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FRANCIGENA: NUOVE METE PER QUESTA ESTATE

FRANCIGENA: NUOVE METE PER QUESTA ESTATE

 

Francigena: strada che attraversa lo stivale Italia

 

Francigena: Nuove mete per questa estate come percorrere una delle strade antiche e famosa “la via francigena” la quale attraversa l’intera penisola italiana e oltre a donare bellissimi paesaggi regala storia e cultura dei popoli.

 

Le vacanze rappresentano il momento in cui le persone si spogliano della loro quotidianità spesso grigia e pressante, per proiettarsi nella dimensione pura dell’evasione più totale, in totale simbiosi con una natura complice e intrigante.

 

La Grecia esercita da sempre un fascino intramontabile sui visitatori, perché non avventurarsi allora tra le strade di Sifnos, un’isola dall’atmosfera suggestiva che evoca il mistero del divino pagano? Sifnos è una continua e piacevole scoperta, di giorno meravigliosa culla di mare che avvolge con le sue acque trasparenti i fortunati visitatori tra borghi caratteristici e profumo di bouganville, di notte regno incontrastato della movida tra vicoli illuminati e sapori inconsueti.

 

Amate la Spagna, ma non la confusione delle città più note? Allora Matarraña è sicuramente la scelta giusta, con le sue sinuose colline dove trovano rifugio sfuggenti stambecchi, in un’apoteosi di verde sconfinato. Gli amanti dell’archeologia non perderanno occasione di visitare gli insediamenti preistorici caratterizzati da interessanti pitture rupestri e, se proprio non volete rinunciare a fare una puntatina a Barcellona, la distanza non è eccessiva.

 

Un’altra destinazione poco conosciuta, ma assolutamente da non trascurare è la città di Leida, in Olanda, una perla per il turismo di nicchia che privilegia città meno conosciute, ma ricchissime di angoli di paradiso e di stupefacenti tesori architettonici. In un’atmosfera fiabesca si ha la sensazione che le case sorgano come per magia dai canali, in una dimensione rarefatta, sospesa tra acqua e terra. Storia e modernità si incontrano tra edifici dell’Ottocento e locali colorati, animati dalle voci festose degli avventori, una vera e propria oasi per ritagliarsi momenti di autentica gioia.

 

Italia, qualora desiderate passeggiare nelle strade già percorse da re e imperatori, in Italia, vi si trovano il 50% dei reperti storici e archeologici del mondo. Roma, Firenze, Venezia, solo per citarne alcune delle città famose con museo a cielo aperto, dove tutto è visibile e lo si può ammirare passeggiando per la città. Come non possiamo dimenticarci delle decine di borghi storici presenti in Italia dove si trovano importanti, chiese, affreschi e la famosa strada francigena, dove fiorivano arti e mestieri.

 

In questo affascinante viaggio alla ricerca di mete sconosciute, non può mancare Scardona, un dono della natura della stupenda Croazia, una località che costeggia il fiume Cherca e racchiude il prodigio delle vicine cascate che incantano per la purezza delle acque. E se volessimo oltrepassare i confini dell’Europa?

 

Potremmo scoprire il regno del Bhutan, tra l’India e la Cina, un luogo ricco di tradizioni che si legano indissolubilmente alla religione e alla storia, raccontata dai borghi, dalle strade e dalle case che, come tessere di un mosaico, rimandano immagini di una realtà profondamente diversa dalla nostra, ma proprio per questo particolarmente accattivante.

 

PHI FOUNDATION SOCIAL INNOVATION COMMUNITY

 

Natalia Agafonova

PHI Foundation

Apre Fadabrav: una falegnameria per tutti

Con  l’organizzazione de la “Festa dei vicini” (tradizione nata in Europa alla fine degli anni Novanta che viene organizzata in diverse città nel mese di maggio) nella giornata di domenica 27 maggio è stato dato il via alle attività di Fadabrav,  la prima falegnameria sociale della città di Novara.

La giornata di festa si è svolta con un pranzo preparato con pietanze che ciascuno dei partecipanti ha voluto condividere con gli altri.  Successivamente i volontari delle associazioni hanno iniziato a illustrare i programmi e le finalità dell’iniziativa.

Di cosa si tratta?

E’ un’idea nata su iniziativa dell’assessorato alle Politiche Sociali del Comune assieme alle associazioni Sincronie, Sermais, Housing Lab,  con il sostegno della Fondazione Comunità del Novarese che hanno voluto sostenere questo progetto e hanno così  riqualificato uno spazio pubblico in un quartiere periferico per trasformarlo in un luogo di aggregazione e apprendimento di mestieri artigianali o più semplicemente per trascorrere qualche ora assieme agli amici riuscendo magari anche a sistemarsi un cassetto.

Il bricolage, in pratica, come collante di coesione sociale.

Proprio in questi locali – spiegano infatti gli operatori del Comune che lavorano sul progetto Fadabrav e i rappresentanti dei sodalizi aderenti al progetto – abbiamo cominciato a incontrare la gente del quartiere, mettendo a disposizione le professionalità dei giovani appartenenti alle associazioni che operano qui.

Piccole riparazioni di mobili e suppellettili sono infatti diventati il primo veicolo per far conoscere questo percorso di rigenerazione urbana, per far incontrare generazioni diverse e per far sì che si cominciasse a diventare un punto di riferimento per i residenti di Sant’Agabio».

