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Gli strumenti messi a disposizione da Instagram per potenziare il brand della tua organizzazione no profit

Instagram per la sua popolarità può essere un utile canale di social network per accrescere la portata sociale di una organizzazione non profit.

Il suo vantaggio è quello di catturare, con foto o video, momenti in tempo reale trasmettendo emozioni e sensazioni reali rispetto ad altri tipi di contenuti che rimarrebbero anonimi.

Quando si vuole promuovere una campagna no profit, è necessario sfruttare ogni strumento che Instagram mette a disposizione. Vediamone alcuni:

Copygram: permette di stampare le foto che vengono condivise per poter poi essere successivamente distribuite in formato cartaceo ad esempio in occasione di eventi della organizzazione non profit.

Programmi di editing: consentono di correggere eventuali imperfezioni e rendere le immagini più appealing. E’ importante che foto e video siano di ottima qualità e che vengano postate una o al massimo due volte al giorno, possibilmente nello stesso orario.

Regram: permette di condividere su Instagram i vari contenuti che vengono postati negli altri social network con il vantaggio di dare risalto ai contributi che hanno ottenuto più successo negli altri canali risparmiando tempo.

Se si vuole creare la propria cover di presentazione su Facebook con una delle foto scattate dal profilo Instagram, c’è Instacover che consente di collegare i due social networks in modo semplice e di creare velocemente l’immagine di presentazione.

Tramite InstaBG è possibile integrare Twitter ed Instagram in modo da avere come sfondo della propria pagina Twitter le varie immagini del profilo Instagram.

Poi c’è  Instalbums che permette di creare degli albums da Instagram utilizzando le ultime foto postate e poi creare dei links da poter condividere con i vari followers.

È vero che una foto vale più di mille parole, ma  utilizzare la didascalia, come fa Medici Senza Frontiere, permette di accrescere l’effetto dell’immagine raccontando una storia che un follower non avrebbe mai potuto apprendere guardando solo la foto.

Anche se non si possono inserire link attivi nella didascalia, ciò non significa che si debba rinunciare a chiedere alle persone di agire. Save the Children, Progetto Arca e tante altre organizzazioni no profit includono sempre nei loro post un richiamo alla call to action. 

Instagram Stories: questo strumento, ispirato a Snapchat, ha rappresentato un grande cambiamento.

Il meccanismo è semplice: è possibile rendere i video o le foto disponibili sui canali ufficiali per una durata di 24 ore. Poiché i post sono destinati a scomparire non sono commentabili dagli utenti ne soggetti a like.

Infine c’è la possibilità della Diretta Live, strumento che sicuramente può  accresce l’impatto sul proprio target.

Una volta Istagram era il social network delle immagini quadrate sul quale non si potevano pubblicare troppe foto né tantomeno tutte insieme. Tale limite comportava che quell’una o due immagini che si postavano al giorno, modificate con vari filtri dal tono retrò, esprimevano “il meglio” dell’Associazione.

La possibilità ora di inserire modifiche su una maggiore e variegata quantità di contenuti (dirette, video, messaggi) rappresenta da una parte una evoluzione, dall’altra però anche una perdita di quella essenza per cui Instagram era nato ossia quella di essere un social network focalizzato sul bello ed esclusivo.

Per questo raccomandiamo di non abbassare mai la qualità dei contenuti da postare certi che, con Instagram, non sbaglierai mai se mostrerai il lavoro che la tua organizzazione no profit compie ogni giorno per raggiungere lo scopo sociale per cui è nata.

PHI Foundation è un’associazione che si occupa di sostenere ed aiutare tutti gli operatori che si muovono nell’ambito del Terzo Settore, attraverso l’informazione e la promozione di raccolte fondi.

Se vuoi aiutarci in questo compito, sostienici attraverso un contributo cliccando su questo link.

