperitivo che hanno preparato per noi.

Durante l’aperitivo, parlo con alcune detenute. Per loro siamo una bella “boccata” d’aria. A noi offrono una bellissima ospitalità, un gustoso aperi-cena e soprattutto ci fanno partecipi di un pezzettino della loro vita.

Ammiro e ringrazio la A&I Onlus per i progetti che porta in carcere, volti ad aiutare i detenuti in modo che, a pena conclusa, possano reintegrarsi nella società. Ma anche a sensibilizzare l’esterno su una realtà spesso ignorata.

Per partecipare e sostenere la A&I, potete andare sul loro sito e fare una donazione, qui potete trovare il progetto della Libera Scuola di Cucina, in questa pagina potrete cliccare sul link http://www.aei.coop/xpr-evento/. dove è possibile vedere il calendario dei prossimi eventi ed iscrivervi.

 

Laura Giacometti

PHI Foundation

Dubli: Quando l’e-commerce incontra il mondo del no profit

Sono già tante le associazioni che anche in Italia hanno aderito con entusiasmo al programma per il mondo no profit  offerto da DubLI, un programma che offre gratuitamente alle realtà senza scopo di lucro la possibilità di autofinanziarsi “in modo innovativo” offrendo ai propri associati (e non) l’accesso al servizio del portale shopping.

Un beneficio economico reale per le realtà no profit utilizzabile per il compimento del proprio oggetto sociale.

Un programma che permette agli amanti degli acquisti on-line e alle associazioni no profit iscritte al programma di guadagnare dagli acquisti on-line, un mercato in continua crescita nel mondo e in Italia.

Sono sempre più infatti gli italiani che acquistano online, basti pensare che dal 2014 al 2016 il numero degli acquirenti è cresciuto del 26% come dichiarato da Roberto Liscia, presidente di Netcomm ed Executive board member di Ecommerce Europe. Uno sviluppo del comparto previsto anche per quest’anno, dove giocherà un ruolo sempre più forte lo sviluppo di modelli di interazione tra negozio fisico e canali digitali.

DubLi è una società americana leader mondiale nel settore del cashback, è la più esaustiva piattaforma online di Cashback Shopping al mondo che offre l’accesso esclusivo alla vendita al dettaglio online e offerte di viaggio, sconti e soprattutto, Cashback su tutti gli acquisti.

Cos’è il cashback? Cashback significa “ritorno di denaro ad ogni acquisto” e corrisponde all’accredito di una parte dell’importo speso sui negozi online (internet) presenti su DubLi.

Questo è possibile perché per ogni acquisto effettuato DubLi riceve una commissione dai vari negozi e ne versa una parte al cliente finale. Oltre 10.000 i negozi del portale Dubli presenti in tutto il mondo e molti altri se ne aggiungono ogni giorno.

Tra le tante associazioni che hanno aderito al programma vi segnaliamo l’ associazione di promozione sociale “Sacro Cuore che, come tutte le realtà del terzo settore  partner di Dubli, ha a disposizione un portale personalizzato Clicca QUI o digita http://www.bsp-rewards.com/M04XV che permette a tutti di  registrarsi in modo  semplice e gratuito, senza impegni di nessun genere!

Per aderire al programma  bastano pochi passaggi: Inserite  e-mail e password ed iniziate a fare i vostri acquisti.

Una doppia opportunità dal mondo del web che permette di acquistare risparmiando e di fare beneficenza sostenendo le associazioni no profit.

 

Massimo Marino

PHI Foundation

ARTICOLI DELLA SETTIMANA 2 LUGLIO 2017

SALVA LA ZAMPA: CANI E GATTI PRONTI PER ESSERE ADOTTATI

Oggi vi voglio portare in un mondo magico, Salva la Zampa, dove cani e gatti abbandonati vengono salvati, dove ci sono degli “angeli custodi” che dedicano il loro tempo libero, e non solo, a curare, accudire e salvare animali “sfortunati”.

Salva la Zampa è un’associazione iscritta all’Anagrafe Unica delle Onlus dalle Agenzia delle Entrate della Regione Lombardia fondata da Corinna Epifania che con una “squadra” di persone esperte e non,  legate dalla passione e dal rispetto per gli animali, salvano, curano, coccolano e trovano casa a cani e gatti abbandonati.