Il presidente della Fondazione Comunità Novarese Cesare Ponti afferma che  “il progetto FadaBrav è l’unico che la nostra Fondazione ha scelto, lo scorso anno, di sostenere sul Bando “Oltre i luoghi comuni Attivazione di comunità e coesione sociale” perché ne rispecchia tutte le caratteristiche.

Abbiamo ritenuto vincente l’idea di un laboratorio di sperimentazione e di condivisione di un sapere antico ma sempre attuale e di uno spazio di inclusione sociale dedicato a soggetti svantaggiati soprattutto in un quartiere periferico e, spesso, lasciato ai margini come quello di Sant’Agabio. Ma abbiamo apprezzato molto anche la Rete di soggetti che gravita intorno al progetto e che ha realizzato, già anche in questi primi mesi, diverse iniziative di sostegno, trasmettendo grande energia.

Per tutti questi motivi abbiamo scelto di contribuire con diecimila euro all’impresa; […] La speranza è che la riqualificazione urbana vada di pari passo con la creazione di una nuova piccola comunità che condivida percorsi di attivazione di competenze e si muova verso nuove forme sociali di educazione e di riscatto sociale”.

COME FUNZIONA

L’accesso alla falegnameria sociale sarà libero: l’unico obbligo sarà la sottoscrizione di una tessera associativa e dell’assicurazione;  sono in previsione anche corsi sull’utilizzo del legno e di cucito.

Per la prossima estate Fadabrav sarà aperto ogni sabato, mentre nei mesi autunnali le attività si terranno anche in altri giorni della settimana e prossimamente sarà previsto il lancio di corsi sul bricolage.

 

Luca Brigada

PHI Foundation

PANE: IL PREZZO DEL GRANO IN ITALIA

PANE: IL PREZZO DEL GRANO IN ITALIA

PANE: Il prezzo del grano in Italia è fermo al 1987, ma il pane costa il 1450% in più. Non trovate che c’è qualcosa che non quadra?

PANE: Lucio Battisti, uno dei più apprezzati cantautori italiani, in “Pensieri e Parole” chiedeva appunto “Che ne sai tu di un campo di grano…”.  Infatti i passaggi oscuri dalla terra alla tavola sono sconosciuti a milioni di comuni mortali.

In effetti il prezzo del grano in Italia è paralizzato al 1987, ma il pane dal fornaio costa il 1450 per cento in più. 
Eppure il consumatore non se ne accorge: oggi ci vogliono trenta chili di grano per arrivare alla quotazione di un chilo di pane. Questa è la situazione denunciata pubblicamente e in più occasioni da Coldiretti, ma non solo.A livello nazionale gli ettari coltivati sono 600 mila per 30 milioni di quintali. Se invece si passa al grano duro, quello per la pasta, coltivato soprattutto nelle regioni meridionali (Puglia, Sicilia, Basilicata, Molise), gli ettari sono 1,3 milioni e i quintali 49 milioni.Tanti? No, pochi se si pensa che importiamo 23 milioni di quintali di grano duro e ben 48 di quello tenero: gli arrivi dall’Ucraina sono quadruplicati, raddoppiati dalla Turchia. Ma allora perché esportiamo frumento in Nord Africa?Comunque, la pasta è la terza voce del nostro export commerciale (vale 2,4 miliardi di euro all’anno), mentre di prodotti da forno ne esportiamo per 1,7 miliardi. A fronte di tutte queste cifre da capogiro e di crescita percentuale, resta quella misera del prezzo pagato ai coltivatori, che fra l’altro è crollato nell’ultimo periodo quasi del 30 per cento.

Sarà l’effetto perverso della globalizzazione, ma qui ci confrontiamo con concorrenti che non hanno i nostri obblighi fiscali e soprattutto sanitari. Certo, ci sono controlli a campione nei porti, ma non è che facciano da seria barriera. Insomma, rari controlli, legislazione carente, speculazione dilagante, import selvaggio. Solo a Manfredonia – dove un privato spadroneggia nel porto, un’area demaniale dello Stato – dall’inizio del 2017 ad oggi sono approdate una mezza dozzina di navi portarinfuse ricolme di grano straniero (Ucraina, Russia, Bulgaria, Canada), poi scaricato in camion che trasportano di tutto.

E l’igiene?
Ma la salute pubblica conta qualcosa – in uno Stato di diritto almeno sulla carta – o vale e prevale soltanto il profitto economico a scapito della vita umana?E poi la speculazione: il grano si può stoccare anche per due o tre anni e quindi immetterlo sui mercati a seconda delle quotazioni. Un giochetto che riesce molto bene alle «5 sorelle» dei cereali (il colosso Usa, Adm; la Cargill di Minneapolis; i franco-statunitensi della Louis Dreyfus; gli argentini della Bunge Y Borne e gli svizzeri senza scrupoli della Glencore) con speculazioni finanziarie che prima o poi metteranno in ginocchio l’agricoltura reale.

Che si mette nel piatto?
C’è anche un problema di tracciabilità:  il consumatore deve poter scegliere, per questo è opportuno, oltre al rafforzamento dei controlli sul grano importato, anche l’etichettatura trasparente per i prodotti da forno, pane e pasta. Quanti vedono il simbolo del tricolore e pensano di mangiare «italiano», quando invece la farina arriva magari da Kiev?

Secondo la CIA «Risulta che enormi quantità di grano italiano sono state esportate nel Nord Africa, insieme all’arrivo, in contemporanea con i raccolti di navi piene di frumento provenienti da Paesi terzi», e questo,  «ha determinato questa ‘guerra del grano’, con prezzi insostenibili.

