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SENSO CIVICO: 50% RISPARMIO SULL’IMPOSTE

Con i suoi circa 7 milioni di volontari l’Italia è uno dei paesi europei con il più alto ‘tasso’ di volontariato. Ogni anno impiegano al servizio del bene comune circa723 milioni di ore, pari al lavoro che svolgerebbero circa 400 mila individui a tempo pieno. Come ci spiega l’ultimo rapporto ISTAT  sulle organizzazioni non profit, la maggioranza dei volontari, circa 4 milioni, opera per una o più associazioni. Quello italiano, infatti, è un volontariato molto organizzato su base associativa: nel nostro Paese si contano ben 45 mila associazioni, oltre il 32% impegnato in attività nel settore sociale, sanitario e di protezione civile.

 

A differenza di altri Paesi, come Germania e Gran Bretagna, in Italia è ancora poco sviluppato (e sostenuto) il volontariato civico, urbano o municipale ovvero quel volontariato promosso soprattutto da municipalità ed enti locali che permette a un cittadino di svolgere, in modo gratuito e volontario, attività di pubblica utilità e di cura della città. Tuttavia negli ultimi anni qualcosa sta cambiando, vuoi per la crisi economica che attanaglia gli enti locali, vuoi perché si va sempre più diffondendo una cultura della cittadinanza attiva e responsabile.

 

Sintomi di questo mutamento sono, ad esempio, i movimenti spontanei di cittadini che si mobilitano contro il degrado urbano: soffermandosi su esperienze strutturate, che nascono soprattutto per volontà dell’ente locale e per effetto di precise scelte di politica urbana. Grazie anche a leggi ad hoc regionali e nazionali, sono, infatti, in aumento i Comuni che offrono ai cittadini la possibilità di partecipare in prima persona alla cura dei beni comuni, alla riqualificazione di aree della città, allo sviluppo del decoro urbano.

 

Sappiamo bene che dentro e fuori il mondo del volontariato ‘organizzato’ non manca chi guarda a questo fenomeno con perplessità e diffidenza. In realtà, crediamo che coinvolgere i cittadini in attività di pubblica utilità contribuisca a migliorare la vita di tutti, abitanti e amministratori locali.

Perché più è partecipata la cura e la gestione degli spazi pubblici, più si diffonde il senso civico e cultura della responsabilità.

 

Ma in che modo e attraverso quali forme i comuni possono attivare iniziative di volontariato civico? Ecco le tipologie più diffuse:

  • Albi comunali dei volontari civici;
  • Amministrazione condivisa;
  • Baratto amministrativo;
  • Convenzioni ad hoc tra ente locale e associazioni del territorio.

 

L’esempio forse più ‘antico’ di volontariato civico è quello dei cosiddetti “nonni civici”. A partire soprattutto dagli anni Novanta, alcuni Comuni hanno cominciato a coinvolgere anziani e pensionati in attività di volontariato civico in collaborazione con la polizia municipale e operatori comunali. Grazie a convenzioni con le associazioni di volontariato o a bandi pubblici, i Comuni ‘reclutano’ cittadini anziani o pensionati che con le loro pettorine colorate svolgono varie attività di volontariato, come pulire le aree verdi, vigilare nei pressi delle scuole per permettere ai bambini di entrare e uscire da scuola in tutta sicurezza oppure svolgere servizi d’ordine in occasione di eventi e manifestazioni sportive.

 

In molte città stanno fiorendo Albi comunali dei volontari civici che prevedono, secondo un regolamento, l’iscrizione dei cittadini disponibili a svolgere attività di pubblica utilità e per il decoro urbano. Ai cittadini, organizzati per aree o gruppi di intervento, il Comune fornisce copertura assicurativa, tesserini e pettorine di riconoscimento, strumenti di lavoro e se necessario anche formazione adeguata.

 

Molti Comuni Italiani hanno adottato la pratica dell’amministrazione condivisa o, per meglio dire il “Regolamento sulla collaborazione tra cittadini e amministrazione per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani”. Si tratta di un’esperienza molto innovativa che offre ad amministrazioni locali e cittadini i lineamenti essenziali di un modo di partecipare alla cura della città “che supera la casualità del volontariato individuale e diventa metodo”. Grazie al Regolamento, infatti, i Comuni possono attivare sul territorio un vero e proprio “patto di cittadinanza” per amministrare in modo condiviso i beni comuni della città.

 

Un altro strumento innovativo che si sta sviluppando proprio in questi ultimi anni è il “baratto amministrativo”, introdotto nel 2014 con il decreto legge n.133 (“Sblocca Italia”). Questa particolare forma di impegno civico prevede riduzioni o esenzioni dal pagamento delle tasse comunali per i cittadini attivi nella riqualificazione degli spazi in cui vivono. Il primo ad inaugurare questa pratica è stato il Comune di Massarosa, in provincia di Lucca, che ha varato il “Regolamento per l’istituzione e la gestione del Servizio Volontario Civico” e quindi pubblicato un bando che offriva uno sconto del 50% sull’imposta dei rifiuti in cambio di alcune attività di pubblica utilità: taglio dell’erba nei giardini pubblici, imbiancatura di aule scolastiche, attività di pre-scuola e sorveglianza all’entrata e all’uscita delle scuole, piccoli lavori di falegnameria e manutenzione dei cigli delle strade. L’iniziativa ha conseguito un grande successo: oltre 100 cittadini e 10 associazioni si sono proposte e altri Comuni hanno chiesto di conoscere e replicare l’esperienza, tanto che a Massarosa (nel seguire la corrente filosofica della Social Innovation) si svolgerà il primo convegno nazionale sul baratto amministrativo.

 

In alcune città esistono, infine, gruppi, associazioni o enti non profit nati proprio per coinvolgere i cittadini in attività di riqualificazione e decoro urbano. I più antichi sono senz’altro i gruppi di Guerrillia Gardening che, nati negli Usa a metà degli anni Settanta all’interno dell’attivismo ambientalista, promuovono anche nel nostro Paese “incursioni” contro il degrado urbano e l’incuria delle aree verdi.

 

Più recentemente a Roma si è sviluppato il movimento Retake. Formalmente sono associazioni ma nella pratica assomigliano più ai Guerrillia Gardening: organizzati in gruppi divisi per quartiere, si attivano periodicamente per i cosiddetti “clean up”, azioni collettive per ripristinare la bellezza originaria di una piazza o di una strada oggetto del “retake”. Parte del retake è anche lo speak up, in altre parole il parlare e lo spiegare ad abitanti e commercianti il fine di questi clean up (risanamento ambientale).

 

Alla pratica dei Guerrillia Gardening si ispira apertamente l’associazione CleaNap di Napoli, fondata da alcuni giovani che vogliono creare azioni dimostrative per migliorare piazze e monumenti del centro storico di Napoli, “ormai lasciati al degrado e all’incuria del tempo, nonché sopraffatti dall’invasione perenne dei rifiuti”. Alla questione rifiuti e pulizia del territorio si dedica anche il movimento Let’s do it! Si tratta di un movimento internazionale nato nel 2008 in Estonia in occasione di una gigantesca operazione di pulizia del Paese: in un solo giorno 50mila persone, in sole cinque ore, liberarono strade, città e foreste da 10mila tonnellate di rifiuti illegali. Ad oggi l’associazione è presente in 96 paesi, tra cui l’Italia, dove ha organizzato una pulizia di massa delle coste e delle spiagge campane e sarde coinvolgendo 12mila volontari provenienti da tutta Europa.

