Nuove forme di volontariato: 25 cm non uno di meno!

25 CM NON UN CM IN MENO

Le forme di volontariato possono essere le più variegate possibili. Per fare volontariato non serve fare enormi sacrifici, non sempre richiede avere tanto tempo a disposizione ma anche con semplici gesti e senza grande sforzo possiamo aiutare associazioni e fare volontariato senza “perdere” tempo e senza intaccare la nostra routine giornaliera.

Circa un mese fa un’amica mi racconta di aver incontrato una conoscente che aveva dei capelli molto belli e molto lunghi ed usciva dal parrucchiere con un nuovo taglio corto e alla moda. Complimentandosi per il nuovo look e spinta da una forte curiosità, si sa, succede, le domandò come mai dopo anni si fosse tagliata la sua famosa chioma.

La risposta fu sorprendente: “aveva dovuto tagliare la sua chioma di minimo 25 cm!” Che bizzaria!

In realtà la spiegazione c’era, questa ragazza era venuta a conoscenza di “Un Angelo per Capello”, una Onlus fondata nel 2014 che ha lo scopo di raccogliere i capelli della lunghezza minima di 25 cm per poi donare delle parrucche inorganiche alle pazienti oncologiche che sul territorio nazionale si trovano in difficoltà economica.

IL PROGETTO E L’ASSOCIAZIONE

Ma parliamo un po’ di “Un Angelo per Capello”. Questa Associazione Onlus nasce dalla volontà di gestire e dar seguito all’omonimo progetto del 2014 che per 3 giorni ha coinvolto tutti i parrucchieri di Santeramo in Colle (provincia di Bari), l’Amministrazione Comunale, Il Laboratorio Urbano Mediavision e tutti i cittadini di Santeramo con l’unico scopo di regalare una parrucca inorganica ai pazienti che ne avevano necessità, creando nuove forme di volontariato.

Partiti dalla Puglia i volontari e le donazioni ormai arrivano da tutta Italia. Molti parrucchieri si sono affiliati all’Associazione e organizzano all’interno dei loro saloni delle vere e proprie giornate per raccogliere i capelli e spedirli ad “Un Angelo per Capello”. In termini numerici la maggior parte delle donazioni provengono dalla Campania e dalla Calabria probabilmente perché sono aree nelle quali si verificano e riscontrano maggior casi di tumore, per via del famoso caso nazionale “Terra dei Fuochi”.

L’idea legata alla donazione dei propri capelli ( non oltre 25 cm ) si basa su un accordo stipulato con un’azienda specializzata nella produzione di parrucche e l’Associazione no Profit. In cambio dei capelli l’azienda produttrice dona all’associazione delle parrucche inorganiche. Lo scambio potrebbe sembrare impari, ma c’è un motivo, le parrucche vere, si, sono più costose ma anche più fragili ed onerose da gestire, mentre le parrucche inorganiche sono di più facile uso, sono comunque fatte bene e ben tollerate dalla cute.

L’IMPORTANZA DI NON VEDERSI DIVERSI

Per i malati oncologici che subiscono determinati trattamenti e perdono per questo motivo i capelli avere una parrucca non è solo un’esigenza estetica ma permette loro di affrontare l’arduo percorso verso la guarigione in modo proattivo e con una carica energetica maggiore.

La trasformazione del proprio corpo che i tumori infliggono alle persone malate è debilitante non solo a livello fisico ma anche in egual misura, se non di più, a livello psicologico. Ridurre maggiormente questo impatto e ridare i capelli a persone che li hanno persi a causa della lotta contro questa malattia, dona ai pazienti più sicurezza e volontà e li aiutano nell’affrontare le terapie a cui vengono sottoposti.

D’ora in poi non sprecate i vostri capelli ma partecipate a queste nuove forme di volontariato donate 25 cm o più di capelli. Se volete sostenere Un Angelo per Capello potete contattare l’Associazione a info@unangelopercapello.it e se volete potete andare a vedere il loro sito www.unangelopercapello.it e scoprire cosa fanno, come donare e quali parrucchieri in tutta Italia sono a loro affiliati.

 

Laura Giacometti

PHI Foundation

#Abilioltre…inViaggio: la mostra itinerante nelle stazioni italiane

È stata inaugurata il 20 febbraio, per la Giornata Mondiale della Giustizia Sociale, #Abilioltre…inViaggio.

#Abilioltre…inViaggio è la mostra itinerante promossa dal gruppo Ferrovie dello Stato e dall’Associazione no profit Abili Oltre.

#Abilioltre…inViaggio: dodici opere esposte alla stazione di Milano 

L’esposizione comprende dodici installazioni grafiche realizzate da ragazzi con disabilità che raffigurano dodici personaggi famosi diversamente abili che si sono distinti in vari campi, dalle arti, allo sport fino alla musica.

Fino al 22 febbraio le opere sono state esposte nella Sala Reale della Stazione di Milano Centrale in prossimità del binario 21, ciò vuole sottolineare quanto sia importante portare all’attenzione delle persone certe problematiche. Difatti la stazione è sempre stata simbolo di frenesie, di viaggi, di corse per non perdere il proprio treno, ma anche di attese e di ritardi. Fare quindi un’esposizione all’interno di una stazione ferroviaria grandissima, come quella di Milano, porta il viaggiatore a fermarsi, a mettere in pausa i suoi ritmi velocissimi e a prendersi del tempo per ammirare quei pannelli colorati e allegri, che parlano di storie di chi vive la vita in maniera totalmente diversa dalla propria, storie di chi nonostante tutto ce l’ha fatta ed è andato oltre i limiti e i pregiudizi umani.

L’Associazione no profit Abili Oltre e l’impegno per le persone disabili

L’Associazione Abili Oltre ha questo grande merito: si impegna a favorire lo sviluppo della capacità produttive degli individui affetti da disabilità, creando laboratori ad hoc per loro e garantendo la cosa più importante per ogni essere umano: la dignità.

È una condizione necessaria per ogni uomo, infatti, trovare la propria realizzazione nel lavoro e nella società. E per raggiungere questo scopo è chiaro che istituzioni e cittadini debbano lavorare in sinergia per consentire il progresso della comunità e delle condizioni di vita delle persone disabili, affinché le capacità di abili e non abili si integrino e armonizzino per il bene comune.

“Manifestazioni come quella organizzata dall’associazione Abili Oltre sono utili per rinnovare la massima attenzione nei confronti dei clienti con disabilità motorie, sensoriali, intellettive: per noi persone a ridotta mobilità che devono vedere affermato il pieno diritto alla mobilità, in treno come su ogni altro mezzo pubblico”, spiegano i responsabili delle Ferrovie dello Stato.

Le prossime date di #Abilioltre…inViaggio 

Intanto la mostra #Abilioltre…inViaggio prosegue il suo tour in altre stazioni:

  • dal 26 al 28 febbraio è stata a Torino Porta Susa;
  • dal 20 al 22 marzo a Roma Ostiense in occasione della Giornata mondiale del servizio sociale;
  • dal 10 al 12 aprile a Reggio Calabria Centrale;
  • e infine dall’8 al 10 maggio a Napoli Mergellina.

 

 

Daniela Leone

PHI Foundation

Festival italiano del Volontariato, a maggio a Lucca l’ottava edizione

Si svolgerà a Lucca, dall’11 al 13 maggio, il Festival italiano del Volontariato.

Giunto ormai all’ottava edizione, il Festival italiano del Volontariato, rappresenta uno degli eventi più importanti dedicati alla solidarietà e al vivere civile.

La storia del Centro Nazionale per il Volontariato

Fino a quarant’anni fa, il volontariato era un qualcosa di completamente sconosciuto dalla cultura, dalla politica e dalle istituzioni, non solo a Lucca, ma quasi in tutta Italia. Negli anni ’80, però, nella città toscana, ci furono i primi segnali di una svolta da parte di alcuni Centri culturali e sociali (Caritas, Fondazione Agnelli, Censis) e soprattutto ad opera dei Convegni biennali di Lucca.

È, invece, dal 1984 che Lucca viene definita la Città del Volontariato. Nel mese di novembre di quell’anno, infatti, dall’incontro di personalità come Maria Eletta Martini, Luciano Tavazza, Giuseppe Bicocchi, Giovanni Nervo e Achille Ardigò nacque il Centro Nazionale per il Volontariato. La finalità primaria del Centro era quella di promuovere una nuova cultura nei rapporti tra società e Stato, tra volontariato e pubbliche istituzioni, ma nonostante siano già passati più di trent’anni, gli ideali che hanno segnato la nascita del Centro Nazionale per il Volontariato, sono tutt’altro che superati.

Festival italiano del Volontariato 2018: Mettiamoci scomodi

Il titolo di questa edizione è Mettiamoci scomodi e vuole sottolineare quanto scomodo venga percepito il volontariato e il ruolo del volontario, che denuncia, ma non solo, agisce e crea situazioni migliori per la società. Ma Mettiamoci scomodi è soprattutto un invito alle istituzioni a lasciare da parte le loro comodità, a prendersi le proprie responsabilità e mettersi finalmente scomodi.

È infatti proprio per questo motivo che l’edizione di quest’anno si svolgerà quasi interamente in piazza, a contatto con la gente e le loro esigenze.

Sarà la piazza centrale di Lucca, Piazza Napoleone, ad essere totalmente invasa. Un’invasione positiva e che sicuramente non passerà inosservata, lasciando un segno indelebile in quanti parteciperanno.

Tra i temi che verranno affrontati al Festival del Volontariato c’è la cura dei giovani dimenticati. I migranti minorenni, le vittime di tratta, la povertà educativa, il degrado, storie di chi non si rassegna, di chi vuole venirne a capo, di chi va all’azione senza se e senza ma, perché il volontariato è proprio questo. 

Tre giorni di eventi all’insegna della solidarietà 

Ma non ci sarà solo denuncia, saranno tre giorni di eventi, di dialogo e confronti a cui è possibile partecipare seguendo gli hashtag social #scomodi e #fdv2018. Una buona iniziativa che consentirà a tutti di poter esprimere la propria opinione sul tema del civile, della solidarietà, dare dei suggerimenti, delle idee che sicuramente saranno di incoraggiamento e da sprone per fare sempre meglio e rendere il Festival italiano del Volontariato una realtà che può racchiudere e raccontare il mondo solidale italiano.

