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Colpire il tumore al seno partendo da una foto

La sfida per Onlus, Associazioni e Fondazioni che si occupano di tumore al seno è creare una campagna efficace di sensibilizzazione e di prevenzione. Da un lato, il seno è una parte del corpo femminile associata all’attrazione fisica e al sesso e ciò rende problematico mostrarlo, dall’altra, il tumore rappresenta un argomento difficile da trattare perché è inevitabilmente associato alla morte.

Come si manifesta il tumore al seno? Com’è un seno con un nodulo sottocutaneo? Come risulta al tatto? Muta colore? Consistenza? Quando in una campagna di sensibilizzazione dobbiamo “dire” al posto di “mostrare”, il messaggio “salva-vita” rischia di essere meno efficace ed impattante e tutte queste domande rischiano di rimanere insolute.

La Fondazione Umberto Veronesi ha creato la campagna Pink is Good per sconfiggere il tumore al seno delle donne. Sul relativo sito si possono trovare contenuti interessanti rivolti alle donne che vogliono avere più informazioni sulla prevenzione. Sono disponibili informazioni su come partecipare alle maratone in rosa organizzate dalla Fondazione a favore della ricerca. La campagna ha coinvolto molte sostenitrici e ha incentivato il passaparola tramite la possibilità di condividere banner sulle proprie pagine social nonché di acquistare gadget.

Però andando sul sito di Pink is Good della Fondazione Umberto Veronesi oppure Airc o di qualunque altra associazione impegnata nella ricerca contro il tumore al seno non c’è la prima cosa che cercherebbe una donna che ne vuole vedere i segni. Manca di fatto un’immagine o una foto di riferimento che mostri in modo semplice e immediato i sintomi della disfunzione. I classici cuoricini o fiocchi rosa per quanto ormai entrati nell’immaginario comune delle campagne di prevenzione del tumore al seno non danno veramente l’idea di come la malattia si possa manifestare.

Ecco che Erin Smith Chieze, sopravvissuta al tumore al seno, ha ideato una campagna per aiutare tutte le donne a identificare in maniera semplice segni sospettosi. Stufa dei soliti simboli quali fiocchi o cuori rosa, ha creato Knowyourlemons utilizzando 12 limoni come immagini metaforiche al posto dei seni e mostrando le varie manifestazioni dei segni del tumore.

Le donne in tal modo possono accedere nell’immediato a degli indicatori chiave che le aiuteranno a fare in autonomia una prima diagnosi, ma, come dice bene la campagna, senza farsi prendere dal panico perché alcuni cambiamenti che si possono notare sui seni sono normali e bisogna consultare il medico solo in caso persistano nel tempo.

La scelta della campagna Knowyourlemons di usare il giallo, il colore dei limoni, e non il classico rosa è davvero originale. Il giallo è il colore della luce solare ed evoca energia. Ed è proprio l’energia la carica umana che ci vuole per affrontare un tumore al seno, malattia che va a colpire una parte intima femminile così delicata.

La forza della campagna di Erin Smith Chieze è la sua validità ovunque perché può essere adatta per un Paese in particolare, come per tutto il mondo. Una strategia comunicativa di questo tipo in tema di tumore al seno non è mai stata creata prima. L’immagine dei “12 seni-limoni” sui social è stata condivisa oltre 25 mila volte.

Grazie Erin!

 

PHI Foundation è una Fondazione che si occupa di aiutare tutte le Associazioni operanti nel Terzo Settore, attraverso campagne di informazione e raccolta fondi.

Aiutaci ad aiutare con una piccola donazione, visita la nostra pagina qui.

Vanessa Doddi

PHI Foundation

A NATALE DIVENTA PIU’ ROSA: SOSTIENI LA CAMPAGNA “ MORE THAN PINK ”

More than pink ” è il nome della campagna promossa dalla Susan G. Komen for the Cure, organizzazione internazionale senza scopo di lucro impegnata dal 1982 nella lotta ai tumori del seno, le neoplasie maligne più frequenti fra le donne di tutte le età.

Affiliata alla Susan G. Komen for the Cure ed operante sul territorio nazionale italiano  troviamo la Susan G. Komen Italia, che nasce nel 2000 e si basa sul volontariato.

Gli obiettivi della  Susan G. Komen non si limitano alla promozione della prevenzione e della diagnosi precoce di questa diffusa forma di tumore, ma vertono anche sul sostegno alle donne che sviluppano  questa grave patologia. Un sostegno indirizzato all’aumento delle loro possibilità di guarigione e al miglioramento di qualità di vita e cure, tramite la generazione di risorse economiche per  realizzare progetti mirati.