 

Altra esperienza interessante è quella fiorentina. A Firenze sono attivi i volontari della Fondazione Angeli del Bello. Si tratta di una fondazione di partecipazione nata su iniziativa di Quadrifoglio Spa, l’azienda che si occupa della raccolta dei rifiuti, e dell’associazione Partners Palazzo Strozzi. A oggi la fondazione può contare sull’impegno di 1500 volontari che più volte la settimana e in diversi gruppi di intervento portano avanti progetti e azioni di volontariato urbano, come la rimozione di scritte vandaliche dai muri dei palazzi fiorentini e la pulizia di giardini e spazi di verde pubblico. Alle attività possono partecipare sia cittadini sia associazioni, l’importante è raggiungere lo scopo: migliorare il decoro e la bellezza di Firenze.

 

Per concludere questa panoramica sul volontariato civico e municipale, desidereremmo accennare ad un’esperienza che sta maturando in alcune regioni, in particolare in Toscana. Qui, infatti, Comuni come quelli di Scandicci e Sesto Fiorentino, in collaborazione con le associazioni del territorio, hanno coinvolto gruppi di rifugiati e richiedenti asilo in attività di pubblica attività.

 

Ospiti sul territorio toscano in appartamenti e piccole strutture gestite da enti del terzo settore (la cosiddetta “accoglienza diffusa”), i migranti possono attendere anche un anno prima che le richieste di asilo siano esaminate e in questo periodo non possono svolgere nessun lavoro retribuito. Ecco che allora lo scorso maggio la Regione Toscana, in accordo con prefetture ed enti locali, ha pensato di costituire un fondo a copertura delle spese assicurative per quei Comuni che intendono coinvolgere rifugiati e richiedenti asilo in attività gratuite e volontarie di pubblica utilità.

 

Ad oggi sono oltre una decina, le amministrazioni comunali che hanno aderito all’iniziativa stipulando convenzioni ad hoc con le associazioni locali. I migranti, oltre a partecipare a corsi di lingua e varie attività promosse dalle associazioni di volontariato, svolgono alcune ore di volontariato occupandosi di piccole opere di riqualificazione urbana. L’esempio forse più eclatante di questa forma di volontariato civico si è avuta a Firenze in occasione dell’ondata di maltempo che ha distrutto un’importante area verde della città. Qui due gruppi di profughi hanno lavorato a gomito a gomito con i volontari della protezione civile per ripristinare la viabilità e alcune aree verdi della città.

 

Al di là di ogni polemica, crediamo si tratti di un’esperienza interessante che meriti di essere conosciuta e sviluppata, a patto però che si rispettino almeno due ‘regole base’. Come tutte le attività di volontariato, è una scelta che i migranti devono prendere consapevolmente e liberamente. Inoltre, se lo scopo principale è offrire opportunità di integrazione e cittadinanza, è senz’altro un’esperienza che i migranti devono poter condividere e svolgere insieme con altri cittadini, perché è il prendersi cura ‘insieme’ del luogo dove si vive, anche solo di passaggio, che crea occasioni di scambio e conoscenza, che ci rende cittadini responsabili non solo della cosa pubblica ma anche e soprattutto l’uno dell’altro.

 

L’innovazione sociale è caratterizzata dalla capacità di rispondere ai bisogni sociali che siamo sempre più in grado di affrontare, la responsabilizzazione dei gruppi e degli individui, e la volontà di cambiare le relazioni sociali.

 

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Sebastiano de Falco

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8 Marzo

Con l’ 8 Marzo, Giornata Internazionale della donna, è nata una nuova era per la libertà di tutte donne

Quest’anno l’ 8 Marzo, non abbiamo festeggiato la “Giornata Internazionale della donna” con le classiche mimose ma con lo Sciopero Globale delle Donne che ha raccolto l’adesione di 54 Paesi nel mondo. Attraverso feste in strada, assemblee, cortei, manifestazioni creative abbiamo messo sottosopra attività produttive, scuole, piazze e vite familiari al grido di “Se le nostre vite non valgono, non produciamo” per rivendicare una società che valorizzi la vita, la salute, la libertà e l’autodeterminazione di tutte le donne.

L’ 8 Marzo milioni di donne hanno incrociato le braccia interrompendo ogni attività produttiva e riproduttiva e astenendosi da ogni tipo di occupazione, compresi i lavori di cura e quelli domestici.

Con le colleghe dell’Associazione per cui lavoro, Differenza Donna Ong di Roma, abbiamo occupato lo spazio pubblico con i nostri saperi portando in strada tutta l’esperienza dei Centri Antiviolenza. Abbiamo trascorso la mattina in Piazza del Popolo con varie attività di sensibilizzazione, per incontrare e parlare con le donne e uomini, per informarli e coinvolgerli nella nostra mission e nella nostra adesione allo sciopero. Alle 17,00 ci siamo unite al corteo che è partito dal Colosseo insieme a tutte le altre donne e associazioni.

Per tutta la manifestazione io ho portato con orgoglio un cartello con su scritto “The Woman’s place is in the Resistance”. E voglio ricordarmi tutti i giorni di resistere di fronte alle ingiustizie che vivo in questa società in quanto donna perché se anche c’è una ingiustizia c’è sempre uno spazio per contrastarla.

È inutile dire quanto sia stato emozionante sentire un’unica voce che si muoveva come un grande popolo per le strade di Roma, d’Italia e non solo. Il colore dominante non era il giallo delle mimose, bensì il nero e il fucsia, scelto dalla rete Non Una di Meno. Nero e fucsia ovunque. Sugli striscioni portati in corteo, sui capelli, sugli abiti, sulle stampe delle emblematiche matrioske.

La matrioska (dal latino mater) rappresenta allo stesso tempo maternità e nascita, simbolo  della protesta in quanto rappresenta l’unità e la molteplicità dell’Io di una donna, l’unione e la forza che milioni di donne nel mondo possono avere per far valere insieme i propri diritti come se fossero una sola, unica ed infinita matrioska contenente dentro sé tutte le altre.

Per questo l’ 8 Marzo non è finito. O almeno non è finito qui. Ha aperto una nuova era, un nuovo movimento delle donne. Anche se vivono in diversi luoghi e provengono da differenti vissuti, sono accomunate dalla stesso desiderio di libertà da chi le uccide per “troppo amore”, da chi, quando sono vittime di stupro, processa prima le donne e i loro comportamenti; da chi “esporta democrazia” in loro nome e poi alza muri di fronte alla loro autodeterminazione; da chi scrive leggi sui loro corpi e da chi le ricatta con le dimissioni in bianco perché hanno figli o forse li avranno; da chi offre loro stipendi comunque più bassi degli uomini a parità di mansioni.

Con lo scorso 8 Marzo abbiamo sperimentato che è possibile scioperare dai ruoli imposti dal genere per mettere in crisi finalmente un modello produttivo e sociale che, contemporaneamente, discrimina e mette a profitto le differenze.

 

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Vanessa Doddi

PHI Foundation

Colpire il tumore al seno partendo da una foto

La sfida per Onlus, Associazioni e Fondazioni che si occupano di tumore al seno è creare una campagna efficace di sensibilizzazione e di prevenzione. Da un lato, il seno è una parte del corpo femminile associata all’attrazione fisica e al sesso e ciò rende problematico mostrarlo, dall’altra, il tumore rappresenta un argomento difficile da trattare perché è inevitabilmente associato alla morte.

Come si manifesta il tumore al seno? Com’è un seno con un nodulo sottocutaneo? Come risulta al tatto? Muta colore? Consistenza? Quando in una campagna di sensibilizzazione dobbiamo “dire” al posto di “mostrare”, il messaggio “salva-vita” rischia di essere meno efficace ed impattante e tutte queste domande rischiano di rimanere insolute.