Vanessa Doddi

PHI Foundation

Gli Amici del Monumentale e la loro dedizione per le persone insostituibili

Chi segue i miei articoli sul Blog avrà capito che amo Milano ma degli Amici del Monumentale non vi ho ancora parlato? Conobbi Carla de Bernardi lo scorso maggio in occasione di una visita guidata al Cimitero Monumentale di Milano. Fotografa, scrittrice, instancabile camminatrice (qui trovate un contributo video in cui racconta del suo cammino di Santiago) ma soprattutto appassionata del più importante museo a cielo aperto di Milano.

Prima di accompagnarci lungo questo infinito percorso all’insegna della fede, della storia e dell’arte però vuole raccontarci di un progetto che le sta molto a cuore e per il quale si impegna quotidianamente con attenzione e entusiasmo. Da diversi anni infatti ricopre la figura di Presidente e Responsabile Comunicazione dell’associazione senza scopo di lucro: Amici del Monumentale.

Eh sì…perché in fondo un po’ perché come molti dicono: “con la cultura non si mangia!”, un po’ perché l’Italia possiede una grande fetta del patrimonio culturale mondiale e quindi vige il pensiero de: “non si può certo aiutare tutti quelli che hanno bisogno -con la crisi poi!” -, i soldi riservati alla valorizzazione e la tutela delle ricchezze artistiche e culturali d’Italia non sono mai sufficienti e bisogna correre ai ripari come si può.

Ed è quello che avranno pensato i dodici Soci Fondatori degli Amici del Monumentale, tra cui Lalla Fumagalli, vicepresidente dell’associazione, Laura Monastier, protagonista di #BCM16 con la sua passeggiata tra le tombe di editori, fumettisti e scrittori o Emma Treves, quando il 27 marzo del 2013 danno vita a un’organizzazione non profit con l’obbiettivo di promuovere e valorizzare l’edificio architettato da Carlo Maciachini.

Noto a milanesi e turisti, è da sempre incompreso nonostante sia possessore, più di altri luoghi meneghini, di una magia senza tempo che Carla (de Bernardi n.d.r.) racconta nella guida “Non ti scordar di me” edita da Mursia con queste parole: “una straordinaria e silenziosa città dei morti” che comunica con “ […] la frenesia della città dei vivi […] attraverso una cancellata volutamente esile che permette ai due mondi di restare sempre in contatto”.

Torniamo ora però a quel tour tanto atteso dove conobbi Carla e la sua associazione e allo stupore del pubblico che, come me, si aggirava curioso tra le tombe discrete dei personaggi della storia e alcune tombe fastose di uomini sconosciuti percorrendo ogni metro dal Famedio con il pantheon degli uomini illustri, al cimitero acattolico, dall’Ossario fino al Tempio crematorio senza mai fermarsi.

Per non parlare delle opere scultoree, il più in bronzo, su cui la nostra guida si soffermava meticolosamente, la maggiorparte provenienti dalla Fonderia Artistica Battaglia, luogo affascinante dove ancora si fonde il bronzo con la tecnica della fusione a cela persa e dove le due “attempate ma giovanili ragazze” (citate qui in questi termini) degli Amici del Monumentale passarono giornate intere per studiare origine e peculiarità delle opere dei grandi maestri del 1900 come Adolfo Wildt, Arturo Martini, Lucio Fontana solo per citarne alcuni e per le quali da tre anni gli Amici del Monumentale combattono insieme ai suoi volontari per garantirgli restauri e manutenzione adeguati non solo in rispetto di coloro che riposano in questo luogo ed per i quali è quindi un dovere per l’associazione assicurarsi che lo facciamo in un luogo sicuro (ricorrenti i furti che hanno colpito il cimitero; dell’ultimo, risalente a marzo, se ne parla qui) ma anche per quelle sculture così care agli Amici del Monumentale che una volta conosciute, vi assicuro, non si dimenticano più.