Corinna, grazie al fondamentale aiuto dell’instancabile Cristina D’Alessandro, veterinaria che da anni si occupa di randagi e abbandonati e al prezioso supporto di una decina di volontari, aiuta tanti pelosi in difficoltà, che siano belli o brutti, vecchi o giovani, malati o sani, portatori di handicap o no, tutti, ma proprio tutti hanno diritto alla felicità, ad una famiglia che si prenda cura di loro. Questo è l’unico e più importante obbiettivo dell’associazione!

Purtroppo però in Italia raggiungere questo obbiettivo non è così facile, perché pochi sono disponibili ad adottare un cane non più giovane, non di razza, con un handicap che necessita oltre che di coccole anche di cure.

Per questo motivo, Corinna, donna dinamica ed internazionale, grazie al suo background è riuscita a mettersi in contatto con delle associazioni tedesche che negli ultimi anni hanno permesso di salvare molti cani.

La cultura tedesca, nel bene e nel male è molto più avanti di quella italiana nei confronti di questo tipo di adozioni, sono più formati e preparati.

Le famiglie tedesche sono più disponibili nell’accettare nel proprio nucleo un cane vecchio o non più giovane, anche non proprio bello e portatore di handicap.

Le onlus tedesche che si occupano di far adottare questi cani abbandonati sono più organizzate e hanno anche un canale di stallo, che significa che hanno una serie di famiglie disposte ad ospitare questi animali in attesa che vengano adottati definitivamente da una famiglia disposta a dare e ricevere coccole.

Un’altra cosa molto interessante è il corso anti-caccia organizzato da queste associazioni. Una buona parte dei cani abbandonati, specie in Lombardia e Piemonte, sono i cani da caccia che ormai vecchi per il loro lavoro vengono allontanati dai loro padroni e molte volte lasciati per strada.

Questi cani in realtà non sono mai stati in famiglia e sono ossessionati da qualsiasi cosa si muova. Nei corsi anti-caccia gli addestratori insegnano a questi animali a stare in famiglia e ad incanalare il loro istinto in giochi ludici, come il riportare un oggetto, o in qualche sport, diventando così dei veri e propri giocherelloni.

Salva la Zampa non è una realtà grandissima ma riesce a salvare all’anno in media ben 100 cani di cui l’80% trovano casa in Germania.

I cani che arrivano a Salva la Zampa vengono quindi preparati per essere proposti sia in Italia sia in Germania. I cani hanno così doppia vaccinazione quadrivalente, la rabbia, il chip, un passaporto, il test per le malattie mediterranee (leishmania, ehrlichia, rickettsia, filaria, anaplasma, borrelia) e la sterilizzazione.

Nel sito www.salvalazampa.eu potete trovare foto e video dei cani e dei gatti disponibili per un’adozione.

Quindi cosa aspettate? Passate da Salva la Zampa e imparate ad amare i cani anche senza  pedigree e con qualche anno in più. Vedrete non ve ne pentirete…. e se proprio non potete portarlo a casa con voi, due mani in più per aiutare questi pelosi non bastano mai!

 

Laura Giacometti

PHI Foundation

ARTICOLI DELLA SETTIMANA 25 GIUGNO

IL DILEMMA: POPULISMO O NON POPULISMO

Prima di parlare di Populismo, desidereremo ringraziare tutti coloro che ci seguano amici e non, informandoli che l’articolo del giorno 20 giugno 2017 http://phifoundation.com/nostra-italia-uno-strano-paese/ ha ottenuto un ottimo audience con una performance altissima sia nei social sia nelle visite dirette alla pagina web di riferimento.

 

L’audience è stato superiore all’articolo di riflessione pubblicato alcuni giorni prima  http://phifoundation.com/pensar-male-si-peccato/ forse per un impostazione grafica errata meno coinvolgente o per il titolo, ma comunque realistico.

 

Torniamo al punto principale dell’argomento di cui desidereremo parlare oggi e cioè: Il Populismo! Il famigerato Populismo, di cui tutti si fanno scudo (dialetticamente tutti si riempiono la bocca), ci domandiamo, ma costoro con il dito indice puntato tendenzialmente a colpevolizzare e utilizzando il termine come se fosse il diavolo, conoscono il significato?

 

Il termine “Populista” nasce dalla traduzione della lingua russa di (народничество narodničestvo) “Il Movimento Populista”, è stato infatti, un movimento politico e intellettuale  sviluppatosi in Russia tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento che proponeva un miglioramento delle condizioni di vita delle classi contadine. In una società di massa esso mette in discussione il ruolo della classe dirigente, esaltando il popolo, in conformità a principi e programmi.