La Fondazione Umberto Veronesi ha creato la campagna Pink is Good per sconfiggere il tumore al seno delle donne. Sul relativo sito si possono trovare contenuti interessanti rivolti alle donne che vogliono avere più informazioni sulla prevenzione. Sono disponibili informazioni su come partecipare alle maratone in rosa organizzate dalla Fondazione a favore della ricerca. La campagna ha coinvolto molte sostenitrici e ha incentivato il passaparola tramite la possibilità di condividere banner sulle proprie pagine social nonché di acquistare gadget.

Però andando sul sito di Pink is Good della Fondazione Umberto Veronesi oppure Airc o di qualunque altra associazione impegnata nella ricerca contro il tumore al seno non c’è la prima cosa che cercherebbe una donna che ne vuole vedere i segni. Manca di fatto un’immagine o una foto di riferimento che mostri in modo semplice e immediato i sintomi della disfunzione. I classici cuoricini o fiocchi rosa per quanto ormai entrati nell’immaginario comune delle campagne di prevenzione del tumore al seno non danno veramente l’idea di come la malattia si possa manifestare.

Ecco che Erin Smith Chieze, sopravvissuta al tumore al seno, ha ideato una campagna per aiutare tutte le donne a identificare in maniera semplice segni sospettosi. Stufa dei soliti simboli quali fiocchi o cuori rosa, ha creato Knowyourlemons utilizzando 12 limoni come immagini metaforiche al posto dei seni e mostrando le varie manifestazioni dei segni del tumore.

Le donne in tal modo possono accedere nell’immediato a degli indicatori chiave che le aiuteranno a fare in autonomia una prima diagnosi, ma, come dice bene la campagna, senza farsi prendere dal panico perché alcuni cambiamenti che si possono notare sui seni sono normali e bisogna consultare il medico solo in caso persistano nel tempo.

La scelta della campagna Knowyourlemons di usare il giallo, il colore dei limoni, e non il classico rosa è davvero originale. Il giallo è il colore della luce solare ed evoca energia. Ed è proprio l’energia la carica umana che ci vuole per affrontare un tumore al seno, malattia che va a colpire una parte intima femminile così delicata.

La forza della campagna di Erin Smith Chieze è la sua validità ovunque perché può essere adatta per un Paese in particolare, come per tutto il mondo. Una strategia comunicativa di questo tipo in tema di tumore al seno non è mai stata creata prima. L’immagine dei “12 seni-limoni” sui social è stata condivisa oltre 25 mila volte.

Grazie Erin!

 

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Vanessa Doddi

PHI Foundation

HIHERE APP, QUANDO L’APP E’ SOCIALE

L’uso di app negli ultimi anni ha decisamente rivoluzionato la nostra vita ed il nostro modo di approcciarci alla vita quotidiana: giochi, lettura quotidiani, navigatori, musica, comunicazione, acquisti online e anche nel settore sociale. Un esempio per quanto riguarda quest’ultimo aspetto ci viene da HiHERE app disponibile da pochi giorni e che si propone di abbattere le barriere e costruire legami sociali tra i migranti e le comunità di accoglienza. Un’app che quindi vuole affrontare in modo moderno ed innovativo uno dei temi sicuramente più attuali degli ultimi mesi. Ma di cosa si occupa quest’app e perché è così innovativa?

L’obiettivo dell’app come è stato detto è quello di favorire l’integrazione, questo viene fatto permettendo ai richiedenti asilo di registrarsi, inserire i propri dati e una mappa del percorso fatto, riconnettersi con familiari, amici e connazionali; da parte loro le associazioni e i centri d’accoglienza possono inserire a loro volta eventi ed iniziative, in questo modo le persone possono eludere l’isolamento ricostruendo i legami sociali. Potenzialmente ognuno di noi potrebbe scaricare l’app ed avere un profilo, mettendosi a disposizione per aiutare queste persone, ognuno secondo le sue possibilità.

L’app è nata dal basso, in risposta ad esigenze e bisogni concreti espresse dagli stessi migranti ed emersi nel corso della ricerca che ha poi portato allo sviluppo della stessa.

HIHERE app è gestita da Lapis, un’associazione di promozione sociale nata nel 2016 con l’obiettivo di supportare persone e popolazioni in condizioni di disagio e precarietà abitativa a causa di migrazioni, catastrofi naturali o situazioni informali. Le attività dell’associazione vogliono aiutare queste persone a ricostruire legami sociali favorendo l’integrazione sul territorio, inteso non solo come spazio fisico.

Per garantire l’accesso gratuito all’app Lapis sta portando avanti alcune campagne di raccolta fondi, è da poco terminata la campagna natalizia ed ora l’associazione è alla ricerca di runner che corrano la maratona di Roma del 2 aprile in favore di Lapis e a sostegno dell’app.

Con HIHERE app la tecnologia e innovazione possono quindi non solo coniugarsi con il sociale ma esserne al servizio, aiutando le associazioni nel raggiungimento dei loro obiettivi ed essere un vero strumento di cambiamento a disposizione di tutti.

 

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Sara Quaglia

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UN VIAGGIO VERSO L’ALTRO IN BOSNIA-ERZEGOVINA

Le vicende storiche legate alla nascita della Bosnia-Erzegovina sono complesse, tanto che questa repubblica parlamentare federale è diventata indipendente dalla Jugoslavia solo a partire dal 1992 ed è stata vittima del massacro di Srebrenica nel 1995.

Da quegli anni la situazione è decisamente  migliorata ma, ad oggi,  la Bosnia-Erzegovina detiene  ancora  un primato negativo a livello europeo, cioè il coefficiente di Gini più alto in Europa (0,56).

Questo coefficiente misura la diseguaglianza nella distribuzione del reddito e della ricchezza ed indica, quindi, che nella Bosnia-Erzegovina coesistono situazioni sociali molto differenti tra loro con tante famiglie in difficoltà ed oltre 100 mila bambini che vivono in condizioni di estrema povertà.

Questo è uno dei motivi che ha spinto l’associazione Born to Child Onlus a programmare il progetto Viaggio verso l’altro per aiutare i bambini della Bosnia-Erzegovina.

Born to Child, nata ad Aprile 2015 ad Andria, è stata fondata sui principi della carità, della solidarietà e del servizio in favore dei bisognosi, minori in particolare, sia in Italia sia nei Paesi in via di sviluppo.

Ha già realizzato una serie di iniziative, tra cui progetti di recupero e distribuzione di indumenti e giocattoli per bambini che vivono in situazione di difficoltà.

E con il nuovo progetto Viaggio verso l’altro l’associazione intende aiutare alcuni orfanotrofi della Bosnia-Erzegovina organizzando, per la prossima estate e con il supporto delle associazioni presenti nel territorio bosniaco, convogli umanitari con furgoni caricati dei materiali donati destinati ai bambini.

E’ possibile partecipare attivamente a questo progetto in Bosnia-Erzegovina, in qualità di volontari, o semplicemente contribuire con una donazione, o in alternativa con beni materiali e di consumo.

Sostieni anche tu  il progetto Viaggio verso l’altro,  per donare ai bambini ospiti degli orfanotrofi della Bosnia-Erzegovina non solo l’aiuto concreto di cui necessitano, ma anche la speranza e l’energia per affrontare con più serenità e fiducia il proprio futuro.

 

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Nicola Minerva

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Sport solidale: correre per una buona causa!