È proprio per questo che la presenza conta molto, negli scorsi anni sono state coinvolte più di 20 mila persone provenienti da tutta Italia; più di 300 volontari si sono impegnati con costanza e hanno reso possibile la realizzazione del Festival italiano del Volontariato e si spera che quest’anno tali presenze possano essere raddoppiate.

Mettiamoci scomodi e partecipiamo.

 

Per ulteriori informazioni: http://www.festivalvolontariato.it/

 

Daniela Leone

PHI Foundation

Famiglie a geometria variabile: le famiglie monogenitoriali

In Italia oltre quattro milioni di famiglie sono composte da uno o più figli che vivono prevalentemente con uno dei due genitori, sono famiglie monogenitoriali, una realtà complessa e sempre più diffusa che non può essere ignorata.

UN VALIDO AIUTO

Smallfamilies è un’associazione di promozione sociale, costituitasi il 14 febbraio 2014, che attraverso un portale di eventi, a campagne di sensibilizzazione e ad una collana editoriale, è in prima linea sul fronte dell’impegno politico e sociale a favore delle famiglie monogenitoriali più esposte a condizioni di fragilità economica e relazionale.

Le sue basi si fondano già nel 2012, quando a Gisella, architetto, ricercatrice e madre single, viene l’idea, condivisa con altri due genitori single, Michele ed Erika, di creare un punto di riferimento per le famiglie monoparentali o come loro preferiscono chiamarle “smallfamilies”, “famiglie a geometria variabile”.

Insieme ad altri volontari, i tre promotori si documentano, prendono spunto da siti internet di paesi esteri più avanzati su questi temi e iniziano creando un portale, un osservatorio sulle famiglie monogenitoriali in Italia e nello stesso tempo un sito di informazione e orientamento per genitori soli, alle prese con tutte le difficoltà pratiche ed emotive ma anche con le soddisfazioni e desideri che comporta questa condizione.

SERVIZI E ASSISTENZA

Uno dei primi servizi istituiti è la consulenza e l’assistenza legale, una “selezione” di professionisti specializzati in materia per aiutare a trovare una soluzione il più possibile pacifica. E poi incontri, consulenze e punti di ascolto per aiutare ad affrontare gli aspetti psicologici legati a una separazione.

Un’ampia parte del lavoro dei volontari di Smallfamilies è dedicato alla ricerca, alla promozione di sondaggi e alle azioni di sensibilizzazione delle Istituzioni. Da sempre l’associazione denuncia la carenza di attenzione e di welfare dedicato alle famiglie costituite da un unico genitore. Eppure è evidente che anche in Italia, nell’eterogenea composizione delle famiglie, tra coppie sposate e coppie di fatto, con o senza figli, una buona percentuale è composta da genitori single, separati o divorziati, genitori unici o vedovi con figli a carico.

DATI SOMMERSI

Da una ricerca effettuata per fotografare la situazione in Lombardia si è messo in evidenza che ben il 12,8% delle famiglie è costituita da famiglie monogenitoriali e che solo il 4% è composto da famiglie numerose. La richiesta che Smallfamilies continua a fare alle Istituzioni è di prendere atto di questa trasformazione demografica e sociale e di programmare un welfare adeguato alle esigenze di queste nuove realtà familiari.

Uno dei problemi più grossi che si devono affrontare dopo una separazione è quello della casa e serve aiuto da parte delle Istituzioni. Un aiuto che riconosca pari diritti a tutte le famiglie monogenitoriali. Oggi in Lombardia i contributi sono destinati solo a situazioni di fragilità economica derivanti dalla rottura di una coppia sposata.

Smallfamilies è alla ricerca, anche fuori dal territorio di Milano, di realtà simili alla sua, o che si occupano più in generale della “famiglia che cambia”, per far rete e promuovere insieme progetti e azioni che sviluppino queste tematiche e individuino soluzioni adeguate. Ampliare la rete è importante per ottenere risultati concreti.

Gisella e gli altri volontari cercano anche mani che abbiano voglia di scrivere articoli sul loro sito, raccontare le loro storie, anche anonime, condividere le loro esperienze; persone che abbiano voglia di condividere il loro tempo e di dare luce ai genitori single. Se avete bisogno di loro, se volete aiutarli e sostenerli andate sul sito www.smallfamilies.it/contatti/ , visitate la loro pagina Facebook oppure inviate un sms al numero 3806570588 e verrete ricontattati.

 

Laura Giacometti

PHI Foundation

Banco Farmaceutico

Il Banco Farmaceutico vs. la povertà sanitaria

Cari lettori, oggi vi racconto della storia di un ragazzo che si chiama  Mohammed, è portatore di un diabete trascurato, che gli ha provocato l’amputazione di un alluce  e conduce una vita ad alto rischio. Ma grazie alle medicine donate dal Banco Farmaceutico vs. la povertà sanitaria all’Opera San Francesco ora sta bene.

Questa situazione si può definire per l’appunto “povertà sanitaria” che purtroppo riguarda tutta la regione italiana.

Spesso si parla di quelle persone che non hanno abbastanza risorse a disposizione per acquistare i farmaci necessari, anche per quelli che richiedono una  semplice ricetta. A partire dagli antinfiammatori, agli antipiretici, dai prodotti contro la tosse ed il  raffreddore fino all’aspirina per non parlare poi dei soldi per pagare il ticket.

In tutti questi  casi a partire dal  senzatetto o dalla vicina di casa, il lavoratore precario o la famiglia che teme gli venga portato via un figlio per l’impossibilità di garantirne il futuro, siamo di fronte a categorie che hanno  il diritto di essere tutelate.

Vi è in atto una nuova emergenza che va avanti da anni affrontata dalla Fondazione del Banco Farmaceutico onlus sin dal 2000, quando un gruppo di giovani  farmacisti si rese conto della problematica, e organizzò ogni secondo sabato di febbraio, in tutta Italia, una giornata di donazione.

Ci sono migliaia di volontari che si offrono per prestare servizio nelle oltre 3.600 farmacie aderenti, e invitano i cittadini ad acquistare medicine senza obbligo di prescrizione per gli Enti assistenziali della propria città.

La storia di  Mohammed e la Giornata nazionale di raccolta del farmaco

«La Giornata nazionale di raccolta del farmaco quest’anno cade nel 40esimo anniversario della nascita del Sistema Sanitario Nazionale. Dove lo stato non arriva, il cittadino deve intervenire», spiega Filippo Ciantia, direttore della Fondazione Banco farmaceutico vs. la povertà sanitaria.

Proprio come  la storia di Mohammed, un ragazzo con  un diabete trascurato che lo ha ridotto in fin di vita. All’Ospedale San Giuseppe di Milano gli è stato amputato un alluce e comunicato che, per tutta la vita, ogni giorno, avrebbe dovuto prendere farmaci per sopravvivere. Medicine che non si poteva permettere e che, donate dal Banco Farmaceutico all’Opera San Francesco, gli garantiranno una vita dignitosa.

«Pensavo che il mio unico rimpianto sarebbe stato quello di non poter ricambiare. Adesso faccio volontariato e sogno un giorno, se potrò permettermelo, di essere Io a donare almeno uno di quei farmaci che oggi ricevo», racconta. La sua storia è quella di tutte quelle persone indigenti che, lo scorso anno, per curarsi hanno avuto a disposizione solo 29 centesimi al giorno, pari a 106 euro l’anno (14 euro in meno rispetto al 2016).

Con l’appuntamento  del mese di febbraio è necessario «ricordare che nessuno dovrebbe essere costretto a scegliere se curarsi o mangiare, come è costretta a fare oggi una persona su tre», sottolinea Ciantia.

E’ un po’ come mette in luce l’ultima edizione del «Rapporto sulla povertà sanitaria» curato dal Banco Farmaceutico, a rinunciare almeno una volta ad acquistare farmaci o ad accedere a visite, terapie o esami è chi ha un titolo di studio basso (40,85 per cento), chi ha più figli (42,1) e chi vive al Sud (50,6). Desistono casalinghe(40,2 per cento), pensionati (39,8) e, in testa, i lavoratori atipici (51,2). A testimoniare l’aumento delle necessità è la richiesta da parte degli enti assistenziali che nel 2017 ha segnato un +9,7 per cento (contro l’8,3 del 2016). Solo nel quinquennio 2013-2017 la domanda è cresciuta del 27,4 per cento, legata all’aumento di poveri assistiti: oltre agli stranieri (+6,3), si rileva l’incremento dei minorenni (+3,2). A crescere sono soprattutto quelli italiani (+4,5 in un anno), mentre quelli stranieri sono cresciuti «solo» dell’1,5.

I farmaci più richiesti sono gli analgesici, antipiretici, antinfiammatori per uso orale, preparati per la tosse, farmaci per uso locale e per dolori articolari.

In 17 anni la Giornata nazionale di raccolta del farmaco ha raccolto oltre 4.500.000 di farmaci, per un controvalore di circa 26 milioni di euro. L’ultima edizione, l’11 febbraio 2017, ha coinvolto 3.851 farmacie e oltre 14 mila volontari; a beneficiare della raccolta (1.331.535 confezioni) sono state 578 mila persone assistite dai 1.721 Enti convenzionati con il Banco Farmaceutico vs. la povertà sanitaria. Non solo, i farmaci hanno anche varcato i confini. Nel 2016, su richiesta dell’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa), «abbiamo spedito 65 mila confezioni agli ospedali della Grecia; inviato, in collaborazione con il ministero degli Esteri, 99 mila confezioni in Libia; 109 mila confezioni in Venezuela e 500 chilogrammi di farmaci ad Herat in collaborazione con il ministero della Difesa», chiarisce Ciantia. In una fase storica tanto complicata, caratterizzata dal persistere degli effetti della crisi, «il Terzo settore ha bisogno di strumenti e competenze sempre più affinati per poter assolvere alla propria vocazione, civile». C’è ancora molto da fare e le sfide non sono poche.