Il nome della campagna “ More than pink ” non è casuale. Pink è infatti il colore del caratteristico  nastro rosa, da decenni simbolo della prevenzione del tumore del seno.

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Diventare  “ More than pink ” , significa sostenere attivamente la Susan G. Komen con piccoli o grandi gesti, basati su azioni, donazioni e partecipazione.

E quale migliore occasione del Natale per impegnarsi in prima persona come volontari dell’organizzazione o per eseguire donazioni,  disporre un lascito, devolvere il 5×1000, iscriversi alla Race for the Cure o magari organizzare eventi per la Susan G.Komen ?

E’ anche possibile, proprio in vista dell’imminente Natale, scegliere di omaggiare i propri parenti ed amici con uno dei regali solidali proposti dalla Susan G. Komen . Un concreto gesto di solidarietà ma allo stesso tempo un utile strumento per sensibilizzare anche il destinatario del regalo e chi  lo circonda.

E’ infatti fondamentale  imparare a conoscere questa neoplasia maligna che, nonostante i progressi raggiunti negli ultimi anni, rappresenta ancora la principale causa di morte nelle donne sopra i 35 anni e, seppur con frequenza nettamente inferiore, può colpire anche gli uomini.

In molti casi basterebbe svolgere una corretta prevenzione (accurata, costante e incentrata su uno stile di vita sano) per scongiurare l’insorgenza di questa patologia.

La prevenzione può  salvarti la vita, diventa “ More than pink ”.

 

 

Nicola Minerva

PHI Foundation

In autunno vestiti di rosa e aiuta la ricerca contro il cancro

Domenica 23 ottobre si è tenuta a Milano la camminata non competitiva promossa dall’azienda di calzature e pelletteria PittaRosso “Pink is good” per promuovere la ricerca contro il cancro, che nel 2015 aveva attirato al Castello Sforzesco 8.500 partecipanti e 55.500 donatori tutti rigorosamente vestiti con il fiocco rosa. Quest’anno, oltre alla classica “Pink parade”, ha proposto ai runners 10km di corsa cronometrata con lo scopo di coinvolgere più persone in quel progetto di sensibilizzazione ai tumori femminili che la Fondazione Umberto Veronesi, ente no profit che si occupa di finanziare la ricerca contro il cancro attraverso l’erogazione di borse di studio per medici e ricercatori, rinnova puntualmente ogni anno. Nessun volto noto a testimoniare la validità di questo progetto ma solo quello di Lucia, donna e mamma di 36 anni, che racconta di come ha sconfitto il tumore al seno e di come vi siano ancora migliaia di vite “rosa” che la ricerca per il cancro potrebbe cambiare

Ed è sempre della ricerca che ci parla quella che è sicuramente la più grande realtà coinvolta nella lotta contro il cancro in Italia: l’AIRC – Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro. Ente privato senza scopo di lucro, questa associazione che proprio in questi giorni fino al 6 novembre è impegnata ne: “Le Giornate AIRC”, è stata fondata nel 1965 grazie all’iniziativa di alcuni ricercatori dell’Istituto dei Tumori di Milano, fra cui Umberto Veronesi e Giuseppe della Porta, avvalendosi del prezioso sostegno di noti imprenditori milanesi e contando sulla generosità di soci e donatori che fanno parte di quella categoria umana per cui è fondamentale la giusta informazione, l’attenta prevenzione e la continua ricerca per sconfiggere il tumore, quel “mostro” che ad oggi, come riportato da AIRC qui, colpisce circa 363.000 persone ogni anno solo in Italia.

Iniziative sempre più frequenti in tutto il Belpaese quindi per sollecitare la sensibilità dei più e la coscienza di tutti perché sostenere la ricerca contro il cancro, in fondo, significa sostenere tutti noi.

 

Federica Pizzi

PHI Foundation

Violenza sulle donne e femminicidio

Violenza sulle donne e femminicidio:
la prevenzione passa anche dalle Associazioni.

A pochi giorni dall’assassinio di Sara Di Pietrantonio a Roma, ci si interroga su come potenziare la legge anti-violenza sulle donne e su quale sia il valore aggiunto delle associazioni nella prevenzione.