Venticinque anni fa il frumento valeva 30 mila lire, più o meno le stesse quotazioni di oggi».

Rilievi ai quali risponde Italmopa – Associazione Industriali Mugnai d’Italia, in un’audizione in Commissione agricoltura alla Camera.  «Il raccolto 2016 di frumento duro – ha precisato Ivano Vacondio, Presidente Italmopa – è caratterizzato da livelli produttivi particolarmente elevati, ma anche da carenze qualitative riconducibili alle condizioni meteo sfavorevoli verificatesi nel corso del raccolto, in particolare in Puglia, principale zona di produzione nazionale di frumento duro».

(…)La produzione di grano in Italia è a un bivio.
Sono cambiate le esigenze dell’industria del pane e della pasta, il prezzo viene definito da un mercato globale in un contesto internazionale instabile e i produttori di cereali italiani si ritrovano (da soli e senza garanzie) a fare i conti con le importazioni massicce di grano dall’estero, la mancanza di norme che regolino il mercato mondiale e limiti notevoli nella capacità di stoccaggio.

Ecco la cornice che fa da contorno alla crisi del grano in Italia, diventata ormai guerra tra i produttori di frumento e l’industria. Anche il Codacons è intervenuto con un esposto. Come uscire dalla crisi? «Sfatiamo il mito che il nostro grano non è di qualità –  spiega il responsabile dell’area Produzioni cerealicole di Confagricoltura, Mario Salvi – Il punto è che spesso quello ad alto contenuto proteico viene mescolato con frumento più scadente dal punto di vista delle caratteristiche organolettiche».

(…)«L’anno scorso sono state acquistate all’estero 2,3 milioni di tonnellate di frumento – denuncia Saverio de Bonis, presidente di Granosalus – A scapito della sicurezza alimentare.

Anche perché in Italia i limiti alle sostanze contaminanti sono più alti che nella maggior parte del mondo: in Canada quella materia prima non si usa neanche per gli animali»…

Gli industriali rispondono che il grano straniero, che ha più glutine, migliora la qualità della pasta. Ma spesso il frumento proviene da paesi come l’Ucraina, dove secondo i rilievi scientifici dell’IAEA, la radioattività ha contaminato i terreni per migliaia di anni.

Non è tutto:

«In Italia può essere consumato anche dai bambini ciò che in Canada non va bene neppure per gli animali».

È la denuncia di Coldiretti, che segnala la mancanza di trasparenza sull’etichetta.  «Una cosa è l’alta quantità di glutine – dichiara il portavoce di Granosalus – un’altra è l’assenza di sostanze tossiche». I vuoti sono da ricercare anche nelle leggi comunitarie, non tarate sugli interessi del consumatore.

E’ sufficiente aggirarsi in una dozzina di porti italiani per rendersi conto delle nostre frontiere colabrodo.

Sono due i principali nodi: il lungo periodo di navigazione che può alterare il prodotto e la mancanza di indicazione sull’etichetta circa l’origine. «Ci preoccupa – aggiunge De Bonis – anche la presenza di Deossinivalenolo (Don o vomitossina)”. Questo perché i parametri europei sui limiti di Don nei cereali utilizzati per l’alimentazione umana sono quasi il doppio rispetto a quelli imposti in Canada. In Italia è considerato commestibile ciò che i canadesi non darebbero neppure agli animali».

I dati dell’Agenzia delle Dogane attestano che da luglio 2015 a febbraio 2016 al porto di Bari è stato scaricato un milione di tonnellate di grano. «Arriva da Canada, Turchia, Argentina, Singapore, Hong Kong, Marocco, Olanda, Antigua, Sierra Leone, Cipro – spiega il direttore di Coldiretti Puglia, Angelo Corsetti – e spesso passa da porti inglesi, francesi, da Malta e Gibilterra». E tutto ciò non accade solo a Bari: navi cariche di grano duro arrivano a Napoli, Ravenna, Palermo e in altre città».

Chi controlla tir e silos? 
Nessuno. 

Ho avuto modo di verificarlo costantemente dal 2 gennaio 2017 ad oggi. E della tutela della salute parla anche il presidente di Confagricoltura Puglia, Donato Rossi: «Tutti i tir, container e silos devono essere controllati». E non accade.“Chi verifica il ciclo della pasta? Sempre nessuno”, attesta Slow Food, che aveva lanciato il primo allarme nel 2010. Per capire se la pasta è di qualità bisogna analizzare alcuni fattori: la presenza di micotossine nel grano duro (estero o italiano), eventuali deterioramenti del prodotto durante i trasporti, i limiti imposti dall’Ue che pare non accorgersi che un italiano medio consuma più pasta (27 chilogrammi all’anno) di un norvegese.
Il Regolamento Comunitario 1881/2006 è calibrato su un consumatore medio europeo e non mediterraneo, che storicamente consuma più pasta, pane e cereali. Su questa base l’Europa ha dettato i valori massimi di alcuni contaminanti nel grano. Si parla di piombo, cadmio, mercurio e micotossine (come aflatossine e Don). Per la maggior parte dei Paesi al mondo, ad esempio, i valori del Don sono allineati tra 750 e 1000 ng/g nei cereali, mentre in Italia il limite è fissato a 1750, come nel nord Europa (dove si mangia molta meno pasta).Sempre lo stesso regolamento riconosce per pasta e pane una quantità di Don che scende miracolosamente a 750 e 500. Com’è possibile? E dato che quel limite scende a 200 ng/g negli alimenti a base di cereali o comunque destinati a lattanti e bambini sotto i 3 anni bisogna chiarire che al di sotto dei 6 anni non si può mangiare la stessa pasta degli adulti. Questi i limiti delle norme. Poi c’è un mondo che si muove al di fuori delle regole. Importiamo cereali a uso zootecnico: non è legale, ma c’è chi lo fa proprio per mancanza di controlli. E, una volta nel silos, il grano diventa per miracolo tutto italiano.