Ma, come sta avvenendo per la lotta allo spreco, i segnali si vedono: «Pensiamo a tutti i farmaci utilizzati dai malati. Quando i nostri cari vengono a mancare, molte medicine ancora preziose restano nelle nostre case. Dobbiamo comunicare che il farmaco ha un valore e può essere donato per curare altri». In questo, la legge Gadda del 2012, ha dato un enorme contributo, estendendo le agevolazioni previste per chi recupera e dona eccedenze alimentari anche a beni come i prodotti per l’igiene e la cura della persona e della casa, gli integratori alimentari, i presidi medico chirurgici e i prodotti farmaceutici. «La salute è un diritto sancito dalla nostra Costituzione. La Giornata nazionale di raccolta del farmaco è un’opportunità per costruire un sistema più giusto, e nessuno deve essere escluso», conclude Ciantia.

Ed è così che ill mese di febbraio, di ogni anno  diventa molto importante perché arriva la  Giornata nazionale di raccolta del farmaco che ha l’obiettivo di  soddisfare la clientela di categoria debole, del ritiro di  donazione gratuita e non acquistabile dei diversi medicinali e farmaci gestita dai diversi volontari al Banco Farmaceutico.

La storia del ragazzo Mohammed ci insegna che anche le malattie più gravi possono essere curate grazie al supporto  generoso da parte del Banco Farmaceutico vs. la povertà sanitaria, all’Opera San Francesco.

E questo risulta essere un grande gesto di umanità  anche grazie al contributo speciale dell’Agenzia Italiana del Farmaco.

 

N&D Nadine Fashion Stylist

PHI Foundation

Attori senza casa – la nuova sfida di Nancy Brilli

Cari lettori, oggi scrivo di un avventura intrapresa da Nancy Brilli : aiutare gli attori senza casa!

Supportare i vari artisti debuttanti, questo è l’obiettivo di quest’iniziativa brillante e ricca di contenuti. Perché? Come sostiene  Nancy Brilli si tratta di  «quasi un non lavoro. La media delle giornate lavorative è di 14 ore all’anno. Molti ragazzi mi chiedono come fare a iniziare seriamente un percorso professionale»

C’è una porta che si sta aprendo, nella vita di Nancy Brilli, e si vedrà il mondo che c’è dietro al suo sorriso, la vita che corre veloce. Vi scrivo della  voglia che ha Nancy Brilli  di riprendere possesso di sé, dopo un anno impegnativo di vita privata, in cui si è fermata a riflettere e decidere di aiutare degli attori senza casa. Voglia di ricominciare il suo lavoro di attrice; voglia di dare un palcoscenico a chi ancora non ce l’ha.

A partire dagli attori teatrali.

Ci sono giovani attori senza casa pieni di energia e passione che continuano a tentare, consapevoli che per molti il teatro è temporaneo ossia “non lavoro”, dove vengono spesso pagati in nero, o al di sotto del minimo sindacale, e i compensi sono maggiori per i maschi. Se su internet cerchi “impresarie teatrali“, non appare nemmeno un nome femminile».

Nancy Brilli, continua spiegando  che «è un mondo in cui non è  ancora stato sperimentato, dobbiamo imparare dagli uomini a lavorare in gruppo, prendere coscienza di avere diritto di fare determinati passi, non c’è l’abitudine, forse è anche pigrizia. Si lavora a chiamata: decidere di essere i “chiamanti” ed è una grossa responsabilità e una fatica in più». Alla sua «impresa» Nancy, decide di dare una svolta sociale: «Ci sono migliaia di attori disoccupati, e non solo giovani, che per tirare avanti insegnano recitazione a 5 euro l’ora. È complicato ricevere aiuti dal Ministero per un debuttante. Supportarli. È questo che voglio fare».

Al Brancaccino di Roma: una storia «tragicomica»

Così il 26 gennaio al Brancaccino di Roma, Nancy Brilli debutta come impresaria, per il monologo Prego (la gallina, la guerra e io) scritto e interpretato da Giovanna Mori, un’attrice  drammaturga (attrice senza casa in cerca di un’ opportunità di lavoro) quasi sua coetanea che non è un volto noto ma ha talento da offrire, e questa è la storia «tragicomica» di una piccolo-borghese la cui vita sarà ribaltata dopo avere appreso in tv la (vera) notizia di una bambina kamikaze in Medioriente: verrà riconosciuta dalle trecce di capelli. Inoltre dei giovani attori interpreteranno «Personcine», cioè personaggi del monologo. Essere produttrice è una parte della nuova vita di Nancy. Ecco che i suoi occhi lunghi che rivelano l’origine ucraina, diventano due fessure da cui trapela quello che vuole sapere di un «ruolo» a lei finora sconosciuto.

«Ho visto Giovanna a teatro – racconta – e me ne sono innamorata, aggiunge poesia alla commedia. È un piccolo spettacolo, ma devo entrare bene nell’ingranaggio e come primo passo è giusto. Nel teatro per molto tempo si è cercato il nome televisivo e basta, e ti parla una che ne ha fatta tanta». Lei è stata fortunata. «Ma poi ho dovuto faticare per essere credibile. Avevo la pretesa che gli altri capissero che sotto un’esteriorità più o meno seduttiva ci fosse uno spessore. Chi mi ha visto a teatro, questa profondità la conosce. Era una pretesa sbagliata».

Perché?

«Perché la gente si fa un’idea di ciò che vede in superficie. Ora invece ho bisogno di sottolineare il lato più nascosto, più interiore di me. Non rinnego certo il mio passato, ma non vorrei più sentirmi paragonare a una bottiglia di champagne. Non è che non voglia fare l’attrice di commedie: voglio essere una commediante di spessore. Ho cominciato col cinema – ricorda – ma ho scelto questo mestiere quando ho fatto il teatro, prima era un modo per sopravvivere e non sapevo se avrebbe funzionato. Il mondo degli impresari è cambiato molto, quelli privati sono difficili da trovare, spesso sono una sorta di produttori esecutivi dello Stato: ricevono 100, ne investono 80 e il 20 lo guadagnano loro».

Ma  spesso ci si domanda se i giganti di una volta fossero avventurieri? Risponde citando i grandi: «Ho lavorato con Lucio ArdenziPietro GarineiIvo Chiesa, e stiamo parlando di giganti. Capita di non essere pagati malgrado il contratto».

Questo racconto potrebbe essere un’opportunità per aiutare gli attori senza casa in difficoltà  come ad esempio l’esordio della storia tragicomica di Giovanna Mori al Brancaccino di Roma, far capire a loro, che anche i  grandi nomi, quando ci sono le condizioni non abbandonano di certo, i sogni che danno vita.

Ed è così che Nancy Brilli, nel suo piccolo, dopo una vasta esperienza lodevole di carriera come attrice dello spettacolo, cerca di aiutare, attraverso un taglio sociale, gli attori senza casa che ogni giorno lottano per  avere gli stessi diritti di chi ha già una strada spianata nel mondo del teatro e del cinema.

 

N&D Nadine Fashion Stylist

PHI Foundation

I SENZATETTO DI PRO TETTO

Alla vigilia di Natale, durante una cena con amici mi è stata presentata un’associazione di volontariato che mi ha incuriosita ed emozionato nonostante si occupi di senzatetto.  Quello che mi ha colpito di questa associazione è la volontà di individuare quei senzatetto che sono cittadini italiani, che per una serie di vicissitudini come perdita del lavoro, separazioni famigliari, mancanza di sussidi da parte dello Stato nelle sue varie forme, si sono trovati in uno stato di precarietà assoluta.

Queste persone fino a qualche anno fa, costituivano la nostra bassa e media borghesia italiana che, dal 2008, è stata fortemente colpita dalla crisi economica mondiale. Persone rimaste senza un reddito che una casa loro forse ancora ce l’hanno ma non riescono a pagare le bollette e meno che meno permettersi un pasto decente.

Nasce così l’Associazione Pro Tetto, una squadra di pochi volontari che, una o due volte a settimana, si riuniscono e non prima di aver preparato più pasti caldi possibili, si mettono in marcia e girano per le vie del centro di Milano per distribuire quel cibo preparato personalmente da loro o con l’aiuto delle loro famiglie. Mettono a disposizione tempo e lavoro per donare a chi è meno fortunato di loro qualcosa di caldo e soprattutto una mano amica.

Una delle loro iniziative più belle si chiama “Un Boccone con il Cuore”, dove l’Associazione Pro Tetto ha chiesto ad alcuni ristoranti di Milano di offrire un pasto dignitoso a questi indigenti; un modo per ritemprare non solo il corpo ma anche l’anima. L’idea è stata quella di chiedere a ristoranti e trattorie di prendersi carico di un senzatetto, provvedendo a sfamarlo con un pasto completo. L’Associazione si preoccupa di “inviare” il senzatetto lavato, pulito e vestito dignitosamente e il ristorante provvede a dargli un posto ad un tavolo negli orari più comodi all’esercente, servendogli del cibo che magari è in più ma facendolo sentire una persona, con la propria dignità come se fosse un normale avventore.

Al momento sono attivi già un po’ di ristoranti ma la speranza è che molti ancora se ne possano attivare.

Pro Tetto sta combattendo contro la burocrazia italiana per aver una casa da mettere a disposizione di questi senzatetto. Gente a cui è stato tolto anche il diritto di lavarsi e di andare in bagno. Ridare questi “lussi” prima che perdano ogni speranza di una vita dignitosa, potrebbe dar loro la forza di rinascere.

Come è possibile cercare un nuovo lavoro, presentarsi ad un colloquio senza avere la possibilità di lavarsi o di lavare gli ultimi “vestiti” che sono rimasti?

Come si può pensare di recuperare queste persone se non le si mette in grado di ripartire? Possibile che ci siamo dimenticati dei nostri cittadini?

Ricordiamoci che la maggior parte della gente di cui scrivo sono persone che hanno tra i 45 e i 60 anni che hanno sempre lavorato –  almeno prima del 2008 –  e che hanno contribuito anche loro alla nostra società. Come possiamo girarci dall’altra parte senza intervenire?

Cosa aspettiamo, diamo una mano anche noi! Se volete aiutare l’Associazione Pro Tetto a distribuire dei pasti caldi, se siete un ristorante o un esercente nella ristorazione e volete partecipare al progetto “Un Boccone con il Cuore” potete scrivere a info@associazioneprotetto.it  che sarà felice di accogliere le vostre mani.