 

Federica Pizzi

PHI Foundation

Diamo un volto a chi spesso voltiamo le spalle: Associazione Progetto ARCA

Tra le associazioni che ogni giorno, per strada, ci chiedono un aiuto c’è sicuramente anche ARCA, associazione riconosciuta come ONLUS nel 1998 che da più di 20 anni si occupa di aiutare uomini e donne in stato di indigenza o persone spesso affette da problemi di dipendenza di vario genere. Sicuramente, anche ad ARCA, non avremo dato ascolto nonostante il loro invito a fermarci mentre camminavamo verso casa, troppo presi dalla nostra routine quotidiana.

Così, approfittando di questi giorni di festa, mi sono imposta di conoscere meglio questa associazione senza scopo di lucro che mostra dietro al bancone con l’omino azzurro, uomini e donne dallo sguardo sereno che passano il più della giornata a sentirsi dire, spesso pure con voce scocciata, forse la frase più retorica del mondo: “Scusami, sono di fretta!”.

L’Associazione Progetto ARCA nasce nel 1994 grazie al desiderio di un gruppo di amici di aiutare concretamente le persone in stato di indigenza.

Un centro di accoglienza è il primo passo importante per donare a chi vive in balia della propria dipendenza una via di fuga e una possibilità di riscatto così, nel 1994, viene creato il primo Centro di Accoglienza Residenziale. A distanza di neanche 10 anni arriva il secondo Centro di Accoglienza Residenziale questa volta dedicato a uomini e donne tossicodipendenti che per anni hanno legato la loro identità a terribili sostanze stupefacenti.

Con l’arrivo del nuovo millennio il continuo aumentare del flusso migratorio in Italia spinge l’Associazione Progetto ARCA ad intervenire a sostegno dei rifugiati politici con progetti concreti di Prima Accoglienza. Questo è un passo fondamentale che permette agli 84.500 uomini, donne e bambini (questi ultimi 16.700 in soli due anni come riportato qui) che fuggono da paesi in guerra o in piena carestia, di ricevere un primo soccorso medico e un pasto caldo prima del trasferimento allo SPRAR o sistema di protezione per rifugiati politici richiedenti asilo, o di essere indirizzati nel modo più sicuro verso la nuova tappa prevista dal migrante diretto nel Nord Europa.

Un aiuto per i tossicodipendenti e un primo soccorso per i rifugiati politici quindi ma non solo, l’Associazione Progetto ARCA, divenuta nel 2008 una vera e propria fondazione, continua da più di vent’anni il suo cammino verso i più deboli, proponendo soluzioni concrete per altri ambiti dolenti come il sostegno alimentare per le famiglie con minori in gravi condizioni economiche, che prevede pacchi viveri e un centro cottura in giro per il Belpaese (qui la mappa con le città d’Italia coinvolte nel progetto) o il servizio ideato per gli ex pazienti ospedalieri, ricoverati in ospedale in seguito a patologie respiratorie, infezioni della pelle o malattie croniche che si trovano senza una casa, in attesa di essere trasferiti in una struttura sanitaria gratuita che possa continuare a somministrargli le cure indispensabili a una totale guarigione senza ricadute: il Post-Acute.

Last but not the least, come dicono gli inglesi, voglio raccontarvi di quello che, per quanto mi riguarda, è il progetto più innovativo e generoso che questa organizzazione non profit propone da qualche tempo ai senza tetto: l’Housing first. Giunto in Italia grazie alla PSD-Federazione Italiana Organismi Persone Senza Dimora ma di origine statunitense, nasce da un’idea di Sam Tsemberis (qui la sua biografia) che vede in questo modello una risposta allo stato di #homelessness a New York, problema molto sentito negli anni ’90.

Il “Pathways to Housing”, questo il nome originale dato dal suo founder nel 1992, proponeva una serie di appartamenti indipendenti per le persone senza dimora croniche con problemi di salute mentale o di disagio sociale evitandogli così il solito e lungo iter fatto di vita da strada, dormitori e centri di accoglienza.