Fare sport si sa fa bene, ma negli ultimi anni possiamo dire che fa due volte bene grazie a numerosi charity program collegati a manifestazioni sportive che rendono lo sport solidale. Molte manifestazioni sportive “storiche” hanno sempre associato l’organizzazione dell’evento al sostegno di progetti specifici o associazioni, realizzando di fatto non solo una manifestazione sportiva ma un vero e proprio evento benefico. Negli ultimi anni la possibilità per le associazioni di fare raccolta fondi attraverso queste manifestazioni sportive si è ampliata, grazie soprattutto alla diffusione delle piattaforme di crowdfunding e alla possibilità di coinvolgere i partecipanti, sia come singoli che come aziende, nelle attività di raccolta fondi per un progetto specifico. Questa modalità di raccolta fondi era già diffusa da tempo nei paesi anglosassoni, ma ora anche in Italia con i diversi Charity program delle singole manifestazioni si è molto diffusa. Una delle piattaforme di crowdfunding più utilizzate in Italia è Rete del dono, che ha avviato e consolidato collaborazioni con diverse manifestazioni sportive, in particolare maratone e corse podistiche nelle maggiori città italiane. Tra queste anche per il 2017 è stata confermata la collaborazione con la Maratona di Roma, una delle più importanti in Italia. Le associazioni che intendono partecipare con un proprio progetto possono presentare domanda entro il 15 novembre. Alle associazioni viene richiesto di garantire collaborazione e promozione dell’evento, potranno dall’altro lato beneficiare della possibilità di promuovere il proprio progetto sulla piattaforma e fare raccolta fondi tramite i partecipanti che si iscriveranno e decideranno di fare da fundraiser e promuovere la raccolta fondi per il progetto che sostengono.

La possibilità di partecipare a questi eventi è aperta anche alle aziende che volessero cogliere l’occasione e partecipare coinvolgendo dipendenti, clienti, partner e fornitori. Questa è per loro un’ottima possibilità di fare team building grazie ad allenamenti di gruppi, gare a staffetta o di altro tipo, ma anche dare visibilità all’azienda con il social corporate responsability attraverso il sostegno ad un’iniziativa specifica. Rete del dono ha una pagina dedicata alle aziende che partecipano da cui è possibile vedere il totale raccolto, il numero di fundraisers e il loro impegno, progetti e associazioni sostenute.

Come dicevamo eventi legato allo sport solidale sono sempre più diffusi, specialmente nelle manifestazioni più grandi e sono ottime occasioni di raccolta fondi, basti pensare che nel corso dell’edizione del 2015 della Venice Marathon sono stati raccolti 114.700 €. Tuttavia anche a livello locale vi sono esempi virtuosi di collaborazioni tra aziende locali e gruppi podistici che in occasione di una ricorrenza o semplicemente per animare il territorio, organizzano attività di sport solidale che diventano occasione di raccolta fondi per progetti a livello locale.

Questi eventi permettono quindi di coniugare la passione per lo sport con la voglia di sostenere una causa che ci sta a cuore. Per le associazioni la possibilità di raccogliere fondi, avere visibilità e magari ampliare il numero dei propri sostenitori.

Insomma è confermato: lo sport solidale può fare veramente molto bene!

 

Sara Quaglia

PHI Foundation

Solidarietà sotto l’albero: la raccolta fondi a Natale

A Natale, si sa, siamo tutti più buoni. La maggior propensione a donare in questo periodo è confermata anche dalle statistiche che ci dicono che il 30% della raccolta fondi avviene in questo periodo (Fonte: digital giving index, 2014). Avete già iniziato a pensare cosa farete per la vostra raccolta fondi natalizia? Immagino di sì, anzi sarete sicuramente in pieno fermento da diffusione delle vostre iniziative. Nel periodo che precede il Natale le iniziative si moltiplicano e le campagne attivate dalle varie associazioni sono veramente migliaia: mailing, gadgets solidali, prodotti del mercato equo solidale o provenienti dai progetti delle associazioni, servizi impacchettamento presso negozi e centri commerciali, aperitivi e cene, panettoni e molto altro ancora.

Le grandi associazioni strutturate iniziano ad organizzarsi con le campagne molto prima del Natale: accordi con centri commerciali o grandi catene di distribuzione per garantire il servizio di confezionamento dei regali, ricerca dei responsabili dei diversi progetti, mailing alle aziende per la promozione di biglietti e prodotti per dipendenti e clienti. Una delle prime campagne avviate è stata quella proposta da Unicef Italia, che ha iniziato a proporre regali solidali; molto originale è anche la campagna proposta da Oxfam de Gli spacchettati, che propone questi “spacchettati” non solo per l’occasione natalizia. Queste iniziative oltre che essere opportunità di raccolta fondi, offrono un servizio a catene e negozi, ne migliorano l’immagine e sono opportunità di lavoro per giovani e non solo.

E le piccole associazioni? Anche loro hanno certamente le loro carte da giocare. Se non possono competere con i grandi in quanto a numeri, capacità organizzativa e copertura del territorio nazionale, hanno sicuramente altri punti a loro favore. La presenza sul territorio è vero, è meno estesa, ma solitamente sono più radicate e vicine ai donatori della loro zona. La conoscenza personale, la presenza radicata sul territorio e la conoscenze personale della comunità sono tutti punti a proprio vantaggio da poter sfruttare. Diventa importante, ad esempio, il contatto con l’azienda locale alla quale possiamo proporre idee per Natale per i propri dipendenti o con la quale possiamo avviare collaborazione: possiamo proporre pacchi solidali a km 0 che valorizzino le aziende del territorio e sostengano progetti. Quando si è così radicati nella comunità i volontari possono assumere un ruolo ancora più centrale, diventando soggetti attivi per la promozione e la diffusione di queste iniziative. Conoscete un bravo artista? Avete dei lavori fatti assieme ai ragazzi delle scuole con cui collaborate? Perché non valorizzarli creando un biglietto di auguri originale?

Insomma questo può essere un periodo d’oro per la raccolta fondi della vostra associazione. Date libero sfogo alla vostra fantasia, un’iniziativa originale potrebbe essere un buon modo per distinguersi nella massa. L’importante è pianificare con precisione le diverse fasi della campagna, cercando di capire quali sono i canali più adatti alla diffusione, il tema su cui puntare e come comunicarlo e promuoverlo, il budget da destinare a questa raccolta fondi e ringraziare i donatori.

 

Sara Quaglia

PHI Foundation

LAVORARE NEL NO PROFIT: DA DOVE COMINCIO?