 

Per chi interessato a documentarsi meglio il link Wikipedia https://it.wikipedia.org e link enciclopedia Treccani http://www.treccani.it/vocabolario

 

Si potrebbe definire il “Populismo” coinvolgimento delle masse che convergano verso l’evoluzione della comunità partendo dal basso, un mutamento orientato all’Innovazione Sociale, dove il terzo è indispensabile il non profit particolarmente.

 

PHI Foundation Social Innovation Community

È il nuovo modo di concepire l’engagement sociale al servizio della collettività

 

La Social Innovation (Innovazione Sociale) è caratterizzata dalla capacità di rispondere ai bisogni sociali della comunità mediante la responsabilizzazione degli individui e la volontà di cambiare le relazioni sociali.

 

PARTECIPA ANCHE TU AL CAMBIAMENTO

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Alessandro Roma

PHI Foundation

STOP ALLE INTOLLERANZE ALIMENTARI

Le intolleranze alimentari sono in forte crescita e sempre più persone si domandano se ne soffrono, come diagnosticarle, come conviverci. Tiziana Colombo, alias Nonna Paperina ci combatte da tutta una vita, per questo ha fondato Il Mondo delle Intolleranze, ha scritto libri, tiene un blog e ha fatto costruire una App. “CoreLifeStyleIntololeranze” dove si possono trovare informazioni sulle intolleranze, le allergie, sugli alimenti, gli esami e i test diagnostici e delle ricette per i vari tipi di intolleranza.

Negli ultimi anni si assiste ad un aumento vertiginoso delle intolleranze alimentari, cioè ad una sempre più diffusa sensibilità verso diversi componenti dei cibi più comuni.

Quando un alimento non è più tollerato, l’organismo sviluppa una reazione anomala perché non riesce a digerirlo. A differenza dell’allergia, che scatena una risposta immunitaria rapida ed eccessiva, la reazione innescata da una intolleranza si manifesta con tempi più lenti e provoca disturbi ricorrenti e persistenti, difficile da diagnosticare.

Si pensa che le intolleranze siano in forte espansione a causa dello sviluppo nella filiera agroalimentare, che con nuovi processi di raffinazione degli alimenti e con l’aumento dell’aggiunta di additivi e conservanti nei prodotti alimentari, hanno portato ad un aumento del numero di individui che mal tollerano cibi che prima non causavano (o si pensava non causassero) particolari patologie.

Fino a qualche anno fa c’erano pochi esperti di medicina (parliamo in modo particolare dell’Italia) che si occupavano del fenomeno delle intolleranze, lasciando in balia di sé stessi i soggetti che ne soffrivano. Pure l’industria farmaceutica ha sempre “snobbato” l’argomento, lasciando gli “sfortunati intolleranti” alla mercé di loro stessi, con ben pochi punti di riferimento per gestire la loro condizione.

Questa situazione l’ha vissuta sulla pelle anche Tiziana Colombo, donna straordinaria, che fin da giovane ha dovuto combattere con questi problemi, trovando incomprensioni, muri ma anche persone meravigliose che l’hanno portata a dedicare animo e corpo al progetto sulle intolleranze alimentari. Nel 2012 ha fondato Il Mondo delle Intolleranze, un’associazione no profit che ha lo scopo di rispondere in modo concreto alle domande e ai dubbi di chi soffre di questa patologia o a chi crede di soffrirne.

L’associazione si occupa di sostenere ed aiutare le persone con intolleranze alimentari sia a livello fisico che psicologico. Si tiene in contatto con vari professionisti, medici e nutrizionisti, per informare su nuove scoperte e nuove attività utili a far vivere appieno e nel miglior modo possibile queste persone. Attraverso l’associazione vengono organizzati eventi, cene, incontri tra amici per discutere e confrontarsi, ma soprattutto per diffondere conoscenza.

Nonna Paperina, alias Tiziana Colombo, si occupa di divulgare ricette adatte alle varie intolleranze, in particolare quelle relative al glutine, al lattosio e al nichel.

Donna vulcanica e solare, ha iniziato a scrivere un blog per istruire le persone su questo “fenomeno”, che con molta fatica e lentezza prende spazio nell’ambito della medicina ufficiale. Del resto non esistono medicine specifiche che curano queste patologie, ma ciò che serve è una corretta alimentazione e la conoscenza dei cibi. Si può convivere e vivere con le intolleranze e per questo Tiziana Colombo ha scritto anche diversi libri sull’argomento dove, coinvolgendo specialisti, medici, università e cuochi, propone ricette e dà consigli preziosi.