 

Laura Giacometti

PHI Foundation

UN LAVORO VUOL DIRE DIGNITÀ, INDIPENDENZA E FELICITÀ

Il Nodo Cooperazione Internazionale Onlus, lasciando alle spalle l’assistenzialismo, ha optato per diffondere la cultura del lavoro con un progetto innovativo di auto sviluppo, una scuola che supporta le capacità artigianali della Cambogia, dove la manualità non è stata ancora soffocata dall’uso delle macchine.

Una nazione che vuole guardare al futuro deve prima di tutto pensare ai bambini e ai giovani, alla loro educazione e alla loro istruzione perché loro sono il bene primario della società, i cittadini del domani che dovranno poter lavorare, produrre e contribuire allo sviluppo del proprio paese.

Uno degli obiettivi del Nodo è quello di aiutare i giovani della Cambogia a superare ignoranza e povertà, trasferendo conoscenze e metodologie, dando valore all’individuo e stimolando le capacità di gestire attraverso il lavoro, il loro futuro e quello delle loro famiglie.

La Bottega dell’Arte di Phnom Penh è una scuola di design sociale dove 25 ragazzi e ragazze imparano a lavorare l’argento. La maggior parte di loro arriva da una zona poverissima della periferia della città, sono giovani con scarsa istruzione, con difficili situazioni familiari, alcuni sono orfani appena usciti dall’orfanotrofio o portatori di handicap. Per loro la Bottega non è solo un luogo dove imparare una professione ma anche una casa e una protezione.

Ogni anno un designer italiano trascorre un mese in Bottega per insegnare ai ragazzi a produrre oggetti innovativi. Nella scuola non si tengono solo corsi di disegno e lavorazione del metallo, ma anche corsi di contabilità e gestione d’impresa, nonché corsi di alfabetizzazione per gli studenti che non hanno potuto completare gli studi di base. Alla fine del percorso, i più bravi possono rimanere in Bottega ad insegnare, i più intraprendenti aprono una loro attività, sostenuti dal Nodo con un piccolo prestito, gli altri vengono aiutati a trovare un lavoro in imprese esistenti.

Un altro grosso problema che affligge la Cambogia e di cui Il Nodo ha voluto occuparsi è quello dell’acqua. L’acqua è causa di allagamenti e disastri naturali, ma qui è anche una delle maggiori cause di mortalità infantile. Per questo Il Nodo distribuisce filtri per la potabilizzazione dell’acqua, ma interviene anche organizzando corsi di igiene e manutenzione del filtro. In quattro anni sono stati distribuiti più di 600 filtri ed ha istruito i bambini e le loro famiglie per il loro uso e manutenzione.

Il Nodo collabora, inoltre, con alcuni orfanotrofi locali, fornendo ai bambini e ragazzi ospiti, tutto il necessario per nutrirsi adeguatamente, vestirsi e andare a scuola. Offre loro corsi complementari di inglese e computer utili a qualificarli per un futuro lavoro, corsi di musica e di danza per fornire interessi e stimoli che li aiutino a formarsi un’identità positiva e corsi di tessitura ed intreccio di ceste e stuoie per insegnare attività generatrici di reddito ai ragazzi prossimi all’uscita dall’Istituto.

Questi sono solo alcuni dei progetti che Il Nodo Cooperazione Internazionale Onlus ha in corso in Cambogia. Se volete conoscere meglio questa bellissima realtà, se volete aiutarli o entrare a far parte di questa associazione, potete scrivere a info@ilnodoonlus.org  o telefonare allo 02.66801806 e sarete sempre ben accolti.

 

Laura Giacometti

PHI Foundation

Nascita della Biblioteca a Scampia

1 Nasce la prima biblioteca a Scampia :

Cari lettori, vi sono duemila e cinquecento volontari, tra cui migranti e detenuti che sono al lavoro per rendere  dignità a un luogo importante come Scampia: un progetto nato con il contributo della Siae e Anart.

Si tratta di un ex istituto scolastico utilizzato per anni dalla camorra come deposito di armi e ricovero abusivo per tossicodipendenti torna a vivere e diventa una Biblioteca a Scampia.

Ci troviamo dunque a  Scampia, nel cuore di Napoli, presso il centro Officina delle Culture “Gelsomina Verde”, un luogo completamente riqualificato grazie all’opera di duemila e cinquecento volontari che lo hanno trasformato in un punto d’incontro e un centro di promozione culturale del quartiere.

2 La nascita e lo sviluppo del  progetto:

Si tratta di un progetto collettivo a cui hanno partecipato diverse figure tra cui  insegnanti, famiglie, ragazzi, detenuti in affido all’associazione (R)esistenza  che l’hanno materialmente costruita insieme agli artigiani dei laboratori; giovani rifugiati ospiti della struttura e le volontarie che ogni giorno si occupano nel centro stesso di 45 bambini, residenti nei palazzi delle Vele e nel quartiere di Scampia per l’attività di doposcuola.

Vi è la nascita delle prime collezioni della biblioteca che è rivolta alla prima infanzia e ragazzi con libri consigliati da LiBeR, la biblioteca a difesa della legge sui temi particolari come ad esempio l’antimafia e dell’impegno civile  e alla cultura del Mezzogiorno. A questi si aggiungeranno anche i cento volumi donati dalla Siae: «Oltre al nostro contributo economico – spiega il presidente dell’ente, Filippo Sugar -siamo lieti di donare alcuni libri provenienti dalla preziosa Biblioteca Teatrale SIAE del Burcardo a Roma, con l’augurio che si festeggi anche l’avvio di un percorso virtuoso in tutte le sfere della creatività umana».

La nascita del progetto è stata ideata da Anart – Associazione Nazionale Autori Radiotelevisivi e finanziato da SIAESocietà Italiana degli Autori ed Editori, con il sostegno di AIBAssociazione Italiana Biblioteche, dell’Associazione Amici di Città della Scienza, di AIE – Associazione Italiana Editori e patrocinato dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Napoli.

Infine per creare rete, sono stati acquistati molti libri presso la prima libreria di Scampia, “La Scugnizzeria” di Rosario Esposito La Rossa, inaugurata lo scorso settembre.

La nascita della biblioteca a Scampia verrà inserita nel circuito delle biblioteche pubbliche, con la speranza che sia la prima di una lunga serie di iniziative volte a riqualificare ambienti degradati e sottratti alle Mafie.

 

N&D Nadine Fashion Stylist

PHI Foundation

Fedez e Chiara Ferragni aiutano i bimbi del Policlinico di Pavia

1 Fedez e Chiara Ferragni per i bambini ricoverati:

Il cantante milanese Fedez e la fashion blogger Chiara Ferragni hanno fatto visita ai bambini ricoverati nel reparto di Onco-ematologia. Per tutto dicembre Chiara Ferragni devolverà il ricavato degli accessori del suo sito alla Fondazione Soleterre

Una visita a sorpresa. La coppia più «in» del momento, Fedez e Chiara Ferragni – futuri genitori di Leone (che porterà il doppio cognome Lucia Ferragni) ha visitato il reparto di Onco ematologia pediatrica del Policlinico San Matteo di Pavia.

Ed è così che si sono scattate foto, selfie, autografi e ci sono stati  tanti sorrisi per i bambini e le circa duecento persone, tra visitatori e degenti, che erano in ospedale in occasione della festa di Natale.

2 Natalent: Pediatria’s got Talent

Il Natalent: Pediatria’s got Talent, così è stato soprannominato l’incontro, è avvenuto sabato 16 dicembre alle 11. Il cantante milanese Fedez  e la compagna  Chiara Ferragni si sono prestati per uno show tutto da ridere che faceva la parodia di due programmi molto noti X Factor e Italia’s Got Talent.

Durante l’evento di beneficenza la coppia, ha raccolto una consistente somma per la Fondazione Soleterre che collabora con il San Matteo. Una somma che si va ad aggiungere al denaro promesso dalla blogger che aveva annunciato su Instagram il proprio sostegno alla Fondazione a cui destinerà il ricavato della vendita degli accessori presenti sul suo account Depop per tutto il mese di dicembre.

La Fondazione Soleterre interviene all’interno del Policlinico San Matteo di Pavia attraverso attività di supporto psicologico ai bambini ricoverati nei reparti di oncologia pediatrica e alle loro famiglie attraverso una supervisione psicologica del personale medico e dei volontari, l’attività di mediazione linguistica e culturale e lavori di ristrutturazione e riqualificazione degli spazi ospedalieri.

L’iniziativa di Fedez e Chiara Ferragni ha sicuramente reso felice  i tanti bambini ricoverati ed ha  fatto onore alla Fondazione Soleterre che collabora con la pediatria del Policlinico San Matteo a Pavia in occasione della la festa di Natale.

 

N&D Nadine Fashion Stylist

PHI Foundation

Un maglione natalizio per aiutare i bambini di Save the Children

Chi di noi non ha adorato il buffo maglione natalizio indossato da Colin Firth nel film Il Diario di Bridget Jones? Bene, Natale è ufficialmente alle porte e Save the Children ci offre un ottimo motivo per indossarne uno anche noi. Torna infatti per il secondo anno consecutivo in Italia il Christmas Jumper Day, l´evento natalizio a tema “maglione buffo” ideato dall´Organizzazione internazionale dedicata ai bambini in difficoltà.

L’appuntamento è per il 15 dicembre, il luogo, invece, puoi sceglierlo tu. Chiunque, infatti, può decidere di aderire al Christmas Jumper Day organizzando una festa natalizia in ufficio, a casa o a scuola e contribuire, così, a donare un sorriso ai tanti bambini di cui Save the Children si occupa in tutto il mondo.

Partecipare è semplice. Basta iscriversi sul sito www.christmasjumperday.it/ scegliendo di aderire all´evento benefico come singolo o gruppo classe, e poi invitare amici, colleghi, parenti o compagni di scuola (rigorosamente indossando un maglione natalizio) a divertirsi insieme e a donare piccole o grandi cifre a favore dei bambini meno fortunati.

“Metti un maglione e dai ai bambini un futuro migliore” è infatti lo slogan scelto da Save the Children per lanciare anche in Italia un´iniziativa che nei Paesi di lingua anglosassone è già una moda. Poco importa che il tuo jumper abbia le renne, un pupazzo di neve, gli omini di pan di zenzero o il volto di Babbo Natale. Anzi, come ci ricorda lo spot di lancio dell´iniziativa di cui è protagonista Manuel Agnelli, il giudice di X Factor e cantante della band Afterhours, “più il maglione è buffo, più il divertimento è assicurato”.