Ultimo anno di università: gli esami da finire, la tesi da preparare, la voglia di lavorare nel no profit e mettere in pratica quanto studiato, magari con qualche associazione che si occupa di. Da che parte inizio? Come faccio a distinguermi? Dove posso trovare offerte di lavoro in ambito no profit? Queste le domande che mi assillavano.
Il primo problema era riuscire a distinguermi dai tanti neolaureati, avere le idee chiare mi ha aiutata a creare un percorso e aggiungere man mano piccoli tasselli mentre lo percorrevo. Ho così iniziato a fare volontariato in Italia, fatto campi di lavoro all’estero, frequentato corsi di formazione extra universitari e seguito conferenze, oltre a fare esperienze da poter aggiungere nel cv.
Mi sono divertita, ho conosciuto molte persone e raccolto moltissimi stimoli.
Dove posso trovare le offerte per lavorare nel no profit ? A differenza che in altri settori, per lavorare nel no profit non si girano le agenzie interinali alla ricerca di possibili offerte, dovevo quindi capire dove scovarle sia per profili in Italia che all’estero. Sono così capitata sul sito del VIS – volontariato internazionale per lo sviluppo, che tuttora raccoglie una serie di offerte di lavoro e formative in ambito no profit. La maggior parte erano per me inaccessibili per mancanza di esperienza, ma mi sono state di grande aiuto per capire come costruirmi un profilo valido: richiesta conoscenza di almeno due lingue straniere, richiesta conoscenza del PCM, precedenti esperienze all’estero, e così via, e sulla base di quello che richiedevano cercavo di costruirmi esperienze per far sì che un po’ alla volta il mio profilo rispondesse alle richieste.
Un altro sito che ho trovato molto utile è stato ScambiEuropei che posta offerte di stage, volontariato, SVE e molto altro. Un ottimo punto di partenza.
Oggi esistono piattaforme specializzate che possono aiutarti a lavorare nel no profit e nel sociale, sia in Italia che all’estero. Tra quelle che maggiormente uso e considero complete vi segnalo:
Job4good: l’ultima piattaforma italiana di job-matching che fa incontrare domanda ed offerta. Le associazioni possono registrarsi e caricare le proprie offerte e visualizzare i profili degli utenti. Le offerte riguardano tutto il terzo settore;
Info–cooperazione: portale di informazione, con aggiornamenti sui temi della cooperazione, pubblicazione bandi e anche una sezione lavoro interessante;
Reliefweb: sito leader per quanto riguarda l’informazione in ambito umanitario, ha un’ottima sezione dedicata alle offerte di lavoro in tutto il mondo;
Aid Jobs: si tratta di un sito che aggrega offerte di lavoro in ambito no profit proveniente da diversi siti, per cui spesso attraverso questo sito se ne possono scovare altri interessanti. Vi è una sezione in cui è possibile ricercare le offerte anche attraverso una mappa: volete lavorare a tutti i costi a Kiribati? Potrete consultare direttamente le offerte presenti.
Le associazioni più grandi e strutturate, in particolare a livello internazionale, hanno una sezione dedicata sui siti e spesso una newsletter specifica per le vacancy, un’altra possibilità è quella di iscriversi così da essere periodicamente aggiornati sulle ultime offerte.
Un ultimo (banale) consiglio: se veramente è questo che volete fare non smettete di crederci e cercare…ci sarà l’offerta giusta, al momento giusto, nel posto giusto!
PHI Foundation
Sara Quaglia

8 x 1000: un’opportunità di fundraising per il no profit!

Se siete alla ricerca di qualche opportunità di fundraising per i vostri progetti, le quote dell’8×1000 destinate tramite la dichiarazione dei redditi possono rappresentare una valida opportunità, sono infatti numerosi gli enti beneficiari che destinano una parte o l’intera cifra a progetti sociali, assistenziali, di carattere umanitario o culturale e a cui le associazioni ed organizzazioni no profit possono presentare domanda di finanziamento.

Scade il 30 settembre il bando che ogni anno viene indetto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri per l’assegnazione dei fondi a diretta gestione statale per progetti di interesse sociale o di carattere umanitario. Si può presentare domanda per finanziare progetti che riguardino:

  • interventi straordinari per la fame nel mondo,
  • calamità naturali,
  • assistenza ai rifugiati,
  • conservazione dei beni culturali.

Una seconda valida opportunità di raccolta fondi è rappresentata dalla Tavola Valdese, alla quale è possibile presentare domanda entro il 30 Novembre di ogni anno per richiedere il finanziamento di progetti in Italia e all’estero. Nel 2016 sono stati finanziati 365 enti no profit per progetti all’estero e ben 686 per progetti in Italia.

Un altro ente destinatario dei fondi dell’8 per mille dell’IRPEF che destina i fondi ricevuti interamente a progetti a carattere sociale è la Chiesa Cristiana Avventista del settimo giorno. Per il 2016 la scadenza per la presentazione delle domande è stata il 31 marzo, ma da ottobre sarà possibile scaricare la nuova modulistica per ripresentare domanda a marzo 2017. La Chiesa Cristiana avventista finanzia progetti in Italia e all’estero con particolare attenzione a salute e prevenzione, interventi in zone di guerra o colpite da calamità e promozione dello sviluppo di popolazioni disagiate.

Anche la Chiesa Cattolica attraverso la CEI destina una parte dei fondi ad essa assegnati ad “interventi caritativi a favore dei Paesi del Terzo Mondo”. È possibile presentare domanda tutto l’anno, il Comitato di valutazione si riunisce almeno 6 volte per valutare le domande ricevute. Si possono presentare progetti principalmente a “carattere formativo e di sostegno allo sviluppo economico, sociale e civile delle popolazioni” come indicato nel bando.

La Chiesa Luterana destina il 33% dei fondi ricevuti per progetti sociali, appoggiandosi però per la realizzazione degli interventi a partner consolidati che garantiscono un’accurata gestione dei fondi.

A partire dal 2016 è stato possibile destinare l’8 per mille anche all’Unione Buddhista Italiana che ha dichiarato di voler utilizzare parte dei fondi ricevuti per progetti sociali, umanitari e culturali, tuttavia le cifre ancora non sono state destinate e non si sa come verranno utilizzati i fondi.

È possibile prendere visione di modulistica e guidelines dai siti dei diversi enti.

 

 

PHI Foundation

Sara Quaglia

Bandi in scadenza: le organizzazioni no profit hanno ancora tempo per partecipare.

Per le organizzazioni no Profit che sono sempre alla ricerca di bandi con i quali presentare i propri progetti e reperire fondi, menzioniamo alcune prossime scadenze da segnare sul calendario.

Ci sono ancora pochi giorni per presentare la richiesta di contributo ordinario alla Fondazione CRT, la finestra temporale entro la quale inviare la documentazione si chiude al 30 settembre 2016 e vi possono partecipare le organizzazioni no profit che operano nei seguenti settori:

  • Arte e Cultura
  • Ricerca e Istruzione
  • Welfare e Territorio

La Fondazione CRT ha individuato per l’anno 2016 tre priorità: a) contributi erogati a sostegno delle progettualità degli enti; b) promozione dello sviluppo economico e sociale a favore delle fasce più deboli; c) creazione partenariati sul territorio con sviluppo delle attività di raccolta fondi attraverso nuovi strumenti (crowdfunding, ecc..).

Altra possibilità è data dal Bando del Servizio Civile Nazionale 2017, pubblicato il 6 settembre sul sito del Dipartimento, scadrà alle ore 14 del 17 ottobre. Tutti gli enti iscritti all’albo nazionale e agli albi regionali e delle Province autonome sono ancora in tempo per presentare un progetto.

Un’attenzione particolare per le zone terremotate: le organizzazioni no profit aventi sedi operative nelle zone colpite dal sisma di agosto, possono inviare una manifestazione di interesse per realizzare i progetti del Servizio Civile Nazionale, finalizzati ad aiutare la comunità nella ripresa della vita quotidiana.

Per quanto riguarda invece la Tavola Valdese (Unione delle chiese metodiste e valdesi), sono da poco usciti gli elenchi dei progetti ammessi al finanziamento, sia per l’estero che per l’Italia. E’ possibile verificare i progetti approvati al seguente link.

A partire dal mese di ottobre, fino al 30 novembre, sarà possibile scaricare ed inviare la modulistica per le nuove richieste di finanziamento http://www.ottopermillevaldese.org/come_presentare_un_progetto.php

Possono parteciparvi tutti gli Enti ed Opere di altre Chiese evangeliche o cristiane, Agenzie ed Organismi ecumenici, Enti, Associazioni, Agenzie e Opere laiche, Organizzazioni Non Governative. La Tavola Valdese finanzia progetti sociali, culturali e assistenziali per promuovere pace, sviluppo, istruzione, informazione e solidarietà.

Buon lavoro!