In fase di sperimentazione da poco tempo, ma con ottimi risultati, ancora una volta questa ONLUS non perde un’occasione per donare ai senza tetto una casa che li invogli a ricostruire la loro vita, perché, come si può leggere in una delle pagine del sito Web dell’Associazione Progetto ARCA in merito al progetto Housing First: “L’abitare da subito in una casa, intesa come bene e diritto primario, rappresenta di per sé la condizione migliore perché una persona fragile possa ricominciare a prendersi cura di se stessa”.

 

Federica Pizzi

PHI Foundation

I poteri del FAI-Fondo Ambiente Italiano per salvare l’Italia

Probabilmente anche chi ha fondato il FAIFondo Ambiente Italiano, associazione senza scopo di lucro dal 1975, la pensava come Peter Parker: “Da un grande potere derivano grandi responsabilità” diceva il giovanotto per giustificare gloria e dannazione del suo destino da Spider-man.

Dico così perché decidere di impegnarsi CONCRETAMENTE per la tutela di un patrimonio paesaggistico-artistico come quello dell’Italia non è sicuramente un gioco da ragazzi.

Se il Belpaese infatti ci regala da millenni uno scenario impagabile e senza rivali in ogni scorcio, è pur vero che è proprio per la sua straordinarietà che l’impegno per mantenere tale bellezza deve essere all’altezza delle aspettative. E in qualche modo lo è se si contano tutti  i restauri voluti dal FAI- Fondo Ambiente Italiano e le aperture al pubblico di alcuni tra i più importanti luoghi della storia italiana che proprio il FAI ha permesso.

Ma facciamo un passo indietro e vediamo chi ha voluto che si creasse questa associazione non profit.

Innanzitutto il FAI-Fondo Ambiente Italiano nasce il 28 aprile 1975 per volere di Elena Croce, figlia del filosofo Benedetto Croce, che sentiva dentro di sé il desiderio di creare in Italia qualcosa che ricordasse quello che Octavia Hill creò nel Regno Unito: il National Trust for Places of Historic Interest or Natural Beauty, ovvero una organizzazione non profit che già circa un secolo addietro aveva colto l’importanza per una nazione di promuovere e tutelare il proprio patrimonio in quanto esso stesso marchio dell’identità nazionale.

A dare forma a questa idea però ci pensarono Renato Bazzoni, che nel suo libro edito da Rizzoli “Tutta questa bellezza” racconta della sua attività da pioniere nel FAI-Fondo Ambiente Italiano, Alberto Predieri, Franco Russoli e Giulia Maria Mozzoni Crespi (vi segnalo una sua bellissima intervista su Repubblica.it che potete leggere qui) che si mobilitarono quanto prima per firmare l’atto costitutivo e lo statuto dell’associazione.

E così via a numerose iniziative, di fundraising e non solo, come I luoghi del cuore, progetto in collaborazione con Intesa San Paolo ormai giunto alla settima edizione che permette a tutti noi, ogni anno, di segnalare uno o più luoghi che vorremmo che il FAI preservasse dal tempo e dall’incuria.

E voi, che aspettate a confidare al FAI-Fondo Ambiente Italiano a quale luogo proprio non riuscireste a rinunciare?

 

Federica Pizzi

PHI Foundation

Donare tramite il payroll giving

Il payroll giving è uno strumento di raccolta fondi ancora poco utilizzato ma con grosse potenzialità. Si tratta della donazione tramite la busta paga: qualsiasi lavoratore dipendente, di aziende pubbliche o private, può scegliere di donare un’ora o più ad una organizzazione non profit.

Un metodo moderno, una forma di sostegno continuativo che assicura alle associazioni la possibilità di programmare il sostegno di progetti a lungo termine, mentre il donatore può beneficiare della detrazione fiscale sull’importo annuo oppure della deducibilità attraverso la dichiarazione dei redditi.

ActionAid, Enpa, Fondazione Mission Bambini,  sono alcune delle organizzazioni che hanno scelto di raccogliere fondi con il payroll giving  aderendo a “Unora onlus”(http://www.unora.org/), primo comitato in Italia ad occuparsi di questo sistema innovativo.