Esattamente sulla vomitossina un progetto delle Politiche agricole (Micocer 2006-2008) ha definito “la minore incidenza nei grani del Sud, rispetto a quelli del Nord Italia”.

Questo perché il clima umido e le piogge favoriscono la presenza di micotossine, mentre il grano del Mezzogiorno viene raccolto a temperature molto elevate (tra i 28 e i 48 gradi) che non ne permettono la proliferazione.

Ma in Canada il clima è umido e spesso si miete con la neve. 
A ciò bisogna aggiungere gli effetti di lunghi viaggi transoceanici a bordo di navi cargo: scarsa aerazione, umidità ed escursioni termiche. Altra fase: la miscela. Il regolamento 1881 vieta di miscelare frumenti in norma con quelli che superano i valori massimi, con lo scopo di  stemperarne il carico di tossina. Vietato il taglio insomma. Che pur riducendo i valori, non li rende idonei all’alimentazione dei bambini.

 

RIPRESO DAL BLOG ZAPPING

 

PHI FOUNDATION SOCIAL INNOVATION COMMUNITY

 

 

DEMOCRAZIA: QUI IN ITALIA NOI FACCIAMO COSI

DEMOCRAZIA: QUI IN ITALIA NOI FACCIAMO COSI 

 

QUI IN ITALIA, IL NOSTRO GOVERNO FAVORISCE I MOLTI INVECE DEI POCHI: E PER QUESTO VIENE CHIAMATO DEMOCRAZIA  

 

DEMOCRAZIA: QUI IN ITALIA NOI FACCIAMO COSI 

 

Le leggi qui in Italia assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi italiani non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza. quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo stato, ma non come atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

 

DEMOCRAZIA: QUI IN ITALIA NOI FACCIAMO COSI

 

La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace a modo suo. Noi italiani siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi situazione anche di pericolo. Un cittadino italiano non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.

 

DEMOCRAZIA: QUI IN ITALIA NOI FACCIAMO COSI

 

Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevano offesa. e ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.

 

DEMOCRAZIA: QUI IN ITALIA NOI FACCIAMO COSI

 

Un uomo che non si interessa allo Stato noi italiani non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui in Italia siamo in grado di giudicarla. Noi italiani non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia. Noi italiani crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore. Insomma, oggi proclamiamo che l’Italia sia la scuola d’Europa e che ogni italiano cresce sviluppando in sé una felice versatilità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che l’Italia è aperta al mondo e noi italiani non cacciamo mai uno straniero.

 

DEMOCRAZIA: QUI IN ITALIA NOI FACCIAMO COSI

 

TRATTO DAL DISCORSO DI PERICLE AGLI ATENIESI NEL 461 A.C, sostituendo la parola “Atene” con “Italia” – la parola “Ateniesi” con “Italiani” e la parola “Noi” con “Noi Italiani”.

 

PHI FOUNDATION SOCIAL INNOVATION COMMUNITY

 

 

Sebastiano de Falco

PHI Foundation

 

 

 

USA: SOCIAL INNOVATION SMANTELLATA

In USA smantellate le regole della Social Innovation le quali garantivano l’accesso paritario al web. il principio per il quale tutto il traffico su internet deve essere trattato nello stesso modo ora è in pericolo

Social Innovation e democrazia nella comunicazione 

Gli USA vogliano obbligarci a pagare tutti i servizi internet speculando sulla rete che più rappresenta la vera democrazia e ciò al fine di ricavare il massimo profitto, addio Social Innovation e neutralità della rete

 

USA e Social Innovation

 

La scelta dell’amministrazione Trump che potrebbe influenzare il futuro della Social Innovation del Web anche fuori gli Stati Uniti. La Federal Communications Commission presieduta dal repubblicano Ajit Pai, ha cancellato le leggi volute da Obama nel 2015 per difendere la Social Innovation e la ‘net neutrality’, il principio per il quale tutto il traffico che passa su internet deve essere trattato nello stesso modo, che sia un tweet, un film a pagamento, il podcast di una radio importante o questo articolo on line.

 

La Social Innovation nella neutralità della rete significa che non è possibile discriminare il traffico in base alla differenze fra i contenuti che ci passano dentro. Garantisce quindi che quando si usa Internet si ha il diritto di accedere in egual misura al sito di una pubblica amministrazione, di un quotidiano, di un blog antimafia, sia un servizio offerto da un colosso della Silicon Valley.

 

Il principio della Social Innovation nella net neutrality afferma anche che un colosso come At&t, compagnia telefonica e fornitore di rete che già possiede Nbc Universal, -giganti della comunicazione- non può dare la precedenza ai propri contenuti rispetto a quelli della concorrenza. Abolire la neutralità della rete significa creare delle corsie preferenziali a pagamento ad esempio per garantire che un certo servizio video funzioni sempre bene o che l’accesso ad un determinato sito sia sempre veloce.