 

Manuela Mussa

PHI Foundation

Donare tramite il payroll giving

Il payroll giving è uno strumento di raccolta fondi ancora poco utilizzato ma con grosse potenzialità. Si tratta della donazione tramite la busta paga: qualsiasi lavoratore dipendente, di aziende pubbliche o private, può scegliere di donare un’ora o più ad una organizzazione non profit.

Un metodo moderno, una forma di sostegno continuativo che assicura alle associazioni la possibilità di programmare il sostegno di progetti a lungo termine, mentre il donatore può beneficiare della detrazione fiscale sull’importo annuo oppure della deducibilità attraverso la dichiarazione dei redditi.

ActionAid, Enpa, Fondazione Mission Bambini,  sono alcune delle organizzazioni che hanno scelto di raccogliere fondi con il payroll giving  aderendo a “Unora onlus”(http://www.unora.org/), primo comitato in Italia ad occuparsi di questo sistema innovativo.

Vantaggi del payroll giving  per tutti: per il lavoratore che ha la possibilità di donare attraverso un sistema sicuro, di modesto importo ma detraibile ai fini fiscali; per le aziende che possono godere di un buon ritorno di immagine; per le onp, le quali hanno modo di incrementare i nominativi nel database di sostenitori e creare partnership con le aziende.

Sono previste varie modalità per la scelta di utilizzo della donazione: è possibile specificare uno o più progetti sociali a cui destinare l’ora (o più ore) donate, oppure, indicare che la quota venga distribuita in parti uguali tra le associazioni.

Al payroll giving vi ha aderito anche l’Agenzia delle Entrate: i dipendenti possono collegarsi direttamente dal sito dell’azienda, tuttavia, dai dati del 2015, risulta che le donazioni più consistenti provengono dalle piccole aziende.

Per completare lo strumento è possibile aggiungere un altro meccanismo attivabile su opzione dall’azienda interessata. Si chiama Match giving e prevede l’integrazione economica da parte della stessa per un importo pari a quello donato dai dipendenti.

Due metodi di raccolta fondi attraverso microdonazioni di cui si conosce pochissimo e di conseguenza se ne parla ancor meno. Potrebbe essere uno spunto per avviare una campagna di sensibilizzazione rivolta agli italiani e alle aziende, tenendo presente che il 60% delle persone che utilizzano questo metodo di sostegno sono donne.

 

Manuela Mussa

PHI Foundation

#DONODAY2016

#DONODAY2016 è partito il concorso: 1° giro dell’Italia che Dona

Con la legge n. 110 del 14 luglio 2015, Il Parlamento ha istituito di celebrare il 4 ottobre il #DONODAY, ovvero, la giornata della pace, della fraternità e del dialogo tra culture e religioni diverse, con l’obiettivo di creare una maggiore consapevolezza e solidarietà da parte dei cittadini sul mondo del volontariato e delle sue varie forme di supporto a cui ciascuno di noi, anche nel proprio piccolo, può contribuire a sostenere.

I protagonisti del #DONODAY2016 saranno gli studenti delle scuole medie di primo e secondo grado, invitati a partecipare all’iniziativa in programma quest’anno attraverso la realizzazione di un video contest “Donare, molto più di un semplice dare”.

Cliccando sul seguente link potrete vedere i video caricati dagli studenti sino ad oggi e votare il vostro preferito.

 

Proprio il 4 ottobre si terrà a Roma la premiazione dei primi 3 video, realizzati dagli studenti delle scuole che hanno aderito alla campagna social su invito del MIUR (Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca).

Oltre alle scuole possono aderire anche i comuni; per partecipare dovranno organizzare eventi di raccolta fondi o di sensibilizzazione con il contest “UN DONO IN COMUNE”, coinvolgendo le associazioni di volontariato del proprio territorio. Sul sito si possono consultare i regolamenti per l’iscrizione da parte delle scuole o dei comuni.

L’iniziativa #DONODAY2016 è nata dall’ Istituto Italiano della Donazione per valorizzare il GIORNO DEL DONO e sensibilizzare la cultura del donare.

Tutte le organizzazioni che parteciperanno alla giornata del #DONODAY2016 verranno inserite sulla piattaforma online dell’Istituto della Donazione e segnalata la presenza sulla cartina dell’Italia con i seguenti colori:

ROSA: Comuni che hanno aderito al Giorno del Dono 2016
AZZURRO: Scuole che hanno partecipato al video contest “Donare, molto più di un semplice dare”
GIALLO: Iniziative delle Associazioni che partecipano al 1° Giro dell’Italia che dona.

#DONODAY2016

#DONODAY2016


#DONODAY2016 è per tutti, chiunque voglia partecipare e contribuire a divulgare le informazione sul GIORNO DEL DONO può farlo richiedendo i braccialetti dell’iniziativa e pubblicando una foto sui vari social.
Potete trovare tutte le informazioni al seguente link .

Foto Istituto Italiano della Donazione

Manuela Mussa

Phi Foundation

Un anno di PHI Foundation

Un anno di PHI Foundation…

E’ già passato un anno da quando un gruppo di professionisti decise di incontrarsi nella splendida Manarola per dar vita a PHI Foundation,

definendo nero su bianco, ruoli, obiettivi e impegni di questo progetto che da alcuni mesi portavano avanti, attraverso interminabili conference call su Skype e condivisioni di documenti su Google Drive.

Il luogo fissato fu scelto per convenienza e per comodità, fare un meeting a Luglio con lo splendido panorama che le Cinque Terre possono offrire è sicuramente più stimolante e piacevole che un grigio e anonimo ufficio in centro.
Ma da quel momento Manarola è diventata la sede “sentimentale” di PHI Foundation.

Tante cose sono cambiate da allora, alcuni amici hanno preferito concentrarsi su altri progetti, altri invece sono voluti salire a bordo e compiere questo viaggio con noi.
In ogni caso il percorso definito quel giorno, prosegue a tappe forzate, rispettando gli impegni e gli obiettivi che ci eravamo dati.

PHI Foundation è andata on line qualche mese dopo quell’incontro di Manarola, il suo sito ha debuttato ad inizio Ottobre 2015 nel mondo del web, e ad oggi è già stato implementato e migliorato con delle nuove release già un paio di volte, raggiungendo circa 10 mila impressions mensili con oltre 1.000 utenti unici.

La redazione di PHI Foundation, in questo primo anno, grazie ai suoi collaboratori e agli allievi dell’Accademy ha pubblicato oltre 200 articoli, veicolati attraverso i diversi canali social che nel frattempo la Fondazione ha aperto.

Si sono strette delle partnership importanti e stanno per partire alcuni progetti molto innovativi che riguarderanno la Fondazione e di cui si sentirà parlare.

Ci sono inoltre molte altre novità che subito dopo la pausa estiva riguarderanno PHI Foundation: ci sarà una nuova sede operativa a Milano, nuove collaborazioni, nuove sezioni del sito, e tante altre cose che scoprirete pian piano.
Tutto questo è stato possibile grazie alla tenacia e all’impegno dei fondatori e soprattutto grazie alla costanza e alla stima con la quale tutti voi ci avete seguito in questo primo difficile ma entusiasmante anno.

Abbiamo ricevuto moltissimi complimenti e anche alcune critiche, che in molti casi ci sono servite a migliorarci e ad essere sempre più allineati con il nostro pubblico.

Il nostro impegno è sempre quello di aiutare le associazioni e i volontari a fare il loro lavoro, cioè aiutare il prossimo.

Mettiamo a disposizione una serie di strumenti e di professionalità per raggiungere questo obiettivo e lo facciamo con passione e con la convinzione che aiutare il prossimo sia il miglior investimento che si possa fare.