Vantaggi del payroll giving  per tutti: per il lavoratore che ha la possibilità di donare attraverso un sistema sicuro, di modesto importo ma detraibile ai fini fiscali; per le aziende che possono godere di un buon ritorno di immagine; per le onp, le quali hanno modo di incrementare i nominativi nel database di sostenitori e creare partnership con le aziende.

Sono previste varie modalità per la scelta di utilizzo della donazione: è possibile specificare uno o più progetti sociali a cui destinare l’ora (o più ore) donate, oppure, indicare che la quota venga distribuita in parti uguali tra le associazioni.

Al payroll giving vi ha aderito anche l’Agenzia delle Entrate: i dipendenti possono collegarsi direttamente dal sito dell’azienda, tuttavia, dai dati del 2015, risulta che le donazioni più consistenti provengono dalle piccole aziende.

Per completare lo strumento è possibile aggiungere un altro meccanismo attivabile su opzione dall’azienda interessata. Si chiama Match giving e prevede l’integrazione economica da parte della stessa per un importo pari a quello donato dai dipendenti.

Due metodi di raccolta fondi attraverso microdonazioni di cui si conosce pochissimo e di conseguenza se ne parla ancor meno. Potrebbe essere uno spunto per avviare una campagna di sensibilizzazione rivolta agli italiani e alle aziende, tenendo presente che il 60% delle persone che utilizzano questo metodo di sostegno sono donne.

 

Manuela Mussa

PHI Foundation

Riempiamo gli spazi vuoti intorno a noi

Trasformiamo gli spazi vuoti delle città in luoghi utili ai cittadini.

In Italia siamo circondati da milioni di immobili in stato di abbandono.

Ex fabbriche, capannoni e caserme lasciati all’incuria e al degrado imbruttiscono inevitabilmente le nostre città e le riempiono di vuoti a perdere.

Questi spazi vuoti però possono e devono essere necessariamente riempiti.

Sempre più spesso oggi si parla della cosiddetta rigenerazione urbana di community assets.

Ma cosa sono i community assets ?

Sono edifici in disuso, beni immobili confiscati a organizzazioni mafiose, stabili dismessi da Stato e comuni, proprietà di fondazioni e di enti religiosi oppure lasciti testamentari di semplici cittadini.

La rigenerazione urbana di community assets consiste quindi nel ridestinare tali strutture, ormai abbandonate o comunque sottoutilizzate, a finalità di interesse collettivo e sociale.

Tale scelta virtuosa ha un impatto sociale notevole sotto molti punti di vista:

  • meno consumo del suolo e quindi minor impatto ambientale
  • incentivazione dell’imprenditoria giovanile
  • creazione di nuovi posti di lavoro
  • nascita di nuove attività sociali, creative e culturali
  • trasformazione dell’inutile in utile
  • passaggio dal brutto al bello

La rigenerazione urbana di community assets può essere utilizzata per fronteggiare positivamente anche problematiche ormai croniche quali la carenza di alloggi, oppure emergenti come il problema di dare alle migliaia di migranti arrivati sulle nostre coste una sistemazione logistica degna di tale nome.

Pensiamo ad esempio alle tante strutture militari dismesse presenti sul territorio italiano.

Questi luoghi, questi spazi vuoti, opportunamente modificati, potrebbero diventare il simbolo di una ritrovata serenità e di una nuova accoglienza e integrazione.

Moltissimi piccoli e grandi esempi di rigenerazione urbana di successo si possono trovare sulla piattaforma web Riusiamo l’Italia.

Tra i più noti e riusciti c’è quello del gruppo Ferrovie dello Stato Italiane che ha concesso, a titolo di comodato d’uso gratuito, a organizzazioni del terzo settore e comuni, circa trecento delle 1.700 stazioni attualmente impresenziate, cioè prive di personale addetto, affinché siano trasformate in progetti sociali di pubblica utilità. Dunque non più spazi vuoti e inutilizzati, ma luoghi ai quali restituire una seconda vita.

