STORYTELLING

    Lo Storytelling è da sempre il modo più veloce, immediato ed efficace di tramandare un messaggio da persona a persona. La sua natura semplice, discorsiva e personalizzata lo rende lo strumento ideale per arrivare dritti al cuore di chi lo ascolta. Ecco perché, ancora oggi, nonostante l’evoluzione dei sistemi di comunicazione, la tecnica dello Storytelling, continua ad essere la più efficace.

    Soprattutto quando si raccontano storie, aneddoti o esperienze dirette, reali e concrete che riguardano il mondo sociale, delle ONP e del volontariato, la capacità del racconto di penetrare nell’animo di chi ascolta è altissima.

    Se anche tu hai delle storie, dei racconti o delle esperienze che riguardano la tua ONP da voler raccontare e condividere con gli altri, questo è il posto giusto per farlo!
    Il tuo racconto sarà letto da migliaia di persone e potrà essere d’aiuto a molti e di insegnamento a tanti.
    Cerca dentro di te le parole giuste da usare, elabora il tuo personale racconto e consegnalo alla Community! Ci sarà senz’altro qualcuno che te ne sarà grato.

    A volte per fare del bene non occorre fare viaggi lunghissimi o disporre di patrimoni ingenti, è sufficiente mettere a disposizione di chi ha bisogno la propria esperienza e un po’ del proprio tempo.

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    AIUTERÀ LE TUE STORIE A CAMMINARE CON LE LORO GAMBE PER ANDARE LÀ DOVE VORRESTI ARRIVARE.

    La Storia di questo mese

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    Jenny: una criminologa, samurai

    Il carcere visto attraverso i miei occhi

    Jenny, giurista per titolo, criminologa per passione, scrittrice per diletto, samurai per hobby.
    Ho conosciuto il carcere da vicino grazie alla mia prima esperienza di volontariato: da allora il mio desiderio è stato quello di portare fuori dalle mura immense e grigie la voce del detenuto.
    Non tanto in termini di perdono o pietà, quanto piuttosto di conoscenza. Il mio fine è quello di rendere la società civile edotta e partecipe rispetto ad una realtà intrinseca della vita di ogni giorno: la criminalità.
    La spiccata empatia di cui sono dotata ha poi contribuito a fare in modo che questo volere fosse anche a favore del detenuto.

    La mia visione del carcere, in due libri

    Essere una criminologa oggi significa, inevitabilmente, subire il confronto con i personaggi mediatici che popolano i salotti televisivi. Tuttavia il mio essere criminologa non ha nulla a che vedere con gli opinionisti che si pronunciano su fatti di cronaca nera, azzardando ipotesi di colpevolezza o innocenza. Il mio essere criminologa esula dalla scena del crimine. Il mio essere criminologa significa sporcarsi le mani a stretto contatto con chi il reato lo ha compiuto, avvicinarsi alla mente del criminale per scorgere in lui la motivazione che lo ha spinto a compiere determinate atrocità, lavorando ogni giorno perché questa atrocità non venga più messa in atto. Questa operazione di coaching non porta a nessun risultato se il detenuto si trova da solo ad affrontare una società che lo emargina, accompagnandolo per mano in un circolo vizioso tra reati, carcere e violenza.

    Approcciare il carcere con occhio critico e con pregiudizio mi ha permesso, con il passare del tempo, di dissolvere ogni dubbio e di costruirmi un pensiero critico che fosse mio personale, non mediato dal comune sentire. Dopo pochi mesi i pregiudizi si sono sgretolati davanti ai miei occhi curiosi. Ed è importante, a mio avviso, che questo passaggio venga affrontato da tutti. In fondo il detenuto che vive sotto un cielo a scacchi, un giorno potrà essere il nostro vicino di casa; di conseguenza è utile prendere coscienza della sua esistenza fin da subito, fin da quando si trova in quella cella, mettendo a valore i nostri bisogni e le nostre richieste affinché qualcuno possa investire nel reinserimento e nella rieducazione di quel soggetto.

    Ecco perché ho voluto dare voce al carcere e a chi lo vive ogni giorno, sotto ogni profilo. I miei due libri, Oltre il pensiero delle sbarre e Concorso di colpe, raccontano il carcere attraverso gli occhi di chi lo vive dall’interno; lo racconto con occhi a volte innamorati, a volte impietosi; altre volte con rabbia verso quel mondo ottuso che non vuole comprendere che “buttare via la chiave” non serve a nulla se non a rimandare il problema. Non investire tempo e denaro in progetti penitenziari, significa nascondere la testa sotto la sabbia e attendere che un giorno, una volta uscito da quella cella, uno di questi criminali possa tornare a delinquere, magari proprio a nostro discapito. La mia personale visione del carcere a volte trova il disappunto di chi mi addita, sostenendo che sono dalla parte dei cattivi. Voglio dire una cosa a queste persone: io supporto direttamente il detenuto, nello specifico progetti a favore del reinserimento dei detenuti, per aiutare indirettamente voi ad avere meno criminali. La mia voce, purtroppo, è una goccia nell’oceano.

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    Una criminologa e la via del samurai

    Lavorare in ambienti particolari quale il carcere spesso ti pone di fronte a situazioni di disagio, se non addirittura di pericolo. Tanto che, dopo la prima rissa in carcere, osservata attraverso una vetrata, mi ha dato modo di sviluppare un desiderio di equilibrio e sicurezza per poter gestire al meglio talune situazioni. Il passo verso le arti marziali è stato breve. Quale migliore modo per sviluppare equilibrio, disciplina e sicurezza se non le antiche arti marziali giapponesi. Questa disciplina ha uno scopo molto più profondo della semplice difesa personale: è un equilibrio di competenze fisiche e reattive che portano verso una visione diversa delle cose che ci circondano attraverso nuovi approcci. La scuola dell’onda e del vento, ovvero la Nami Kaze Ryu, offre diversi punti di contatto con il mestiere dell’educatore che, mentre si occupa del reinserimento sociale di un detenuto, deve prevenire le cause di recidiva con uno sguardo a 360 gradi verso la società e le opportunità che propone. La via del samurai ha contribuito a costruire il mio pensiero critico sul carcere e su chi lo vive, oltre che essere un ottimo metodo per prevenire il burn out da cui spesso sono colpiti gli operatori del sociale.

    Oggi sono una criminologa molto più attenta, oltre che sempre curiosa verso il mondo. Caratteristica utile e fondamentale per il lavoro di fundraiser, soprattutto quando la raccolta fondi è diretta a progetti relativi al carcere. La comunicazione stessa ha un approccio diverso: l’arte dello studio dell’avversario ha notevolmente ampliato le mie capacità comunicative; il controllo delle emozioni ha reso possibile stare a contatto con storie disarmanti; infine, diciamolo, sapersi difendere non è certo una cosa da poco.