Continuate a seguirci e a sostenerci, il primo anno è stato importante e faticoso, ma i prossimi lo saranno ancora di più, e solo se ci continuerete ad aiutare riusciremo a raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati.

Grazie a tutti

Phi Foundation

La Gioconda

Strumenti finanziari per il non profit

Strumenti finanziari per il non profit

Welfare e benessere sociale

La crisi economica che ha colpito i nostro Paese negli ultimi anni ha fatto si che il mondo non profit percorresse nuove strade verso la raccolta fondi, cercando e trovando nuovi strumenti finanziari che potessero sostenere e supportare gli importanti progetti a sfondo sociale che da sempre portano avanti. In passato i bisogni sociali riguardavano la sola famiglia interessata, o al massimo si allargavano alla comunità di appartenenza. Il reale cambiamento arriva quando personaggi come Adriano Olivetti introducono il concetto di benessere sociale basato sul principio secondo cui il profitto aziendale deve essere reinvestito per il bene della comunità. L’imprenditore credeva nell’idea di comunità e il suo sogno era quello di creare una fondazione composta da classi sociali disparate, enti pubblici, università, così da eliminare ogni differenza economica, ideologica e politica.

Oggi il problema principale del welfare è l’invecchiamento inesorabile della popolazione. In quest’ottica aumenta la richiesta di assistenza da parte degli anziani da un lato, mentre diminuiscono le risorse, umane in primis, per contribuire alla spesa sociale dall’altro. E’ proprio in questo contesto che prende piede una proposta di Shared Social Responsability, con in fine di unire e coordinare diversi attori: Pubblica Amministrazione, organizzazioni non profit, imprese sociali, organizzazioni for profit, volontariato, imprese. In questo senso l’Italia ebbe un primato di best practice, grazie alla Lee istitutiva delle cooperative sociali. Oggi si è un po’ perso l’entusiasmo a causa del pesante scenario fiscale al quale sono sottoposte questo tipo di imprese non profit.

Raccolta fondi oggi

Ecco che in uno scenario simile la nostra popolazione da il meglio, cercando e proponendo nuovi strumenti finanziari per sopperire alla carenza di intervento da parte dello Stato e per smuovere gli animi degli addetti ai lavori nella ricerca di soluzioni alternative.

Il non profit oggi può contare su molteplici tipologie di fundrasing, che spaziano dai bandi nazionali a quelli europei, dalle donazioni private ai social bond. Un ampio scenario al quale attingere, scegliendo di volta in volta la soluzione più adatta a sostenere il progetto.

Di ultima generazione è il crowdfunding, strumento innovativo per le ONP di raccolta fondi che permette di creare un maggior coinvolgimento dei propri stakeholders.

Il crowdfunding ha radici ben radicate nel tempo, dove crowd sta per folla e funding sta per finanziamento. Oggi è stato reinterpretato come raccolta fondi dell’era digitale. La sua rapida diffusione odierna è dovuta, soprattutto, all’espansione del fenomeno dei social media, utilizzati appunto per la raccolta di capitali. In altre parole le piattaforme digitali sono uno spazio di condivisione, nel quale vengono scambiate idee e progetti con capitali da parte di un gruppo di persone accomunati da valori simili. L’aspetto positivo dei social media è proprio la capacità di coinvolgere il maggior numero possibile di persone e sostenitori, in grado di raggiungere ogni luogo: elemento fondamentale per la buona riuscita di un progetto.

Oltre al crowdfunding esistono altri strumenti finanziari, molto simili a quelli utilizzabili da persone fisiche.

Tra questi i social bond, obbligazioni tradizionali che vanno a sostenere economicamente iniziative non profit. Il meccanismo è molto simile a quelli dei bond tradizionali, ossia hanno un limite prestabilito per il rimborso, prevedono un pagamento periodico degli interessi, possono avere tasso fisso o variabile. Il concetto che sta alla base è mutuato dal social impact bond anglosassone, dove la matrice è però un ente pubblico. Per noi, con una impostazione banco-centrica, l’ente di riferimento resta la banca. Oggi la potenzialità dei social bond non è ancora stata misurata.

Accanto a questi i mini-bond, ovvero obbligazioni emesse da un’impresa non quotata con l’obiettivo di raccogliere nuove risorse economiche grazie ad una diversificazione delle fonti di finanziamento, diminuendo la relativa dipendenza dagli istituti di credito. Si tratta, in altre parole, di uno strumento complementare al finanziamento bancario tradizionale, al quale molte cooperative sociali sono interessate, soprattutto quelle legate al settore agroalimentare.

Restano validi i tradizionali bandi, nazionali ed europei, ai quali partecipare con le idee progettuali. In pratica sono questi gli strumenti maggiormente utilizzati dalle ONP, che predispongono un ufficio apposito per la ricerca bandi. Sono fondamentalmente le fondazioni bancarie ad offrire il maggior numero di bandi ai quali partecipare, una su tutti è la Fondazione Cariplo, che da anni si prodiga affinché il mondo del non profit possa avere gli strumenti necessari per intervenire in maniera profonda sui bisogni della collettività. Diversi gli ambiti di intervento, dai servizi ala persona alla cultura. Un ampio scenario nel quale intervenire con idee progettuali vincenti e, soprattutto, un network sostanzioso.

Accanto ai bandi nazionali vi sono i bandi europei, ai quali è complesso partecipare per i numerosi requisiti richiesti. Tra questi vi è la presenza di un network internazionale consistente. Possiamo dire che è difficile ottenere finanziamenti europei, ma non impossibile. Se avete un’idea degna di attenzione, vincente e siete attorniati da un network di persone e realtà con le quali condividete i valori e vision, andate a prendervi il vostro posto al sole in Europa e date valore alle vostre idee.

Gli strumenti finanziari sono diversi, la raccolta fondi ha molteplici possibilità di intervento. Non vi resta che provare e riprovare, per fare del bene attraverso il non profit, mettendo sempre il bene comune al centro delle vostre idee.

Jenny Rizzo

Phi Foundation

Bambini in carcere

A proposito di volontariato e bambini in carcere

A proposito di volontariato e bambini in carcere

Il terzo settore a sostegno delle madri detenute

C’è una storia che vorrei raccontarvi e inizia più o meno così: c’era una volta un bambino che viveva con la sua mamma in una cella di un carcere. Non sembra essere una bella storia, tutt’altro. L’idea di un bambino rinchiuso in una grigia cella, anche se accanto alla sua mamma, non rende bella nessuna favola. Certo noi potremmo fare molto per quel bambino, un figlio innocente che non è solo protagonista di una favola ma è un personaggio reale, così come molti altri bambini costretti a pagare gli errori dei genitori e vivere rinchiuso. Noi tutti dovremmo prendere coscienza del fatto che esistono storie vere come questa e mettere a disposizione volontariamente tempo o conoscenze per trovare, insieme, una soluzione.

Storie di bambini in cella

Giorgio ha cinque anni e vive in carcere da quando ne aveva poco più di uno. Qui ha imparato a camminare, lungo il corridoio del reparto femminile del carcere; qui ha imparato a parlare, se per parlare intendiamo monotoni discorsi sulla pena e sul crimine di mamma e le sue compagne di viaggio. L’unico suono che riesce a riconoscere è quello del blindo che si apre la mattina e si chiude dietro le sue spalle tutte le sere prima di andare a dormire. La storia di Giorgio è quella di una madre condannata per reati legati allo sfruttamento della prostituzione e di Tribunali che non riescono a fare uscire dal carcere un bambino innocente; la storia di servizi sociali che dispongono e di una burocrazia che rincorre i diritti dell’uomo. Nessuno di questi attori si ferma ad osservare il bambino e a pensare che in tutta questa storia ciò che più di ogni altra cosa è urgente è salvaguardare lo sviluppo psicofisico di Giorgio.