E se in tanti vi starete chiedendo “ma io dove lo trovo un maglione natalizio?”, niente paura, Save the Children ha pensato anche a questo: registrandovi sul sito dell’evento, riceverete gratuitamente il Jumper Kit contenente istruzioni e decorazioni per realizzare il vostro Christmas jumper “fai da te”, insieme a qualche spunto per raccogliere le donazioni che, inviate all’organizzazione, serviranno a finanziare i tanti progetti che essa ha all’attivo in tutto il mondo.

A questo punto non resta che “indossare” il Natale e divertirsi facendo del bene al prossimo, con un maglione natalizio puoi aiutare dei bambini ad essere più felici.

 

Enza Chiappone

PHI Foundation

 

 

Il Progetto esodo in ReverseLab

1. L’Impresa del Design:

Cari Lettori, oggi facciamo luce su come dal carcere all’impresa sia stato possibile che duemila detenuti in sei anni  siano stati coinvolti, in un  Progetto esodo in ReverseLab  sostenuto dalla Fondazione Cariverona: un laboratorio che produce orologi, arredi e contenitori: «Il reinserimento è interesse di tutti.»

Una di quelle attualmente in piena espansione è partita tre anni fa con un corso di artigianato tutto particolare: un gruppo di architetti e designer ha deciso di insegnare a una quindicina di detenuti come ricavare dal legno oggetti di arredo, partendo dai pallet di scarto, per esempio, e adesso quegli oggetti prodotti in carcere vengono non solo venduti in tutta Italia ma alcuni dei detenuti sono stati assunti – pur stando tuttora in carcere – dal gruppo stesso dei designer e artigiani che li ha formati.

2. Il progetto esodo 

Il Progetto Esodo rappresenta una delle tante iniziative  promosso e sostenuto in particolar modo dalla Fondazione Cariverona in collaborazione con varie Caritas diocesane del Veneto, per occuparsi di una di quelle categorie di persone di cui tanto si parla nei convegni dedicati all’impegno sociale, che però poco interessano in realtà alla maggior parte della gente comune: e cioè appunto i galeotti. L’obiettivo del progetto esodo in ReverseLab, come sintetizza la responsabile che lo segue per la FondazioneMarta Cenzi, è riassumibile così: «Creare per queste persone un percorso con tre punti di arrivo che sono lavoro, abitazione, formazione». Non per buonismo ma per un senso di giustizia il cui beneficiario finale, come dicono i numeri, è la società nel suo insieme: «Chi esce di prigione e trova un lavoro, una casa, un contesto in cui ricominciare una vita ha ovviamente meno probabilità di commettere di nuovo un reato. Il che è innegabilmente una vittoria non solo per lui ma per tutti». E per verificarlo con le cifre tra le mani  è stata commissionata una ricerca da parte di Euricse, i cui risultati arriveranno l’anno prossimo.

3. Duemila detenuti ed il progetto esodo in ReverseLab 

Dal 2011 a oggi – questo è il suo tempo di vita finora – il Progetto Esodo in ReverseLab si è allargato come un tappeto nelle case circondariali di Verona, Vicenza e Belluno, e poi in altre strutture esterne di esecuzione ossia a Mantova ed Ancona, toccando una popolazione carceraria di oltre duemila persone tra cui un centinaio di donne. Complessivamente sono state messe in piedi per loro in questi anni – il dato è aggiornato a qualche tempo fa – 2.107 iniziative tra «corsi di formazione, sostegno alla persone, accoglienza residenziale, orientamento al lavoro, contratti, esperienze di tirocinio, laboratori occupazionali». Il tutto con un impegno finanziario che solo nel primo triennio aveva superato di molto, da parte di Fondazione Cariverona, la quota di 6 milioni di euro, a copertura del 90 per cento del totale delle spese. A testimoniare il fatto che quando una cosa funziona crea imitazione è ancora Marta Cenzi: «Nonostante le percentuali esatte dei risultati non siano ancora disponibili possiamo già dire che su Trento e Belluno stanno crescendo in modo costante le imprese che collaborano con i vari progetti di inserimento lavorativo avviati negli anni».

Uno dei più innovativi, in questo caso su Verona, è come si diceva quello del gruppo ReverseLab: «Siamo una impresa sociale – dice Federica Collato che ne è stata tra i fondatori – di design sostenibile. Facciamo progettazione e produzione artigianale. Recuperiamo legno e lo reinventiamo: in oggetti, orologi, contenitori. Ora in vendita online e tramite i punti di Altro Mercato. Con i detenuti di Verona abbiamo iniziato nel 2014. Il primo anno sono stati 15 e hanno studiato per imparare. Via via ci siamo concentrati sull’approdo a un lavoro. Quest’anno abbiamo aperto una linea produttiva interna al carcere e assunto con un contratto regolare i primi due: scontano la loro pena, ma lavorano e guadagnano, quando usciranno avranno davanti un progetto da continuare».

Questo progetto esodo molto importante ha lo scopo di rinascita attraverso il lavoro e rappresenta così un simbolo  per gli oltre duemila detenuti che dal carcere all’impresa di riciclo del legno ricrea oggetti nelle più svariate forme di design  con la prerogativa di  cambiare  loro la  vita ringraziando così la  Fondazione Cariverona che ha permesso e sostenuto  il progetto  esodo in  ReverseLab fin dalla nascita per dare la possibilità di un futuro migliore ai detenuti in carcere  una volta scontata al pena.

 

N&D Nadine Fashion Stylist

PHI Foundation

MITOCON: Una famiglia contro le malattie mitocondriali

A volte la vita ci pone davanti delle sfide, come quelle delle malattie mitocondriali, che ci sembrano insormontabili, poi succede qualcosa e capisci che non solo puoi farcela ma puoi aiutare anche altri a scalare la montagna.

È quello che è successo a Cristina, mamma di una splendida bambina, malata di una patologia incurabile, debilitante, quasi sconosciuta; anzi una malattia che è difficile da individuare, difficile da diagnosticare perché in realtà non è una sola malattia ma (sono) una famiglia di malattie.

Stiamo parlando delle malattie mitocondriali, un gruppo eterogeneo di patologie che possono insorgere sia in età pediatrica che in età adulta, con una notevole variabilità delle manifestazioni cliniche e del loro decorso.

Queste  sono delle malattie che si presentano con dei disturbi dovuti a disfunzioni della catena respiratoria e che possono colpire una molteplicità di organi e di tessuti dell’organismo in maniera imprevedibile e non quantificabile.

Una caratteristica comune in queste patologie è l’intolleranza agli sforzi, la facilità con cui l’individuo si affatica con poco e l’accumulo di acido lattico nei tessuti muscolari.

Ma si sa, l’unione fa la forza e dalle difficoltà di alcune famiglie di comprendere e aiutare i propri cari nasce, nel 2007, MITOCON, un’associazione di volontariato diventata punto di riferimento in Italia per le persone affette da malattie mitocondriali, per le loro famiglie e per l’intera comunità scientifica che si occupa di queste patologie.

Cristina ci parla della sua storia e della necessità di essere messa in contatto con altre famiglie che devono affrontare avversità simili alle sue. Scopre MITOCON e finalmente si sente in famiglia, capita e compresa.

Le avversità possono dividere, ma possono anche unire e in questo caso il collante è forte. Ogni anno l’associazione organizza un Convegno Nazionale e per loro è come se fosse “ Natale ”. Ci si rivede, ci si aiuta, ci si confronta su come superare determinate difficoltà. L’empatia e la forza che si respira in quei tre giorni sono il più grande dono che si riceve durante tutto l’anno.

MITOCON ha lo scopo di essere un punto di aggregazione, sostegno e informazione per i pazienti e le loro famiglie, di informare e sensibilizzare l’opinione pubblica, di supportare la ricerca e raccogliere fondi per mantenersi attivi e dare supporto a tutti i malati che cercano aiuto.

Diagnosticare questa malattia non è per nulla semplice e se oggi, grazie ad una maggiore conoscenza di queste malattie, per i bambini risulta meno complicato identificarla (almeno a livello clinico), quando la malattia compare in età adulta è molto difficile ottenere delle risposte chiare ed esaustive in tempi brevi .

La difficile interpretazione dei sintomi che riconducono a queste patologie è dovuta non solo al fatto che non viene colpito sempre lo stesso gene, ma che se risulta malato il medesimo gene non è detto che i sintomi siano gli stessi da paziente a paziente.

MITOCON è la famiglia dei malati mitocondriali, aiuta, “protegge” e in questo caos, in questa moltitudine di sofferenze è presente per non fare mai sentire solo e abbandonato chi lotta.

Le famiglie si autoalimentano di coraggio, si comprendono e si sostengono a vicenda. Hanno creato una comunità meravigliosa che lavora anche attraverso i social network. Andate a visitare la loro pagina facebook, troverete informazioni utili e aggiornate su tutto ciò che riguarda le malattie mitocondriali e sulle opportunità offerte dall’associazione.

 

Laura Giacometti

PHI Foundation

Il servizio civile a Milano

1 I ciechi in ritirata dal servizio civile a Milano: l’occasione mancata

Cari lettori, si dice che il meccanismo di reclutamento di volontari con cecità al servizio civile e  degli accompagnatori per la realtà di Milano non funziona e allontana i giovani. L’assegno mensile è ritenuto basso in relazione al costo della vita, invece per quanto riguarda i tempi di «ingaggio» risultano essere troppo lunghi.

Il punteggio attribuito ai progetti di servizio civile dell’Unione italiana dei ciechi e degli ipovedenti onlus, per Milano è quello massimo. Ma i risultati sono che l’aiuto concretamente arrivato a chi è in difficoltà per andare e tornare dal lavoro oppure per svolgere qualsiasi mansione quotidiana, non sono per niente proporzionali. Gli effetti dei progetti ritenuti validi dal Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale, sono purtroppo minimi, o di sicuro insufficienti alle necessità. Ma qual è esattamente il motivo?

Arruolare i volontari risulta essere molto  difficile. Stà  di fatto  che  il meccanismo da parte del  servizio civile nel caso dei non vedenti bisognosi di accompagnamento a Milano non funziona: si tratta di  un’occasione mancata.