 

Più ricchi più Internet

 

Internet di seria A, di serie B, eccetera. ‘Piani di connettività limitati’, hai accesso a dati servizi sulla base di quanto paghi. Accade già in Portogallo dove la net neutrality non c’è, e dove per usare i servizi di chat si paga un certo abbonamento mensile, per usare i social media un altro abbonamento mensile, e così via, di pacchetto in pacchetto. E i più ricchi hanno «più internet». Contestatissima decisione americana, rischio di tentazioni negative sul resto del mondo.

 

Nei giorni scorsi -scrive Marina Catucci da New York sul Manifesto– personalità che sostengano la Social Innovation del calibro di Tim Berners-Lee, «inventore di internet», ed il genio informatico Steve Wozniak, hanno firmato una lettera indirizzata al Congresso dove chiedevano di cancellare il voto in quanto traspariva che i membri di maggioranza della Fcc non avevano capito come funziona Internet.

 

Una rete a due velocità: l’autostrada per chi paga e la mulattiera per chi non può farlo. Il secondo rischio è che i fornitori degli accessi ad Internet si intromettano nelle scelte dei loro abbonati mentre navigano sul Web, rallentandoli o meno secondo i siti che visitano. Se leggi quel giornale corri, con quel sito di e-commerce compri senza problemi di rete, se segui quell’altro sito di informazione politica o di altro commercio, vai lento e inciampi in disservizi, uccedendo in questo nuovo il sogno della Social innovation.

 

Social Innovation e Carta dei diritti Internet

 

In Italia esiste la Carta dei Diritti di Internet dal 2015. All’articolo 4 dice: «Il diritto ad un accesso neutrale ad Internet nella sua interezza è condizione necessaria per l’effettività dei diritti fondamentali della persona». Anche nel resto d’Europa non è possibile attualmente discriminare il traffico Internet e creare queste corsie preferenziali.

 

Le regole europee dicono che «gli operatori non possono in alcun modo discriminare il traffico garantendo corsie preferenziali se non su servizi speciali, come quelli legati alla salute e alle auto che si guidano da sole che arriveranno in futuro e che hanno bisogno di una altissima connettività». Il timore di molti è che l’abolizione della net-neutrality negli Usa crei un precedente e rischi di giustificare uguali interventi in paesi autoritari.

 

Ed ecco che la questione net neutrality diventa ancora più politica, soprattutto in casa Usa. Dopo l’annuncio della decisione il procuratore generale dello Stato di New York, ha annunciato una causa multistatale per fermare l’abrogazione della net neutrality. Hanno dichiarato azioni anche Netflix, Twitter, l’Electronic Frontier Foundation, gli Stati di Washington, Oregon, Illinois, New York, Delaware e California ed altri attori digitali continuano.

 

Negli Stati Uniti intanto..

 

Improntitudine politica repubblicana nella Federal Communications Commission, ma la possibilità di ribaltare il voto, costringendo il Congresso a utilizzare i poteri del Congressional Review Act , che ha la possibilità con una maggioranza semplice, di annullare una decisione che va contro i principi della Social Innovation, il bene e il volere dei cittadini. Ed è questa la direzione che sta prendendo il movimento Free Internet.

 

Con il partito repubblicano che in senato, dopo il voto positivo per i democratici in Alabama, ha la maggioranza per un solo voto, un partito con sempre più problemi all’interno e consapevole di non essere propriamente nel cuore dei suoi elettori, e le elezioni di midterm che si avvicinano, potrebbe esserci una speranza di un ritorno alla lucidità.

 

A contribuire a questa battaglia ci sarà sicuramente la commissaria Mignon Clyburn la più appassionata nel difendere la net neutrality, e che a fine votazione ha dichiarato: «Io mi dissocio da questa decisione feroce, legalmente leggera, dannosa per i consumatori, che avvantaggia le corporation e distrugge la libertà».

 

PHI FOUNDATION SOCIAL INNOVATION COMMUNITY

 

Sebastiano de Falco

PHI Foundation

 

LE ONG E IL CODICE MINNITI

In questi ultimi mesi si è molto parlato delle Ong e del loro operato, ma su di loro c’è e c’è stata molta confusione in merito.

Le Ong sono state accusate di aiutare e incrementare il flusso migratorio e di aiutare scafisti che a discapito di qualsiasi sicurezza e umanità  trasportano migliaia di persone su barconi poco sicuri e in condizioni disumane.

Nel contempo l’Italia è da anni che sta cercando di regolare e gestire questo flusso migratorio che dall’Africa e dai Paesi Medio Orientali va verso l’Europa, approdando inevitabilmente sulle nostre coste.

Un po’ di storia:

Il 16 maggio 2017 il Sen. Nicola Latorre ha pubblicamente espresso, dopo un’indagine della Commissione Difesa del Senato, la necessità  di regole chiare per le Ong che prestano soccorsi nel Mediterraneo.

Sotto questo quadro il ministro dell’interno Minniti ha espresso l’esigenza di un codice di condotta che ha trovato il favore della Commissione Europea, la quale ha incaricato l’Italia della sua realizzazione.

Il 18 luglio 2017 l’Italia ha presentato il codice di condotta che è stato lievemente modificato su richiesta di alcune Ong, chiaramente non senza polemiche e confusioni.