Poi c’è Francesco, che ha compiuto il suo primo anno di vita in carcere, insieme ai volontari, agli operatori e alle altre mamme detenute insieme con la sua. E’ un bambino spento, negli occhi ha solo il grigiore delle mura; non sa bene come è fatto il cielo, come neppure un prato verde dove correre a piedi nudi. La sua mamma ha commesso un brutto reato, legato agli stupefacenti; anche il suo papà è in carcere, divisi nello stesso destino.

Giorgio e Francesco non vedono nessuno, nessun parente viene a trovare la loro mamma. Solo qualche volontario, un comune cittadino che mette il suo tempo a disposizione dei detenuti, di conseguenza anche dei bambini che popolano il carcere. Tempo utilizzato per disegnare, giocare, camminare, chiacchierare… pur sempre in carcere.

Nessuno si chiede perché Francesco o Giorgio debbano stare li, in cella; perché hanno il diritto di stare con la loro mamma, ovunque essa sia. Ebbene, non so se il diritto di un bambino è vivere rinchiuso. Probabilmente c’è qualcosa di non corretto in queste storie.

Cosa può fare il non profit e cosa prevede la legge

Giorgio e Francesco hanno vissuto i loro primi anni di vita in una cella perché la legge stabilisce che i minori fino ai sei anni debbano stare accanto alla propria mamma. Il lato positivo è che, in caso di lievi reati e pene detentive che possano permettere di usufruire della misura alternativa, bimbo e madre possono essere accolti in strutture adibite ad accogliere queste persone. A Milano, ad esempio, vi è l’Icam, ovvero Istituto a custodia attenuata per madri detenute: una struttura dove gli agenti penitenziari non indossano uniformi; dove non ci sono blindi e celle chiuse ma ampi spazi aperti e condivisi; le pareti non sono grigie ma colorate, a misura di bambino. Tuttavia resta un carcere, con le sue inferriate all’ingresso, con le sue regole e con le sue sbarre alle finestre.

Ecco che il terzo settore può arrivare dove le istituzioni non arrivano: può dare voce ai reali diritti di questi bambini impegnandosi affinché i luoghi per scontare la pena possano essere a misura di bambino.

Lottando perché queste mamme possano essere detenute fuori dal carcere, sostenendole e accompagnandole nel difficile percorso verso la legalità.

E’ proprio questo che fa l’Associaizone C.I.A.O Onlus di Milano: accoglie madri detenute con i loro bambini, facendo in modo che questi bambini possano essere semplicemente bambini e non detenuti. Impegnando ore di lavoro perché queste donne possano essere seguite nella pena detentiva; affiancando flotte di volontari che dedicano il loro tempo a questi bambini, accompagnandoli a conoscere quel mondo che non avevano mai visto prima. Insieme per insegnare a queste donne ad essere madri, oltre che carcerate.

Perché mamma lo si è sempre e ovunque!

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Jenny Rizzo

Phi Foundation

Rifugiati

“Refugees Welcome Italia”: un nuovo modo di accogliere i rifugiati vecchio come il mondo

L’associazione “Refugees Welcome Italia”, nata a dicembre 2015, è parte di un network internazionale che promuove la diffusione dell’accoglienza domestica di rifugiati e richiedenti asilo.

La chiamano emergenza migranti e nell’immaginario collettivo è rappresentata da flussi incessanti di rifugiati disperati, in fuga da guerre e fame, che sbarcano nel nostro paese in cerca di un posto sicuro.

La cronaca quotidiana non ci racconta che, una volta terminato il percorso che dalla richiesta di asilo termina nel riconoscimento dello status di rifugiato, coloro che sono stati ritenuti idonei si trovano in una condizione di vulnerabilità dovuta all’uscita degli stessi dai sistemi di protezione offerti dal nostro sistema di accoglienza.

Dal momento in cui si ottengono i documenti decorrono più o meno 6 mesi, durante i quali il rifugiato deve trovarsi una fonte di reddito e terminare i corsi di lingua e l’eventuale tirocinio formativo, offerti dalle associazioni che lo hanno avuto in carico.

In questa fase, la cosiddetta terza accoglienza, spesso i rifugiati non hanno un alloggio sicuro né un lavoro, se non in nero. Ecco perché è necessario evitare che queste persone finiscano nel baratro della vita di strada, con i documenti in regola ma senza prospettive future.

Rifugiati

L’associazione Refugees Welcome Italia, nata a dicembre del 2015, si occupa principalmente di loro. Parte di un network internazionale di 11 organizzazioni gemelle, si sta affermando anche nel nostro paese con l’obiettivo di diffondere una cultura dell’accoglienza domestica, ritagliata sulle esigenze dei singoli protagonisti.

Come funziona?

Mettiamo che io abbia una camera in più: posso iscrivermi al sito web, rispondere a qualche breve domanda e lasciare una mail di contatto. Nel più breve tempo possibile, sarò ricontattata dallo staff di Refugees Welcome, che valuterà se le mie esigenze incontrano quelle dei rifugiati iscritti alla stessa piattaforma.

In sostanza, l’associazione si occupa del matching tra ospite e ospitante, garantendo ad entrambi l’assistenza necessaria in tutte le fasi che dal primo incontro terminano nella convivenza. É previsto un periodo minimo di 3 mesi, per favorire l’avvio di un processo di conoscenza reciproca, solleva il rifugiato dalle incombenze quotidiane e permette di concentrarsi sulla ricerca di un lavoro e un alloggio da cui ripartire. Qualora gli ospitanti lo ritenessero necessario, Refugees Welcome li assiste nella messa online di micro-campagne di crowdfunding, supportandoli nel raggiungimento degli obiettivi di raccolta prefissati.

In generale, c’è un aspetto che più degli altri mi ha stupito nell’approccio di Refugees Welcome e che ho subito apprezzato: non contano tanto i numeri, quanto piuttosto la qualità degli abbinamenti! Dal primo contatto alla convivenza può passare anche più di un mese. Oltre alle necessità pratiche, occorre valutare bene il background personale e le motivazioni di entrambi i soggetti.

Refugees Welcome Italia ha avviato una campagna di comunicazione che permette di far conoscere questo tipo di ospitalità al grande pubblico. Grande risonanza in termini di nuovi iscritti è stata registrata in seguito al servizio de Le Iene andato in onda su Italia 1, a metà aprile scorso.

I rifugiati, invece, vengono raggiunti con modalità diverse. Si tende infatti a lavorare in stretta collaborazione con gli assistenti sociali delle associazioni che si occupano di prima e seconda accoglienza (come l’accoglienza integrata SPRAR). In tal modo, gli abbinamenti vengono triangolati tra aspiranti ospiti, ospitanti e associazioni avendo cura di perseguire il benessere di tutti gli attori in gioco.

A livello territoriale l’associazione è strutturata in gruppi locali, a Milano, Roma, Torino, Bologna. I volontari interessati a costituire gruppi locali in altre città sono in continua crescita.

Eventi di sensibilizzazione e raccolta fondi vengono spesso organizzati al fine di diffondere una cultura dell’accoglienza più partecipativa e diretta.

Una bella occasione per aiutare chi si trova in difficoltà, aprendo semplicemente la porta di casa. In fondo, nulla di nuovo rispetto a quanto fatto dai nostri nonni durante gli anni cupi della guerra!

D.S.

Phi Foundation