2 Cause dell’insuccesso: Lentezza, Allarme e Terzo Settore;

Le ragioni dell’insuccesso sono soprattutto due, cerchiamo quindi, di  fare  un po’ di chiarezza: il primo dato è la lentezza ossia quella dei tempi d’avvio dei singoli progetti: tra uno e l’altro si crea un «vuoto enorme » di servizio di 3-4 mesi (anche se dall’anno prossimo la situazione dovrebbe migliorare). Invece viene erogato dall’altro fronte, un assegno ai volontari poco appetibile soprattutto nella realtà di Milano: se 433 euro di contributo mensile in certi contesti geografici possono rappresentare una grande opportunità per i giovani, non si può dire lo stesso nel capoluogo lombardo dove il compenso è ritenuto basso in relazione al costo della vita e dove, di conseguenza, per questa cifra spesso si fanno avanti figure non troppo motivate. Ma c’è ben altro cari lettori: dall’avvio del bando  2017  e dalle relative selezioni, passano circa nove mesi di intralci burocratici prima che i volontari possano entrare effettivamente in servizio, cosi ad esempio per i colloqui svolti nel  luglio scorso, per i prescelti se ne parlerà a metà marzo del 2018. Un tempo troppo lungo per chi è giovane e in attesa di opportunità, con il risultato che molti ragazzi che oggi dicono sì, domani sono altrove e proiettati su altri progetti più convincenti.

La lentezza non sempre facilita le cose è necessario rendersene conto.

Un altro punto chiave è quello che ad aver lanciato il grido d’allarme, sia stato proprio il presidente dell’Unione italiana dei ciechi e degli ipovedenti onlus di Milano, Rodolfo Masto, che rivolge un appello generale affinché «si correggano le distorsioni dell’impianto del servizio civile», ma anche un appello particolare al sindaco di Milano, Beppe Sala, perché intervenga in tempo per risanare  la situazione. Voi tutti vi chiederete in che modo? Si tratta semplicemente di pattuire, come già è stato fatto a Roma, una convenzione con l’Unione per assicurare contributi vincolati agli accompagnamenti dei ciechi, da assegnare nei mesi di sospensione dei progetti e in aggiunta all’impegno dei volontari. «Ogni giorno – spiega Masto – a Milano ci sono 18 ciechi da portare al lavoro, tra le 7 e le 8 del mattino. Gli accompagnamenti necessari nell’arco della giornata sarebbero 130. L’attuale meccanismo del servizio civile è tale per cui dei 32 volontari assegnati ne sono rimasti appena dieci. Per il 2018, a fronte di 32 posti assegnati ne sono stati selezionati solo 16, che dovrebbero iniziare a metà marzo. Il reclutamento è sempre più difficile. Ma noi non possiamo interrompere questo servizio e del resto non riusciamo neanche, da soli, a far fronte a tutte le necessità del territorio. Con un piccolo contributo del Comune potremmo coinvolgere almeno una decina di ragazzi in più».

Con queste parole si spera che l’allarme dato venga accolto il prima possibile per dare a tutti un’opportunità per i ciechi bisognosi  di un’esperienza significativa nel servizio civile nazionale.

Infine vi è la Riforma del terzo settore in cui il presidente milanese dell’Unione italiana si augura che anche nell’ambito dei correttivi della riforma del Terzo settore «si possa trovare una soluzione per avvicinare la tempistica della legge ai bisogni». «Il servizio di accompagnamento per ciechi e ipovedenti è vitale – insiste Masto – anche perché la situazione di Milano è particolarmente complessa. Le condizioni del traffico rendono molto difficile l’uso dei cani guida. Per gli accompagnamenti la nostra sezione è costretta a integrare le prestazioni dei volontari civili con il lavoro di operatori retribuiti con risorse dell’Unione, a questi si affiancano tanti cittadini volontari cui devono però essere rimborsate le spese di viaggio. Ma i fondi non bastano più. Ecco perché proponiamo di aprire un tavolo con le istituzioni per cercare soluzioni insieme ».

Alla luce dei fatti si nota ancora una volta una forte incapacità di poter gestire al meglio la possibilità di  lavorare volontariamente nel servizio civile a Milano e dopo queste note non rimane altro che sperare che qualcosa cambi ed avvenga veramente una riforma nel terzo settore capace di togliere la lentezza burocratica e che infine l’allarme possa essere percepito come un inno per riportare organizzazione e praticità nelle burocrazie verso chi  intende partecipare al progetto del servizio civile in particolar modo a  Milano.

 

N&D Nadine Fashion Stylist

PHI Foundation

 

OXFAM: Eliminare la povertà e le disparità sociali

Povertà , disuguaglianze, disparità sociale, condizioni di vita precarie al limite della sussistenza, queste sono le problematiche che portano alla nascita di OXFAM.

Partita nel lontano 1942 da alcuni studenti di Oxford, per portare cibo alle donne e ai bambini greci stremati dalla guerra, si è diffusa in breve tempo in tutto il mondo e oggi è una vera e propria confederazione internazionale di organizzazioni no profit che lavorano insieme in più di 90 paesi.

In particolare in Italia, OXFAM, nasce dall’esperienza Ucodep, organizzazione non governativa che per  oltre 30 anni si è occupata di migliorare le condizioni di vita delle persone povere, dando loro gli strumenti per costruirsi un futuro.

Questa associazione di volontariato si impegna nell’educazione interculturale, attivando Campagne di opinione e sensibilizzazione, promuove il commercio equo solidale e dall’inizio del 2000 collabora a livello globale nelle situazioni di emergenza.

Con i propri volontari, interviene nelle emergenze umanitarie causate da catastrofi naturali, come terremoti e tsunami, o dalle guerre senza senso dell’uomo, portando acqua, servizi igienico-sanitari e rifugi alle popolazioni, aiutando a ripristinare i servizi idrici e fognari e sostenendo la ricostruzione fino al ritorno alla normalità.

Un altro grosso obiettivo di OXFAM è quello favorire la diffusione dell’istruzione per tutti, soprattutto per le donne che subiscono condizioni di disparità in gran parte del globo e sono tra le principali vittime della violenza e della fame.

La missione di OXFAM è quella di combattere le disparità, aiutando le persone a riappropriarsi del proprio destino e offrendo  loro gli strumenti necessari per realizzare un futuro migliore.

In questo periodo in Italia, OXFAM sta organizzando il Progetto PACCHI DI NATALE, un’iniziativa atta a raccogliere fondi per l’emergenza acqua, malnutrizione e carestia nei Paesi del Centro e del Sud dell’Africa.

In vari centri commerciali e in alcuni negozi, in giro per tutto il Paese, a partire dall’8 dicembre potrete trovare dei banchetti che offrono il servizio di farvi un bel pacco regalo per tutti i doni da voi acquistati. Con un piccolo contributo, usufruendo di  questo simpatico e utile servizio, potrete anche voi aiutare a ridurre la disuguaglianza e le ingiustizie che dilagano nel mondo.

OXFAM ed i suoi volontari non si fermeranno mai fino a quando la povertà e le ingiustizie sociali non verranno eliminate, permettendo ad ogni individuo una vita degna di essere vissuta.

 

Laura Giacometti

PHI Foundation

Il Fondo Serenella e lo spettro del suicidio

1  La tentazione del suicidio e la nascita del Fondo Serenella

Cari Lettori, oggi scrivo dell’idea innovativa da parte di una donna, una vera guerriera che nonostante la sua rabbia ed il suo dolore è riuscita ad emergere con positività scavalcando le barriere dell’impossibile ma soprattutto quella del suicidio. Questa donna ha fondato un’ associazione anti-suicidi chiamata il “Fondo Serenella”.

Lei è Serenella Antoniazzi, imprenditrice Veneziana di Concordia Sagittaria che dopo essersi trovata in grossa difficoltà con la sua azienda, per una commessa mai saldata, disperata, si è lasciata trasportare dal più tenebro pensiero: il suicidio.

Successivamente, per non cadere nell’oblio, ha avuto la forza di agire ed oltre ad aver fondato un’ associazione anti-suicidi  dal nome «Fondo Serenella» per gli imprenditori che si sono ritrovati in difficoltà, ha anche fondato insieme al fratello un’altra associazione chiamata la «Stanza delle idee» salvando altre vite dal buco nero della crisi .

Serenella si racconta così: «Sono in autostrada, i camion sfrecciano alla mia sinistra. Il clacson di un tir mi stordisce… non posso portare a casa un’altra sconfitta. Il respiro diventa affannoso, se accelerassi e chiudessi gli occhi, un attimo, uno schianto, poi sarebbe tutto finito…».

Dalle sue parole trapela un senso di colpa enorme in cui non è semplice ammettere l’ennesima sconfitta e spesso ci si ritrova soli, dinnanzi a pensieri cupi proprio come è successo alla nostra Serenella Antoniazzi.

2 Dal suicidio alla rivoluzione anti-suicidi :

I motivi che la spingono a portare avanti questi pensieri così forti sono iniziati da quando con la sua piccola azienda di levigatura del legno,  ha dovuto fare i conti con una commessa mai saldata, si tratta di un enorme buco nero che ammonta a circa 400 mila euro. Per Lei, cresciuta nel capannone costruito dal padre, dove ha iniziato a lavorare a 16 anni, quel baratro è diventato un incubo. Il lavoro e la fabbrica, la sua vita e la sua identità erano tutto per Lei. Il rischio di poter perderli, di fallire, spesso era sinonimo di annientamento della sua persona. Per questo è stata a un passo dal suicidio. Una famiglia da mandare avanti, gli operai che contavano su di Lei, la latitanza dello Stato, le porte sbattute in faccia dalle banche. E quella voragine causata dal mancato pagamento di un suo cliente.

3 Dalla sconfitta alla rivincita: il Fondo Serenella

Ma invece di morire, Serenella si è rimboccata le maniche, si è messa a capo di altri imprenditori, ha marciato su Roma, ha fatto leva sui palazzi della politica e combattuto fino alla fine.

Finché dopo quattro anni, la sua battaglia è diventata una rivoluzione, che ha costretto prima la Regione Veneto e poi il governo ad approvare il «Fondo Serenella» per gli imprenditori che si trovano in difficoltà. In questo Fondo Serenella vi sono diversi finanziamenti sia regionali (un milione di euro), che nazionali (trenta milioni di euro, dieci all’anno) a imprese vittime di mancati pagamenti di clienti, che denunciano questi comportamenti dolosi. In sostanza un fondo «anti-suicidi».  Ma cosa le ha dato tutta quella  forza per poter andare avanti?