Un altro importante contributo in questo ambito, è la realizzazione della “sua” App,  CoreLifeStyleIntolleranze.  In questa App gratuita, e facilmente scaricabile sul proprio smartphone, si possono trovare informazioni molto interessanti su un vastissimo numero di alimenti, da cosa sono composti, che principi attivi hanno, a quali tipi di allergie possono essere associati e per quali ricette possono essere utilizzati. E naturalmente contiene tutte le indicazioni sui sintomi che possono dar adito ad avere una intolleranza, le procedure e i test ad oggi disponibili per diagnosticarla.

Insomma per chi pensa di essere un intollerante, per chi già lo è … per chi è solo curioso o vuole capire meglio questo mondo, cercate “Nonna Paperina” sul web, scaricatevi la App CoreLifeStyleIntolleranze, contattate l’associazione Il Mondo delle Intolleranze e buon’avventura.

 

Laura Giacometti

PHI Foundation

NOSTRA ITALIA: UNO STRANO PAESE

La settimana scorsa è stato pubblicato un mio articolo  http://phifoundation.com/pensar-male-si-peccato/ dove riflettevo a voce alta ponendo delle domande all’Italia e tutti voi italiani (depredati giornalmente dei vostri diritti).

 

La nostra amata Italia è davvero uno strano Paese: ogni anno favorisce l’emigrazione all’estero di molte migliaia di giovani Italiani laureati indotti ad eseguire lavori umili (come i lavapiatti), ma mantiene i clandestini a vivere in albergo.

 

L’Italia è un Paese che lascia i propri concittadini colpiti dalla tragedia del terremoto a dormire nei container, ma ospita i profughi in centri di accoglienza come quello di Villa Camerata, una villa rinascimentale immersa nel verde a due passi dal centro storico di Firenze.

 

A Rapallo i migranti dimorano presso l’Istituto delle Orsoline http://www.orsolinerapallo.it/, una struttura residenziale di lusso, avendo a disposizione inoltre: spiaggia privata, campetto da calcio, palestra, wi-fi e pocket money con lo scopo di affrontare le spese di tutti i giorni.

 

Poi il Governo non trova i soldi per sistemare gli esodati, lasciati senza lavoro e senza pensione.
L’accoglienza dei clandestini costa alla collettività italiana più di 4 miliardi di euro l’anno, ma queste sono solo le cifre ufficiali, mentre quelle reali non sono date conoscerle, ma si presume che siano molto più alte di quanto si pensi.

 

Il Governo provvede alle spese della Marina Militare e della Guardia di Finanza per le operazioni in mare, di cui non è dato conoscere il costo. Sappiamo però che questo stesso governo non trova le risorse per pagare la manutenzione e la benzina per le auto delle forze dell’ordine.

 

Si distaccano migliaia di poliziotti per le operazioni d’identificazione, con costi certamente non irrisori, mentre le Mafie spadroneggiano in tutto il territorio italiano.

 

Non si conoscono nemmeno i costi aggiuntivi affrontati dal sistema sanitario nazionale per la gestione delle emergenze migranti: in compenso i pronto soccorso degli ospedali sono al collasso come il resto di tutte le infrastrutture italiane.
Non c’è più da meravigliarsi di nulla in un Paese dove i cittadini (sudditi) sono tenuti a raccogliere gli escrementi dei loro cani, mentre gli stranieri ospiti possono fare i loro bisogni sui marciapiedi e in qualsiasi altro luogo gli aggrada.

 

Tutto questo accade per il famigerato denaro e affinché pseudo non profit, ONG, Coop, possano avvantaggiarsi in un business che fa arricchire più della droga! Questo dicevano i trafficanti Carminati e Buzzi!

 

Forse il mondo di mezzo esiste veramente e concludo con un post pubblicato l’atra settimana, quando un’immagine dice più di cento parole.

 

Alessandro Roma
PHI Foundation

I Giovani in Afghanistan

In Afghanistan, viene praticata un attività di pedofilia,  istituzionalizzata in tutta la regione, denominata Bacha Bazi.

I Bacha Bazi letteralmente significa: giocare, stare assieme, avere interesse, oppure giovani danzanti, intrattenitori.