Alla fine sono 13 i punti del Codice Minniti per la gestione dei salvataggi in mare dei migranti da parte delle Ong: 

  1. Non entrare in acque libiche, «salvo in situazioni di grave e imminente pericolo» e non ostacolare l’attività della guardia costiera libica;
  2. Non spegnere o ritardare la trasmissione dei segnali di identificazione;
  3. Non agevolare con comunicazioni la partenza delle barche di migranti;
  4. Attestare l’doneità  tecnica per le attività  di soccorso, compresa la capacità  di conservazione di eventuali cadaveri;
  5. Informare sul proprio Stato di bandiera;
  6. Tenere aggiornato il competente Centro di coordinamento marittimo sull’andamento dei soccorsi;
  7. Non trasferire le persone soccorse su altre navi, «eccetto in caso di richiesta del competente Centro di coordinamento per il soccorso marittimo»;
  8. Informare costantemente lo Stato di bandiera dell’attività  intrapresa dalla nave;
  9. Cooperare con il competente Centro di coordinamento marittimo eseguendo le sue istruzioni;
  10. Ricevere a bordo, su richiesta delle autorità  nazionali competenti, «eventualmente e per il tempo strettamente necessario», funzionari di polizia giudiziaria che possano raccogliere prove finalizzate alle indagini sul traffico;
  11. Dichiarare le fonti di finanziamento alle autorità  dello Stato in cui l’Ong è registrata;
  12. Cooperazione leale con l’autorità  di pubblica sicurezza del previsto luogo di sbarco dei migranti;
  13. Recuperare, «una volta soccorsi i migranti e nei limiti del possibile», le imbarcazioni improvvisate e i motori fuoribordo usati dai trafficanti di uomini.

La mancata accettazione da parte delle Ong potrà comportare il divieto di sbarco dei migranti salvati nei porti italiani.

Con questi ultimi aggiornamenti molte Ong hanno firmato il Codice, ma non proprio tutte, come per esempio Medici senza Frontiere che non accetta di avere sulle proprie navi persone armate.

La grande confusione però non riguarda solo i punti del Codice, che pare non essere stato scritto per salvare e soccorrere (questo denunciano molte Ong), ma che il tutto si riduca ad un accordo che l’Italia ha fatto con la Libia per limitare che dalle coste libiche partano barconi di migranti.

Questo accordo pare abbia portato la Libia a espandere la zona Sar (zona di ricerca e salvataggio) oltre la propria linea di acque territoriali, occupando un’area di mare che fino ad oggi era considerata “acque internazionali”.

Senza avere ancora l’autorizzazione ufficiale, la Libia si è comportata da Stato sovrano in queste acque verso alcune Ong che hanno richiesto il soccorso dell’Italia, la quale non è intervenuta, nonostante fosse obbligata dai trattati internazionali.

A tutt’oggi la situazione è controversa e poco chiara.

Solo poche cose sono certe: che le persone in difficoltà  o in pericolo devono essere salvate e che questi salvataggi devono essere regolamentati.

Bisogna trovare inoltre alternative che permettano a queste popolazioni di vivere nella loro terra ma soprattutto informarle su cosa significhi abbandonare tutto e migrare in altri Paesi.

Diciamocela propria tutta, la maggior parte dei migranti non sono persone povere che scappano dalla guerra, ma giovani uomini e donne che sperano in un futuro migliore e che pagano a caro prezzo un viaggio che molte volte della speranza proprio non è.

E voi cosa ne pensate?

 

Laura Giacometti

PHI Foundation

BLUE WHALE – Il fenomeno sociale del momento

Il fenomeno sociale di questi giorni è il Blue Whale, un gioco macabro che coinvolge ragazzini indifesi e che culmina col suicidio degli stessi.

Se ne è parlato recentemente in tv e molti siti web di informazione hanno dato risalto a questo fenomeno, ma cerchiamo di capirlo meglio:

1 Cos’è la Blue Whale ?

Blue Whale è un termine  inglese che in italiano significa ‘’balenottera blu’’ o “balena blu”.

Questo gioco è  nato in Russia, successivamente diffuso in America Latina e poi in Europa.

Il gioco  nasce a maggio del 2016.

Nel sito web russo,  Novaya Gazeta, d’informazione   indipendente,  è stato pubblicato un articolo dal  titolo macrabo “i gruppi della morte” .

Sito con molti fan soprattutto adolescenti, che ha suscitato fin da subito un interesse particolare, specialmente da parte di chi è particolarmente fragile e mostra una  forte insicurezza ed incapacità di amare la vita.

Ci sono state varie testimonianze di  madri che hanno perso i loro figli, sostenendo di essere state per molto tempo, all’oscuro di ciò che stava accadendo ai propri figli.

In particolare è stata raccolta la testimonianza della madre Irina a seguito della morte della figlia  Eli .

La donna ha visto alcuni disegni realizzati dalla figlia di farfalle e balene, apprezzandone il notevole talento confermando la tesi che ella durante la realizzazione, godeva di ottima salute.

Alla morte della figlia, la donna crede che l’atto del suicidio  sia scaturito da motivi adolescenziali, ossia delusioni  d’amore o altri problemi di varia natura.

Ma tutto ciò alla donna, non torna, dunque decide di indagare da sola.

Approfondisce l’argomento indagando sui gruppi del gioco sui social frequentati dalla figlia, in seguito crea un profilo fake per capire meglio quali siano le  tematiche all’interno del gruppo.

Scopre che erano in circolazione molte immagini con la rappresentazione  di mani tagliate e con sopra disegnate delle balene.