Lei risponde così: «In teoria avrei dovuto chiudere, mettere in liquidazione l’azienda, ripartire da un’altra parte con un altro marchio come fanno tutti. Ma ho continuato a lottare. Caricavo i miei prodotti sui camion e pensavo: fra 30 anni ci sarà qualcuno che userà ancora la cucina che ho contribuito a costruire, lì scalderà il latte per il suo bambino, preparerà la cena per la famiglia».

Questa  tragica vicenda di Serenella Antoniazzi, per fortuna a lieto fine, è diventata anche un’ opera teatrale «Rosso Io non voglio fallire», portata in scena dall’attrice Giulia Bornacin: ogni spettacolo concluso con dieci minuti di applausi, standing ovation e pubblico in lacrime.

Ma Serenella non si ferma. Dopo avere salvato la sua azienda vuole aiutare anche gli altri. Grazie ai contributi del «Fondo Serenella» del governo, ha ripianato il debito della sua azienda prendendo così la decisione di voler chiudere quel capitolo. Ha lasciato l’azienda al fratello e ha fondato con Riccardo Palmerini «La Stanza delle Idee», associazione culturale che aiuta piccole imprese in difficoltà e sviluppa e sostiene idee e aziende di donne. Ma Voi tutti vi chiederete in che modo oggi, Serenella  aiuta gli imprenditori vittime della crisi? Attraverso soluzioni legali e di management per tirarli fuori dal guado!

Alla storia di Serenella si è ispirata anche una tesi di laurea: Mohamed Abdulrazzak Achouri, studente siriano di Economia e Management all’Università di Padova, ha affrontato il tema della crisi dal punto di vista psicologico e sociale, partendo dal «caso Serenella». Ha voluto Lei come co-relatrice di laurea. E ora con altri cinque studenti sta lavorando insieme all’associazione «La Stanza delle Idee». E come ha  esplicato Mohamed davanti alla commissione di laurea: «Il lavoro per gli imprenditori del Nordest diventa un’ossessione, ma entrando dentro la vita delle persone capisci che questo accade perché nelle imprese di famiglia anche i dipendenti diventano parte della famiglia e l’imprenditore ha su di sé la responsabilità enorme dell’esistenza di tutti».

Questa vicenda, ricca di contenuti  rimarrà nel corso della storia, un altro esempio di come per fortuna, nonostante le sconfitte ci si è risollevati dando  un senso innovativo allo sconforto attraverso un’ idea fenomenale che vale più di ogni altra cosa, ponendosi l’obiettivo di offrire supporto per gli imprenditori che ogni giorno si trovano in difficoltà, dovendo fronteggiare quel buco nero della crisi economica, ritrovandosi spesso valutare “soluzioni estreme”.

Bisognerebbe prendere in considerazione questo punto di riferimento essenziale di aiuto e ricordare che un’ associazione anti suicidi completamente rivoluzionaria chiamata il Fondo di Serenella potrebbe aiutare a superare i diversi ostacoli  economico-finanziari e togliersi dalla testa il pensiero del suicidio.

 

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Il Rap antibullismo di Sfera Ebbasta

1 . Il Disco d’Oro contro il bullismo :

Cari Lettori, nel 2016  i rapper Sfera Ebbasta e Cahrlie Charles hanno vinto il disco d’oro per l’album “Sfera Ebbasta”, successivamente il Rapper di Ciny e il Suo storico produttore, hanno deciso di mettere il disco all’asta benefica Anti bullismo.

Chi ha comprato il Disco ha avuto nello stesso tempo l’opportunità di aver fatto una buona azione, visto che il ricavato dell’asta  verrà raccolto su Charity star e sarà interamente devoluto a “Global Humanitaria Italia Onlus”, per il sostegno di una formazione mirata agli insegnanti.

2. La mission dell’asta benefica e cenni dell’associazione Global Humanitaria Italia Onlus :

Global Humanitaria Italia Onlus è un’associazione che si definisce “internazionale, apartitica, aconfessionale ed indipendente, che persegue finalità di solidarietà sociale nei paesi del Sud del mondo e in Italia.”

Opera  attivamente in diversi paesi come il Perù, Bolivia, Guatemala, Colombia, India, Cambogia e Costa D’avorio e promuove progetti per il miglioramento delle condizioni di vita dei bambini e delle loro famiglie attraverso l’adozione a distanza. Grazie agli interventi dell’associazione ogni bambino ha la possibilità di mangiare, di essere curato, di studiare e di vivere serenamente insieme ai propri cari.

Nel 2015 Global Humanitaria Italia Onlus ha inoltre avviato in Italia il progetto “La violenza psicologica uccide. Fermiamola ora!”, con il fine di sensibilizzare ed offrire supporto psicologico e legale alle vittime di violenza psicologica in tutte le sue manifestazioni (bullismo nelle scuole, mobbing sul lavoro, comportamenti manipolatori nelle relazioni private). Il ricavato dell’asta sarà destinato al progetto “Bully you are a loser!” per la lotta Anti bullismo nelle scuole e per la diffusione di una cultura del rispetto.

L’asta partirà da una base di 500 euro e  si concluderà il 6 novembre . Ma oltre il ricavato, qui a contare è anche il messaggio umanitario.

3. Le motivazioni che hanno spinto il cantante Rap a mettere all’asta il suo disco d’oro Anti Bullismo :

La sintesi perfetta che ha  motivato il cantante Rap Sfera Ebbasta  durante la realizzazione di questo grande progetto umanitario, è stato originariamente spinto dal ricordo effimero di quando Lui ed alcuni suoi amici  si trovavano tra i banchi di scuola. Si celava spesso un insulto sistematico verso chi, troppo spesso era considerato come diverso. E’ così nel corso degli anni hanno imparato che il bullismo non era una goliardata, ma uno dei problemi più pesanti che sta massacrando troppe adolescenze attuali. Così Sfera Ebbasta, insieme al suo produttore e amico (da sempre) Charlie Charles, hanno deciso di sfruttare l’onda lunga del loro successo e mettere all’asta su Charity Stars il loro disco d’oro.

«Ho 24 anni e la fortuna di essere riuscito a farcela nella vita. Sento il dovere di fare qualcosa per i giovani che mi vedono come un modello» dice Sfera.

Infine, credo che sia meraviglioso poter leggere e vedere che anche nell’industria della musica, si possano fare anche azioni benefiche per l’ umanità.

Sono sicura che questo progetto verrà apprezzato ed anche che il significato che sono riusciti a dare il cantante Sfera Ebbasta & Charlie Charles per la musica Rap  sia stato eccellente, in quanto troppo spesso si ha un’idea della musica Rapper, come di una musica violenta ed aggressiva ed invece, con questo contributo umanitario, si è svelato anche un sentimento diverso che ha superato ogni luogo comune.

Perché la musica oltre a farci emozionare è in grado anche di aiutare e questo intento da parte del  cantante Rap Sfera Ebbasta  di voler mettere all’asta benefica il disco d’oro Anti bullismo stà riuscendo nel migliore dei modi !

 

N&D Nadine Fashion Stylist

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Daniele Rocca, un City Angels

Il volto che non tutti conoscono di Daniele Rocca.

Una decina di anni fa, Daniele Rocca venne invitato da una ragazza, sua amica, a partecipare come ospite alla serata inaugurale della sede di Torino dei City Angels.

I City Angels, con Mario Furlan presidente, sono degli operatori umanitari che aiutano principalmente i senza fissa dimora ed i senza tetto, portando loro ogni sera coperte, vestiti, sacchi a pelo e cibo, in molte città d’Italia.

Colpito dal fatto che la ragazza fosse diversamente abile e facesse la volontaria, Daniele Rocca decide di farne parte e inizia un’esperienza di volontariato presso i City Angels di Roma.

Nella mente c’era l’intenzione di fare qualcosa per le numerose persone che gli capitava di vedere durante i suoi viaggi di lavoro, alle stazioni e agli aeroporti, bisognose e spesso normali, senza per forza avere patologie psichiche o fisiche.

Osservandole, Daniele Rocca si rende conto che queste persone spesso si sono trovate all’improvviso senza niente o a seguito di un divorzio o perché hanno perso la famiglia.

Qualcuno ha scelto la vita di un senza fissa dimora liberamente ma sono in numero molto esiguo.

Il fatto di essere fortunato ha convinto Daniele Rocca a tornare a fare volontariato, come da giovanissimo aveva fatto guidando le ambulanze della Corce Rossa e Croce Verde.

E da una decina di anni è stato insignito del riconoscimento di socio onorario dei City Angels.

Come altri colleghi e colleghe del mondo dell’arte è contento di farlo. Purtroppo per il suo lavoro non può esser d’aiuto ogni giorno ma contribuisce a “fare rumore” e dare voce a queste persone.

Il più delle volte si tratta semplicemente, dice lui, di servire a tavola il giorno di Natale, in ristoranti che mettono a disposizione il loro locale.

L’episodio più emozionante che ricorda Daniele Rocca, vede come protagonisti due anziani signori, marito e moglie, e il loro sorriso. Lui portava un piatto a tavola e l’anziana signora non vedeva l’ora di potergli donare una caramella, unica cosa che avesse da regalargli… in realtà entrambi gli anziani, donarono a Daniele Rocca un sorriso ed un ringraziamento preziosi. Il sorriso può capitare tutti i giorni di riceverlo ma spesso è finto; quello della coppia di senza fissa dimora fu sincero!

Il sorriso, il regalo più bello in giornate difficile come può essere il Natale. Un momento in cui la solitudine si fa sentire graffiante e la malinconia arriva all’improvviso.

Le emozioni che negli anni di volontariato Daniele Rocca ha collezionato sono di gioia e soddisfazione, pienezza. Il fatto di fare poco e strappare tanto come un sorriso. Un grazie che vale molto di più di tanti altri.

Daniele Rocca, non crede di essere veramente d’aiuto; gli attori singolarmente danno una mano e fanno rumore, focalizzando l’attenzione generale su di loro, i più bisognosi.

I City Angels che realmente fanno qualcosa, sono coloro che si mettono in gioco tutti i giorni scendendo in mezzo alla strada, incontrando nelle vie i senza fissa dimora e diventando i loro Angeli.