I giovani adolescenti in Afghanistan e quelli in età prepuberale, vengono venduti a uomini ricchi, sono costretti ad indossare abiti femminili, a ballare e cantare nelle feste per intrattenerli.

Vengono rapiti, trovati per strada, negli orfanotrofi o venduti dalle loro stesse famiglie che vivono in uno stato di indigenza estrema, e sono impossibilitati a poter dare il meglio ai loro figli, accettando soluzioni estreme come trattare i figli come merce, consegnandoli ai loro “padroni” che spesso finiscono per abusare di loro sessualmente.

I Giovani in Afghanistan,  diventano così  un vero e proprio business, alcuni dei giovani di sesso maschile testimoniano d’esser stati costretti ad aver continuativi e frequenti rapporti sessuali con i loro padroni e, nel caso  si rifiutavano, venivano violentati con la forza.

Tutt’oggi le autorità governative stanno tentando di impartire un tentativo di repressione della pratica, ma rimangono ancora molte incertezze che vi sia un rimedio,  in quanto, una buona parte degli uomini coinvolti, sono potenti ex-comandanti militari.

Secondo Andrea Iacomini, portavoce dell’Unicef in Italia, nel 2015 scriveva: “I ‘proprietari’, chiamiamoli così, dei Bacha Bazi approfittano della condizione di povertà in cui vivono questi bambini e le loro famiglie, sapendo che i genitori non posso rifiutarsi o denunciarli, perché sono troppo potenti e influenti e nessuno avrebbe il coraggio di opporsi”.

2 Tra culture sbagliate  e storia:

I “Bacha Bazi” , oggi, si sono diffusi nelle zone più settentrionali dell’Afghanistan, mentre nelle grandi città si è divulgata già a partire dalla fine della prima guerra mondiale.

Lo storico della danza, Anthony Shay descrive la pratica come “severamente disapprovata dalle potenze coloniali, prima inglesi e francesi e poi russe, e da quelle èlite che avevano assorbito i valori occidentali“.

I rapporti con effeminati, emerge nella  storia tra i governanti e i poeti del medioevo arabo.

L’Impero ottomano  fino al XIX secolo aveva i Köçek, ragazzi vestiti da donna che intrattenevano gli uomini con danze e canti d’amore  accompagnati dal suono di cembali e tamburi.

La cultura in Afghanistan è basata sull’idea che entrare  in contatto con le donne può risultare impuro, invece  l’amore verso i ragazzi  è considerato puro e non come una violazione della Sharia: “l’amore per i ragazzi è presente in fonti giuridiche vincolanti, quindi senza alcuna possibilità d’incorrere in una qualche punizione”.

Questi Giovani Afgani sono un istituto riconosciuto in tutto il territorio dell’Asia Centrale, mentre nel Khanato di Kokand , per fortuna  questi balli pubblici, già da alcuni anni, sono stati proibiti.

Uno studio del 2011 si è svolto in Pakistan  ed ha coinvolto quattro ragazzi, e sono emerse somiglianze e differenze  tra l’attuale pratica pakistana e quella rivisitata in Uzbekistan nel 1970 da Ingeborg Baldauf.

Attualmente i Giovani in Afghanistan hanno un’età che va dagli 8 ai 14 anni; dunque siamo di fronte a reati come: la pederastia e la pedofilia, che bisognerebbe punire, in quanto istituzione sbagliata.

Prevalentemente le canzoni trattano di un amore non corrisposto oppure  avventure erotiche e vi possono anche essere delle gare di canto e ballo tra i Batchis.

Le donne sono considerate esclusivamente come mogli e madri, mentre i Giovani in Afghanistan, purtroppo, sono  usati solo per il piacere: dopo l’adolescenza, questi, molto spesso si sposano con una donna più grande di loro.

Ciò appena decritto, vuole essere  un invito a riflettere su come, alcune culture sbagliate, presenti in altri paesi differenti dal nostro, siano completamente lontane dal nostro “modus vivendi” e a mio parere, si dovrebbe fare molto di più per evitare che i Giovani in Afghanistan, non perdano la dignità  e che ritrovino i veri valori attraverso  lo studio ed altri progetti umanitari, in grado di fornire un supporto socio-economico e formare i giovani  permettendo loro una grande riscossa contro questa cultura che va avanti nella storia e non  rispecchia  la miglior vita dei Giovani in Afghanistan.

 

N&D Nadine Fashion Stylist

PHI Foundation