Da qualche giorno un drappo rosso sventola dalla finestra dell’ufficio della presidente della Camera. Anche Laura Boldrini, infatti, ha aderito all’iniziativa spontanea, diffusa tramite il web e WhatsApp, per non dimenticare l’ennesimo efferato femminicidio commesso ai danni di Sara, 22 anni, brutalmente uccisa lo scorso 29 maggio per mano dell’ex fidanzato.

Sebbene i dati ci mostrino una lieve diminuzione dei casi dal tragico 2013, anno in cui sono stati registrati 179 episodi di femminicidio, la percezione comune è invece molto diversa. L’ultimo caso, quello di Sara, rileva quanto la violenza sulle donne non sia un fatto legato ai soli numeri.

Ogni donna uccisa per mano di un fidanzato, marito o ex che non si è rassegnato alla rottura, ci ricorda quanto questo sia ormai un problema che riguarda tutte e tutti.

Non solo perché Sara potrei essere io o mia figlia o la mia amica, ma soprattutto perché è sintomo di un disallineamento tra l’uguaglianza tra i sessi teorizzata dalla società e l’assoggettamento vissuto da molte donne nella propria sfera personale, che diventano oggetto di possesso dei loro uomini senza rendersene conto.

Sul tema ci si interroga da tempo. Ad oggi, le pene per reati legati alla fattispecie sono state inasprite ed è stato introdotto il reato di stalking. Ma molto c’è ancora da fare sul piano della parità tra i generi. Solo lo scorso 11 maggio la Presidenza del Consiglio ha affidato la delega per le Pari Opportunità alla Ministra Boschi. Il Ministero senza portafoglio, creato 20 anni fa, era rimasto vacante dal 2013.

È una buona notizia! Il Governo Italiano ha finalmente accolto le richieste di maggiore attenzione al tema della parità di genere, provenienti dalla società civile e dal mondo delle associazioni che operano a favore delle donne.

Zapatos Rojos: installazione di Elina Chauvet, esposta anche in Italia dal 2013 (Milano, Genova, Lecce e Torino), per dire basta alla violenza sulle donne.

Zapatos Rojos: installazione di Elina Chauvet, esposta anche in Italia dal 2013 (Milano, Genova, Lecce e Torino), per dire basta alla violenza sulle donne.

Come ribadito ad esempio da ActionAid, che in occasione della Festa delle Donne dello scorso 8 marzo, ha lanciato la campagna #DonneCheContano per ricordare all’esecutivo quanto sia necessario una figura istituzionale per promuovere le prevenzione a tutte le forme di discriminazione e per combattere la violenza di genere. La petizione continua fino al raggiungimento dell’obiettivo, vale a dire l’apertura di un Ministero delle Pari Opportunità e non solo l’affidamento della delega ad una Ministra già impegnata in altri settori.

Ma da dove partire per creare una cultura dell’uguaglianza tra i generi? Accanto alle attività di assistenza psicologica, legale e abitativa svolta dai Centri Anti-Violenza sparsi sul territorio nazionale (159 centri in tutta Italia, secondo i dati da La Casa delle donne di Bologna), è fondamentale investire risorse economiche nella prevenzione. Particolare attenzione deve essere riconosciuta alle scuole, luogo in cui si attua la socializzazione secondaria e in cui si impara a relazionarsi tra pari. Numerosi sono i progetti rivolti alle scuole per sensibilizzare studenti e docenti al rispetto tra i generi, proposti e realizzati da associazioni locali nelle varie regioni.

La legislazione scolastica (così come “La Buona Scuola”), prevede che le associazioni possano realizzare corsi di formazione al fine di promuovere la prevenzione a tutte le forme di discriminazione, riconoscendo di fatto alla scuola un ruolo di formazione delle coscienze degli studenti.

Resta ancora da capire come e in che modo queste attività verranno svolte. E se sarà ancora compito delle associazioni e, quindi del terzo settore, promuovere l’educazione alle diversità all’interno delle scuole.

L’auspicio è che non si creino disomogeneità nell’offerta formativa tra i centri urbani e le periferie, dove le associazioni no profit che si occupano di contrasto e prevenzione alla violenza di genere sono meno presenti.

Forse, sarebbe più lungimirante coinvolgere il terzo settore nell’elaborazione di un percorso formativo che educhi alla “uguaglianza delle differenze“, rendendolo obbligatorio in tutte le scuole di ogni ordine e grado.

Perché tutte e tutti possano avere l’occasione di crescere e diventare cittadini migliori!

D.S.

Phi Foundation