 

Simona Serro

PHI Foundation

Suor Rosemary

  1. Introduzione della Storia di Suor Rosemary:  

Suor Rosemary, ha aperto una scuola in Uganda per le ragazze vittime di abusi e torture, cosicché possano diventare delle sarte.

Vorrei  scrivere, raccontando del  coraggio di Suor Rosemary che nonostante le numerose maschere oscure è riuscita comunque a dare serenità e calma nella vita di queste ragazze di Gulu in estrema difficoltà.

Suor Rosemary è stata inserita dal Time fra le centro donne più influenti.

E’ stata ospite del primo Festival della Missione che si è svolto recentemente a Brescia  lo scorso 15 ottobre. Ma cosa avrà mai fatto di così tanto particolare una piccola suora cattolica per finire nell’elenco stilato dal Time delle cento donne più influenti del mondo, dove abitualmente entrano personaggi come Angela Merkel Ivanka Trump?

La risposta può sembrare quasi dantesca ma è la pura verità: è scesa all’inferno e vincendo le sue paure, ha riportato alla luce quante più creature possibili, in gran parte giovani donne. Qualcuno l’ha ribattezzata anche come «la Madre Teresa di Gulu» una  divinità  proveniente dalla città del Nord dell’Uganda. Quando giungerete al termine  di questa  Storia, forse anche Voi, avrete un candidato nel Vostro cuore, al Nobel per la Pace: Suor Rosemary Nyirumbe.

2  La Guerra in Uganda e Le Ragazze di Gulu: 

Non tutti sanno che nel Nord dell’Uganda la terra solitamente è rossa, ma negli ultimi trent’anni quel colore è stato accentuato da un fiume di sangue. Ma cos’è accaduto veramente?  Un fanatico, dal nome Joseph Kony, si mise alla testa di un gruppo di ribelli e chiamò i suoi disperati Esercito di Resistenza del Signore (LRA), dichiarando di voler ripristinare i Dieci Comandamenti con un sadismo che si fatica anche solo a pensare. Suor Rosemary era cresciuta in una famiglia dove non le era mai mancato l’amore. Per questo decise  di diventare Suora, per restituire un po’ di quell’amore. Ha imparato a fare l’ostetrica, si è laureata e quando nel Nord dell’Uganda scoppiò l’ennesima guerra civile, le sue superiori la mandarono a dirigere la scuola di Santa Monica a Gulu.

E’ così che Suor Rosemary ebbe l’opportunità di insegnare  alle ragazze a confezionare degli abiti. Fu così, che in quel momento, scoprì il vero  inferno sceso in terra attraverso gli occhi di centinaia di ragazze.

Ormai, già da molto tempo si sapeva delle razzie di Kony, quello che si sapeva, racconta Suor Rosemary, è che entravano perfino nei villaggi, uccidevano, depredavano e rapivano i bambini per trasformarli in assassini che avrebbero dovuto “purificare” il mondo. Ma in realtà Lei non sapeva quello che sarebbe potuto succedere in seguito, nella foresta, e ciò che accadeva alle sopravvissute che riuscivano a tornare a casa. Alcune delle Sue allieve non alzavano mai neppure gli occhi nella scuola di sartoria . Poco dopo riuscì a riconquistare la loro fiducia e venne  inondata da storie che le tolsero il sonno.

Storie di bambine rapite di notte o mentre tornavano da scuola, stuprate davanti ai genitori che poi venivano uccisi, utilizzate come schiave del sesso per i soldati e obbligate a tornare nei villaggi a uccidere i loro parenti. Alla minima protesta venivano mutilate, seviziate, torturate. A volte anche solo per gioco, come in una tombola, a chi capitava si tagliava un orecchio, le labbra, un arto. A ogni assalto di villaggio venivano dati degli obiettivi: “devi ucciderne almeno cinque, altrimenti uccidiamo te”.

Ma per fortuna ci sono state ragazze che sono riuscite a salvarsi, ma una volta  tornate a casa erano considerate comunque immonde, scarti, loro e i loro figli, contaminate dalla malvagità dei banditi. E fu così che Suor Rosemary si decise a cogliere l’attimo per far si che quegli scarti se li potesse prendere anche Lei. Decise dunque che il passato non poteva  più esistere e che avrebbe potuto esserci solo un futuro migliore per le ragazze di Gulu. E così lanciò un messaggio via radio al Time, nella loro scuola di sartoria ed è così che le ragazze tornate dalla foresta con i loro bambini furono protette ed amate. Cominciarono a giungere a decine, centinaia.

Un’altra storia agghiacciante, narra di una ragazza rapita insieme alla sorellina: al primo fiume da guadare la costrinsero ad ucciderla con un coltellaccio perché rallentava la marcia.

Ma quando Suor Rosemary riuscì a convincerla che Dio l’avrebbe perdonata, è diventata la migliore sarta della scuola.

Queste ragazze sono state sfamate per anni nella scuola di sartoria che divenne simbolo di amore ed accoglienza,  venne costruita attraverso un metodo di organizzazione eccellente ed un servizio di catering incluso. Vi furono diversi  convegni, riunioni, matrimoni e tutto quel che capitava per racimolare denaro. Quando si riseppe di ciò che stava accadendo in questo sperduto posto Ugandese, a Gulu, cominciarono ad arrivare aiuti, soprattutto dall’America; si sono occupati del supporto alle ragazze di Gulu anche l’ex presidente Clinton e sua figlia Chelsea. Grazie a loro, sono riusciti a vendere negli Stati Uniti, come oggetti di lusso anche le borsette realizzate con le linguette delle lattine realizzate dalle ragazze.

Non vi sembra una “metafora”?

Gli scarti sono presto diventati pietre preziose, come le ragazze di Gulu, quasi tutte tornate a vivere una vita degna di essere vissuta.

Ma ciò che più ci incuriosisce è sapere quanta fede bisogna avere per vivere una vita come quella di Suor Rosemary, e come ha raccontato Lei: «La fede aiuta, certo. Ma io non sono brava a parlare di Dio, mi riesce meglio farle le cose, credere nell’impossibile. Così dovete fare Voi se volete aiutare l’Africa: insegnateci a lavorare e fate smettere le guerre; noi abbiamo bisogno di pace, giustizia e lavoro, non di carità».

Questa Storia ci insegna di come la volontà da parte di Suor Rosemary, possa aver cambiato completamente la vita di queste ragazze e potrebbe essere da esempio per qualsiasi individuo che ha le possibilità di fare del bene ma  spesso si oppone a quest’idea e solo attraverso l’intento positivo che si riscopre il gesto più solidale di poter finalmente aiutare concretamente le ragazze di Gulu, durante la guerra civile in Uganda, fa capire quanto sia importate inseguire  un cammino costruito sui passi della spiritualità e delle fondamenta che può lasciare un percorso di formazione scolastica, e poter essere in grado di acquistare maggior sicurezza e fiducia in se stessi, per non smettere mai di amare il prossimo e fare del bene come ha fatto Suor Rosemary per le ragazze di Gulu in Uganda durante la Guerra Civile.

 

N&D Nadine Fashion Stylist

PHI Foundation

I Figli di Abramo – Amici per la Pace, una condivisione possibile

Mentre USA e Israele escono dall’UNESCO, i Figli di Abramo – Amici per la Pace proseguono la loro azione per una pace globale con un dialogo importante tra persone di ogni religione.

Figli di Abramo – Amici per la Pace nasce come associazione di promozione sociale nel 2010, ma già dal 2006, sotto forma di libera aggregazione di amici era una realtà attiva nello scambio di opinioni, esperienze e nel confronto tra persone di religioni diverse.

Negli anni, il nucleo iniziale composto da ebrei, cattolici e musulmani si è aperto ad un più ampio dialogo sui temi dello spirito e della pacifica convivenza, trasformandosi in un luogo di incontro in cui trovano spazio e voce le istanze di chi crede e di chi si interroga sulla fede.

Figli di Abramo – Amici per la Pace è oggi un’associazione multireligiosa e multiculturale fortemente orientata al valore della persona, alla comprensione delle sue aspirazioni e delle sue necessità. Promuove quindi iniziative che possano favorire la reciproca conoscenza, da cui scaturiscono rispetto e attenzione vicendevoli, considerando il valore dell’amicizia come possibile bene comune. Opera spesso in sinergia in una rete di associazioni con cui condivide obiettivi e metodologie.

Conferenze, seminari, visite guidate a luoghi di interesse specifico fanno parte, insieme a proiezioni di film, delle attività di formazione svolte annualmente, inoltre è costante il sostegno ad associazioni che lavorano in Italia e all’estero nel campo dei diritti umani, attraverso l’organizzazione di concerti ed eventi. Ormai da qualche anno Figli di Abramo – Amici per la Pace collabora con la rivista Confronti nella realizzazione dei progetti Fiori di Pace e Semi di Pace.

Un’opportunità di dialogo fra le persone che nella loro vita appartengono a religioni diverse spostando in questo modo un discorso prettamente religioso in un’occasione di amicizia. Partendo dal presupposto che l’esperienza spirituale, cioè il credere in Dio, è fondamentale, l’Associazione nasce, quando dopo l’11 settembre si cominciava a parlare di guerre di religione. “E questa ci è sembrata un’affermazione contraddittoria perché chi crede in Dio non può impostare i rapporti con gli altri se non nella ricerca della pace in quanto riconosce che tutti quanti proveniamo da Dio”, dice Laura Onesti.

Nell’Associazione si approfondiscono tematiche anche di carattere religioso, è vero, ma la direzione è sempre quella di riportare il rapporto di ognuno con Dio. I membri non sono teologi o studiosi ma persone comuni spinte dal desiderio della condivisione cercando di evitare il pericolo di estremismi ed intolleranze che, oggi, sono in gran parte determinate dall’ignoranza delle Sacre Scritture.

Negli anni si sono anche aperti al buddismo e nello statuto si legge di questa apertura a tutte le forme di religiosità. Il che non porta ad un sincretismo religioso ma sempre all’approfondimento della propria esperienza religiosa.

Così i Figli di Abramo – Amici per la Pace danno voce e fiducia ad un mondo possibile, globale, dove ognuno sia una ricchezza per l’altro.

 

Simona Serro

PHI Foundation