Restando in tema di binari l’Associazione Italiana Greenways Onlus è una organizzazione non profit che si propone di recuperare e trasformare le linee ferroviarie abbandonate in vie verdi (greenways), come tra l’altro già accade in molti parti di Europa, rendendole quindi utilizzabili sia a livello turistico che a livello di nuova mobilità locale tramite la creazione di percorsi pedonali, ciclabili ed equestri.

In ambito di raccolta fondi la rigenerazione urbana degli immobili può essere finanziata da campagne di crowdfunding civico, fenomeno fortunatamente in continua anche se lenta crescita, coinvolgendo ancora di più i cittadini nelle scelte di utilizzo del bene, trasformandoli così da semplici beneficiari ad attori privilegiati della progettazione partecipata per il recupero dell’immobile fino a diventare i principali finanziatori della sua ristrutturazione.

Quindi basta costruire per riempire spazi vuoti. La nuova parola d’ordine è: rigenerare. 

 

PHI Foundation

Alberto Lanzi

Distribuzione alimentare

Distribuzione alimentare

Impegno concreto alle famiglie in difficoltà economica.

Immaginiamo un figlio che chiede a suo padre da mangiare e al posto del pane il padre gli dà un sasso. E’ così lo Stato italiano molte volte non riesce a coprire i bisogni dei suoi cittadini, per questa ragione volendo sopperire a queste difficoltà sociali nascono le organizzazioni non profit che offrono la distribuzione alimentare.

Oggi vi vogliamo raccontare di una piccola associazione onlus che cerca di sostenere famiglie che, senza iniziative come la distribuzione degli alimenti, farebbero fatica ad andare avanti con la scorta della loro dispensa.

L’agenzia umanitaria ADRA Italia Onlus nasce a Roma nel 1984 e diventa parte integrante di una delle 120 agenzie componenti la rete mondiale di ADRA. Una delle caratteristiche che identifica Adra Italia è assistere ai bisogni delle persone in difficoltà economica dovuta alla crisi economica che ha fatto registrare negli ultimi anni un aumento esponenziale degli assistiti, non solo di origine straniera, ma anche italiana.

Il progetto “Distribuzione degli alimenti” prevede la consegna da parte dei volontari ADRA Italia di un pacco alimentare a famiglie in difficoltà economica. Le sedi locali ADRA Italia ed i suoi volontari si adoperano settimanalmente per alleviare il disagio delle famiglie assistite ed essere per loro un punto di riferimento. Il progetto è presente in 35 città italiane con la partecipazione di 400 volontari che consegnano alimenti di prima necessità a 6000 famiglie ogni mese.

In collaborazione con il Banco Alimentare, il Banco Alimentare Regionale e il Banco Opere di Carità costituiti da una rete di organizzazioni senza scopo di lucro, questa iniziativa ottimizza la raccolta delle “eccedenze” della produzione agricola e dell’industria alimentare e la loro successiva distribuzione ad enti/associazioni di aiuto per indigenti. Inoltre i volontari di ADRA Italia partecipano alle giornate nazionali di raccolta indette dal Banco Alimentare presso i supermercati italiani.

La distribuzione degli alimenti in alcune sedi ha come servizi aggiuntivi la distribuzione di indumenti in favore degli indigenti, inoltre a Bologna viene svolto anche il servizio gratuito e controllato di distribuzione di farmaci, attraverso la collaborazione con il Banco Farmaceutico.

I dati tangibili di questa attività li possiamo valutare incontrando le famiglie nella loro quotidianità. Una dispensa che diventa arricchita soprattutto grazie al supporto delle relazioni instaurate con i volontari.

Se vuoi conoscere e sostenere i progetti di ADRA Italia visita la pagina.

Jazmin Sivinta

Phi Foundation

Rifugiati

“Refugees Welcome Italia”: un nuovo modo di accogliere i rifugiati vecchio come il mondo

L’associazione “Refugees Welcome Italia”, nata a dicembre 2015, è parte di un network internazionale che promuove la diffusione dell’accoglienza domestica di rifugiati e richiedenti asilo.