La donna ha pensato fossero immagini prese da altri siti web  e  social , invece  si è  trattato  di un vero e proprio gioco  che ha portato alla  morte della figlia .

Da questa ricerca, è scattato subito l’allarme che presto è circolato  su tutti i media, giornali, tv, radio,  sono state fatte numerose campagne  d’informazione  contro questo  gioco mortale e molti video challenge da vari  utenti  sui canali youtube.

2 Quali sono le  regole  e lo scopo del gioco?

In questo gioco le regole sono 50  che portano alla morte, rovinando la psiche del ragazzo portandolo alla pazzia.

Ecco elencate  alcune delle  regole :

 

1 Incidersi sulla mano,  con il rasoio, ‘’f57’’ e inviare la foto al curatore,

2 Alzarsi  alle 4:20 del mattino e guardare video psichedelici e dell’orrore che il curatore invierà,

3 Tagliarsi il braccio con un rasoio lungo le vene. Dopo tre tagli, inviare la foto.

4 Disegnare una balena su un pezzo di carta e inviarla al curatore.

5 Se si è pronti a diventare una balena, incidersi yes su una gamba.

Se, invece è al contrario tagliarsi più volte. Quest’ultima è considerata come un’ azione punitiva.

Cosi avanti fino all’ultima “regola”, ovvero buttarsi da un edificio molto alto.

Molti adolescenti con poca autostima, senza punti di riferimento, si lasciano manipolare da questi serial killer sui gruppi social e sono i primi  a cadere in questa trappola della morte.

Si crea una dipendenza dal gioco,  in cui non è facile nè gestire, nè cambiare idea, per capire che ciò in cui si stà andando incontro è la morte .

Lo scopo della Blue Whale è quello di fare leva sulla vulnerabilità dell’individuo.

Monitorando il più possibile la sua psicologia in modo da annientare  la persona.

3 Come possiamo aiutare i nostri figli?

E’ importante mantenere vivo il dialogo con il proprio figlio sul fenomeno della Blue Whale .

Fare attenzione agli sbalzi d’umore,  alla condotta della vita scolastica, vita sociale e soprattutto  saper controllare  se  le ore di  sonno  sono efficaci o se portano riscontri negativi ad esempio: malessere, stanchezza fisica, inappetenza  oppure isolamento.

Come citato nelle regole della Blue Whale, ci si alza alle 4:20 del mattino per vedere film horror, ascoltare musica che danneggia la psiche.

Guardare sempre se il figlio riporta lesioni sul corpo e al minimo sospetto è bene segnalare subito  l’accaduto alla polizia postale  e alle autorità competenti.

Inoltre, la cosa più importante, è quella di insegnare sempre il valore della vita, cercare di invitare il proprio figlio a svolgere più attività ricreative o di sport collettivo.

Spiegare come navigare sui social e sui vari siti web in generale con  maggior sicurezza .

E’ utile cercare di capire l’opinione del ragazzo.

Aggiungo, che di questi tempi,  l’ideale sarebbe che un ragazzo, non fosse in possesso di oggetti tecnologici e che almeno  gli venga insegnata più consapevolezza nell’uso di questi  dispositivi.

Bisogna assicurarsi  che vi siano più controlli da parte dei genitori in modo tale da ridurre il rischio  di trovarsi  in  situazioni scomode.

Con la consapevolezza che giochi mortali come la Blue Whale non dovrebbero esistere per nessun motivo al mondo è bene sapere che purtroppo questi fenomeni esistono ma si possono affrontare e evitare che i nostri figli caschino in queste ragnatele dell’orrore.

 

Riporto il link di una  video challenge  di

 Gianmarco  Zagato per capire meglio di cosa si tratta:

 

N&D Nadine Fashion Stylist

PHI Foundation

 

Ci vorrebbe Popobawa per farci aprire gli occhi sulle vite invisibili dei minori stranieri non accompagnati

Il vero dramma dei minori stranieri non accompagnati è che sono completamente soli. Hanno affrontato da soli il lungo viaggio per scappare da povertà e guerre dei paesi di origine e rimangono soli anche ora che sono sbarcati in Europa. Senza alcun adulto che si occupi e preoccupi per loro. Le associazioni umanitarie come Unicef e UNHCR che soccorrono i profughi in Grecia e in Italia denunciano la presenza di migliaia di minori stranieri non accompagnati. Anche se entrati irregolarmente in Italia, i minori migranti sono titolari di tutti i diritti sanciti dalla Convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 1989, ratificata in Italia con legge n. 176/91. Il diritto alla protezione, alla salute, all’istruzione, all’unità familiare, alla tutela dallo sfruttamento, alla partecipazione.

Eppure tantissimi bambini e ragazzi marciano smarriti per cercare una terra che li accolga. Si ritrovano esposti al rischio di finire nella rete criminale che fa affari con la tratta di schiavi sessuali e di organi o nella rete dello spaccio di stupefacenti. L’Europol, l’Agenzia per la Sicurezza Europea, lo scorso anno denunciava più di 10 mila minori non accompagnati giunti in Europa e scomparsi nel nulla.

Per questo è necessario elaborare una strategia di lungo periodo che miri non solo a tutelare i diritti umani dei soggetti più vulnerabili ma anche ad aumentare le risorse per il capacity building nei paesi di origine dei migranti, costruendo infrastrutture e facilitando l’accesso di tali stati ai mercati finanziari. Questa potrebbe essere una strada da percorrere in cambio di un maggior controllo alle frontiere e di una più proficua cooperazione sui rimpatri.

La sorte incerta dei minori stranieri non accompagnati dovrebbe scuotere il senso di umanità della comunità internazionale. E invece nessuno si preoccupa del destino di queste vite invisibili. Al contrario, molti Stati Europei chiudono le frontiere e irrigidiscono le regole di entrata con la conseguenza che le politiche di cooperazione internazionale vengono utilizzate sempre più per fini di controllo dei flussi migratori piuttosto che per progetti di sviluppo.

Mi ha sempre impressionato la leggenda del demone nano Pocobawa. In Zanzibar, quando la situazione politica è conflittuale per le elezioni o per problemi economici, si fa vivo Popobawa. Ha un occhio solo, ali di pipistrello, orecchie a punta e coglie di sorpresa la notte violentando uomini e donne. La vera natura di Popobawa è legata all’inconscio collettivo e al passato culturale della gente di Zanzibar, caratterizzato da violenze e soprusi.

Mi piacerebbe un giorno svegliarmi e scoprire che è venuto Popobawa anche da noi, in Europa. Per far aprire gli occhi a tutti i governanti dei nostri paesi perbenisti sulle tante violazioni dei diritti umani che continuiamo a tollerare, soprattutto quelle nei confronti dei minori stranieri non accompagnati.

Popobawa non esiste, è solo una leggenda. Io però non voglio smettere di sognare una “Mamma Europa” che sappia ascoltare, accogliere e proteggere tutti i bambini invece che abbandonarli alla mercé di criminali e sfruttatori.

Perché un bambino è un bambino ovunque.

 

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Vanessa Doddi

PHI Foundation

Non sò nuotare ! Non sò nuotare !

Questo racconto è tratto dalla testimonianza di una superstite che ha attraversato lo stretto di Sicilia, in una fredda notte di qualche anno fa e che ci ha “donato” questa sua esperienza affinché ci possa aiutare meglio a comprendere quali rischi e quanta disperazione si nasconde dietro i migliaia di profughi che fuggono dalle loro case per venire da noi in Italia.

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Non sò nuotare !

Con terrore, nella mia testa era l’unica frase che ripetevo. Non sò nuotare. Ed ero in mezzo ad un mare nero, a me sconosciuto, sopra ad un canotto a motore che imbarcava acqua, con tante, troppe persone partite con me dalla Libia. E che non conoscevo. Cercavo di incrociare gli occhi di qualcuno, attorno a me, che mi guardassero. Avevo bisogno di un po’ di conforto. Avevo bisogno di mia mamma che mi abbracciasse e mi dicesse che ne saremmo usciti tutti vivi. Ma tutti erano persi nel proprio terrore e concentrati, come me, a tenersi stretti, per non cadere nell’acqua gelida. Era notte. Si gelava. Ma perché ho accettato i consigli di chi mi diceva di andare in Europa ? Perché mi sono fidata di chi era convinto che in Europa avrei trovato un lavoro, un po’ di fortuna, una vita migliore, anzi, una vita? Mi maledico. Se avessi immaginato di trovarmi alla mercé di questo mare cattivo, non sarei mai e poi mai partita. La mia famiglia ha speso tutti i suoi risparmi per pagarmi il viaggio. Tutti, villaggio e parenti, hanno investito su di me. E tutti ad attendere che io, appena arrivata a destinazione, fossi in grado di inviare loro soldi. Ma arriverò mai io in Italia ?

Non sò nuotare !

E ho freddo. Tremo. Sono fradicia. Le onde si infrangono con violenza contro il barcone. Paura bianca, terrore cieco. C’è un bambino che piange, aggrappato alla sua mamma incinta, che cerca di cantare una canzone, una di quelle che cantava mia madre a me e ai miei fratelli per farci addormentare. Ma le urla di tutti gli altri sono troppo forti per sentirla. Sovrastano la sua flebile voce stremata. Arriva un onda più alta e più forte. Mi accorgo che sto stringendo la mano di qualcuno. Ma di chi? Ma cosa importa, in balia di questo mare, di questo nulla, nel bel mezzo della notte dove nessuno ci può vedere e dove nessuno può sapere quello che sta succedendo, cosa importa di sapere chi è il mio vicino? È una persona che, come me, sta solo cercando di sopravvivere. Teniamoci più stretti ! Urlo.

Non sò nuotare !

Ecco un’onda ancora più grande. Il botto questa volta è troppo violento. Almeno quindici di noi cadono in mare. Mi accorgo che la mia mano non stringe più altre mani. Mi aggrappo a due uomini accanto a me, cerco di non farmi sbalzare fuori dal canotto. Vedo corpi in acqua, vedo anche quella mamma incinta che disperata piange e urla e cerca con gli occhi l’altro figlio. Chissà dov’è ora. Molte braccia si sporgono per cercare di salvare le persone in mare. Qualcuno riesce ad aggrapparsi e a stento a risalire. Altri no, sono troppo stanchi e non hanno più un briciolo di energia e si lasciando andare, trascinati dalle onde. Il mare sarà il loro cimitero, penso. E piango. Silenziosamente. Arriverò mai?  Sopravviverò?

Qui, ora, sembra davvero che ci siamo solo noi al mondo. Noi e il mare. Soli. Non c’è la terra, non c’è il cielo. Vedo solo tutto nero.

Non sò nuotare !

Che qualcuno ci aiuti !

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Associazione Liberazione e speranza Onlus

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