La chiamano emergenza migranti e nell’immaginario collettivo è rappresentata da flussi incessanti di rifugiati disperati, in fuga da guerre e fame, che sbarcano nel nostro paese in cerca di un posto sicuro.

La cronaca quotidiana non ci racconta che, una volta terminato il percorso che dalla richiesta di asilo termina nel riconoscimento dello status di rifugiato, coloro che sono stati ritenuti idonei si trovano in una condizione di vulnerabilità dovuta all’uscita degli stessi dai sistemi di protezione offerti dal nostro sistema di accoglienza.

Dal momento in cui si ottengono i documenti decorrono più o meno 6 mesi, durante i quali il rifugiato deve trovarsi una fonte di reddito e terminare i corsi di lingua e l’eventuale tirocinio formativo, offerti dalle associazioni che lo hanno avuto in carico.

In questa fase, la cosiddetta terza accoglienza, spesso i rifugiati non hanno un alloggio sicuro né un lavoro, se non in nero. Ecco perché è necessario evitare che queste persone finiscano nel baratro della vita di strada, con i documenti in regola ma senza prospettive future.

Rifugiati

L’associazione Refugees Welcome Italia, nata a dicembre del 2015, si occupa principalmente di loro. Parte di un network internazionale di 11 organizzazioni gemelle, si sta affermando anche nel nostro paese con l’obiettivo di diffondere una cultura dell’accoglienza domestica, ritagliata sulle esigenze dei singoli protagonisti.

Come funziona?

Mettiamo che io abbia una camera in più: posso iscrivermi al sito web, rispondere a qualche breve domanda e lasciare una mail di contatto. Nel più breve tempo possibile, sarò ricontattata dallo staff di Refugees Welcome, che valuterà se le mie esigenze incontrano quelle dei rifugiati iscritti alla stessa piattaforma.

In sostanza, l’associazione si occupa del matching tra ospite e ospitante, garantendo ad entrambi l’assistenza necessaria in tutte le fasi che dal primo incontro terminano nella convivenza. É previsto un periodo minimo di 3 mesi, per favorire l’avvio di un processo di conoscenza reciproca, solleva il rifugiato dalle incombenze quotidiane e permette di concentrarsi sulla ricerca di un lavoro e un alloggio da cui ripartire. Qualora gli ospitanti lo ritenessero necessario, Refugees Welcome li assiste nella messa online di micro-campagne di crowdfunding, supportandoli nel raggiungimento degli obiettivi di raccolta prefissati.

In generale, c’è un aspetto che più degli altri mi ha stupito nell’approccio di Refugees Welcome e che ho subito apprezzato: non contano tanto i numeri, quanto piuttosto la qualità degli abbinamenti! Dal primo contatto alla convivenza può passare anche più di un mese. Oltre alle necessità pratiche, occorre valutare bene il background personale e le motivazioni di entrambi i soggetti.

Refugees Welcome Italia ha avviato una campagna di comunicazione che permette di far conoscere questo tipo di ospitalità al grande pubblico. Grande risonanza in termini di nuovi iscritti è stata registrata in seguito al servizio de Le Iene andato in onda su Italia 1, a metà aprile scorso.

I rifugiati, invece, vengono raggiunti con modalità diverse. Si tende infatti a lavorare in stretta collaborazione con gli assistenti sociali delle associazioni che si occupano di prima e seconda accoglienza (come l’accoglienza integrata SPRAR). In tal modo, gli abbinamenti vengono triangolati tra aspiranti ospiti, ospitanti e associazioni avendo cura di perseguire il benessere di tutti gli attori in gioco.

A livello territoriale l’associazione è strutturata in gruppi locali, a Milano, Roma, Torino, Bologna. I volontari interessati a costituire gruppi locali in altre città sono in continua crescita.

Eventi di sensibilizzazione e raccolta fondi vengono spesso organizzati al fine di diffondere una cultura dell’accoglienza più partecipativa e diretta.

Una bella occasione per aiutare chi si trova in difficoltà, aprendo semplicemente la porta di casa. In fondo, nulla di nuovo rispetto a quanto fatto dai nostri nonni durante gli anni cupi della guerra!

D.S.

Phi Foundation

#PHI Volunteers

Partecipa alla mobilitazione sociale a sostegno e costruzione della Social Innovation Community

network di operatori competenti nell’area non profit, contribuisci allo sviluppo del “Social Impact” nel tuo territorio, collabora al rafforzamento istituzionale della “Capacity Building” delle organizzazioni che operano nel terzo settore.

Entra nella PHI Foundation, incontrerai tanti nuovi amici, Volontari che come te condividono idee e principi, desiderosi di aiutare il prossimo e costruire le basi per un futuro migliore e solidale, beneficerai di una ampia visibilità e, avrai la possibilità di accedere ad una serie di vantaggi e di opportunità per realizzare i tuoi sogni e progetti.

L’obiettivo del programma è quello di sviluppare la capacità di gestione delle risorse locali e, insieme costruiremo una Social Innovation Community dove Volontari, ONP e Donatori possono collaborare e contribuire a migliorare l’ecosistema sociale.

Sei un Volontario o rappresenti una Organizzazione Non Profit, registrati sulla piattaforma web PHI Foundation e crea il tuo profilo, diventerai un PHI Angel e potrai condividere la tua esperienza con i tuoi amici e gli altri PHI Angels, aspirare a divenire un coordinatore territoriale un PHI Archangel e, mirare più alto diventare un PHI Ambassador.

Entra anche tu a far parte della PHI Foundation Social Innovation Community (Clicca qui).

Sebastiano De Falco

Phi Foundation

Challenge App

ChallengeStar: L’App che aiuta i donatori

ChallengeStar lancia l’innovativa mobile app che rivoluziona il social Fundraising. Attraverso l’app le persone potranno creare campagne e progetti che aiutino loro a raccogliere fondi e visibilità.

“La nostra mission è quella di rendere il mondo un posto più caritatevole” afferma ai microfoni di BusinessWire il CEO di ChallangeStar Jed Royer. “abbiamo – continua Royer – sviluppato una piattaforma che aiuti le persone a sostenere la causa che più hanno a cuore in modo semplice e veloce.

ChallengeStar app fa il suo debutto a Boston il 22 marzo davanti all’Association of Fundraising Professionals International Fundraising Conference. La conferenza nasce dall’esigenza d’inspirare innovazione e cambiamento all’interno delle comunità e delle organizzazioni non profit.

L’app è gratuita ed è già disponibile sull’app store e sul Google Play Store. Gli utenti registrati possono scegliere quale causa sostenere attraverso la “Charity Challange” oppure proporre un “sfida” per raccogliere fondi con lo strumento “Winner Takes all Challange”.

In entrambi i casi gli utenti possono partecipare a campagne di social Fundraising donando o ricevendo gli aiuti in modo sicuro e trasparente. L’innovazione della piattaforma consiste nell’interazione tra la mobile app e l’utilizzo dei social Network. Votare e sostenere una causa è semplicissimo. Scopri come nel video:

L’applicazione è aperta a tutti. Può essere utilizzata dalle organizzazioni non profit di qualsiasi dimensione. Diversamente da molte altre piattaforme di crowfunding o Fundraising.

“ChallengeStar  – afferma Royer – permette alle associazioni non profit di organizzare raccolte fondi online in totale sicurezza”.

Il mercato si sta orientando sempre più in questa direzione, semplicità, sicurezza ed efficienza.

Il Fundraising ormai è uno strumento fondamentale nello sviluppo di progetti a qualsiasi livello, il proliferare di strumenti, piattaforme e applicazioni che rendono questo servizio sempre più facile e veloce testimonia proprio questa tendenza.

 

Mario Rolla

Phi Foundation