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Il Progetto esodo in ReverseLab

1. L’Impresa del Design:

Cari Lettori, oggi facciamo luce su come dal carcere all’impresa sia stato possibile che duemila detenuti in sei anni  siano stati coinvolti, in un  Progetto esodo in ReverseLab  sostenuto dalla Fondazione Cariverona: un laboratorio che produce orologi, arredi e contenitori: «Il reinserimento è interesse di tutti.»

Una di quelle attualmente in piena espansione è partita tre anni fa con un corso di artigianato tutto particolare: un gruppo di architetti e designer ha deciso di insegnare a una quindicina di detenuti come ricavare dal legno oggetti di arredo, partendo dai pallet di scarto, per esempio, e adesso quegli oggetti prodotti in carcere vengono non solo venduti in tutta Italia ma alcuni dei detenuti sono stati assunti – pur stando tuttora in carcere – dal gruppo stesso dei designer e artigiani che li ha formati.

2. Il progetto esodo 

Il Progetto Esodo rappresenta una delle tante iniziative  promosso e sostenuto in particolar modo dalla Fondazione Cariverona in collaborazione con varie Caritas diocesane del Veneto, per occuparsi di una di quelle categorie di persone di cui tanto si parla nei convegni dedicati all’impegno sociale, che però poco interessano in realtà alla maggior parte della gente comune: e cioè appunto i galeotti. L’obiettivo del progetto esodo in ReverseLab, come sintetizza la responsabile che lo segue per la FondazioneMarta Cenzi, è riassumibile così: «Creare per queste persone un percorso con tre punti di arrivo che sono lavoro, abitazione, formazione». Non per buonismo ma per un senso di giustizia il cui beneficiario finale, come dicono i numeri, è la società nel suo insieme: «Chi esce di prigione e trova un lavoro, una casa, un contesto in cui ricominciare una vita ha ovviamente meno probabilità di commettere di nuovo un reato. Il che è innegabilmente una vittoria non solo per lui ma per tutti». E per verificarlo con le cifre tra le mani  è stata commissionata una ricerca da parte di Euricse, i cui risultati arriveranno l’anno prossimo.

3. Duemila detenuti ed il progetto esodo in ReverseLab 

Dal 2011 a oggi – questo è il suo tempo di vita finora – il Progetto Esodo in ReverseLab si è allargato come un tappeto nelle case circondariali di Verona, Vicenza e Belluno, e poi in altre strutture esterne di esecuzione ossia a Mantova ed Ancona, toccando una popolazione carceraria di oltre duemila persone tra cui un centinaio di donne. Complessivamente sono state messe in piedi per loro in questi anni – il dato è aggiornato a qualche tempo fa – 2.107 iniziative tra «corsi di formazione, sostegno alla persone, accoglienza residenziale, orientamento al lavoro, contratti, esperienze di tirocinio, laboratori occupazionali». Il tutto con un impegno finanziario che solo nel primo triennio aveva superato di molto, da parte di Fondazione Cariverona, la quota di 6 milioni di euro, a copertura del 90 per cento del totale delle spese. A testimoniare il fatto che quando una cosa funziona crea imitazione è ancora Marta Cenzi: «Nonostante le percentuali esatte dei risultati non siano ancora disponibili possiamo già dire che su Trento e Belluno stanno crescendo in modo costante le imprese che collaborano con i vari progetti di inserimento lavorativo avviati negli anni».

Uno dei più innovativi, in questo caso su Verona, è come si diceva quello del gruppo ReverseLab: «Siamo una impresa sociale – dice Federica Collato che ne è stata tra i fondatori – di design sostenibile. Facciamo progettazione e produzione artigianale. Recuperiamo legno e lo reinventiamo: in oggetti, orologi, contenitori. Ora in vendita online e tramite i punti di Altro Mercato. Con i detenuti di Verona abbiamo iniziato nel 2014. Il primo anno sono stati 15 e hanno studiato per imparare. Via via ci siamo concentrati sull’approdo a un lavoro. Quest’anno abbiamo aperto una linea produttiva interna al carcere e assunto con un contratto regolare i primi due: scontano la loro pena, ma lavorano e guadagnano, quando usciranno avranno davanti un progetto da continuare».

Questo progetto esodo molto importante ha lo scopo di rinascita attraverso il lavoro e rappresenta così un simbolo  per gli oltre duemila detenuti che dal carcere all’impresa di riciclo del legno ricrea oggetti nelle più svariate forme di design  con la prerogativa di  cambiare  loro la  vita ringraziando così la  Fondazione Cariverona che ha permesso e sostenuto  il progetto  esodo in  ReverseLab fin dalla nascita per dare la possibilità di un futuro migliore ai detenuti in carcere  una volta scontata al pena.

 

N&D Nadine Fashion Stylist

PHI Foundation

T-Shirt Solidali

1 T-Shirt Solidali con frasi di De Andrè : una speranza per i Detenuti.

Spesso le persone più fragili, sono costrette a vivere ai margini della società .

Gran parte della produzione artistica di Fabrizio De Andrè  viene dedicata a queste persone disagiate .

La fama delle sue frasi espresse in molti brani musicali, viene impressa anche nelle T-shirt Solidali, simboleggiando così un punto di  riferimento per ripartire da zero indossandole nel carcere per farle tornare a vivere, anche se pur sempre da dietro le sbarre.

2 IL LABORATORIO DI T-SHIRT SOLIDALI:

Il Laboratorio serigrafico è nato nella  casa circondariale di Marassi, in cui sono impiegati alcuni detenuti.

E’ nato circa 9 anni fa da un’idea della cooperativa Bottega Solidale, che all’inizio sviluppava grafiche partendo proprio dalle frasi di Fabrizio De Andrè.

Le grafiche poi, sono diventate le T-shirt , seguendo  un processo di filiera etica ed equo solidale, iniziando dal Bangladesh, passando dal carcere Ligure e terminando, oltre che nelle botteghe, anche nelle grandi catene alimentari come Carrefour e Coop.

Secondo il responsabile del progetto Paolo Trucco: “partire da De Andrè è stato più che naturale, essendo di origine genovese, specialmente per le tematiche affrontate nei suoi testi in cui ci si ritrova in pieno ed anche perchè si adattano meglio al lavoro nel carcere“.

Vengono prodotte altre grafiche di altri artisti come  ad esempio: Fossati, Guccini, Gaber e tanti altri,  successivamente serigrafate sulle T-Shirt Solidali.

Oltre alle diverse linee di T-Shirt Solidali, il laboratorio crea anche altri prodotti legati soprattutto ad alcuni eventi.

L’idea principale in questo laboratorio è quella di diversificare le attività  per espandere l’esperienza imprenditoriale che ad oggi ammonta ad un guadagno tra i 220 e i 350 mila euro.

Anche per questo la cooperativa è entrata all’interno della rete di Freedhome, che raggruppa una dozzina di attività  all’interno delle carceri italiane per metterle a sistema.

In conclusione, per approfondire l’argomento, citiamo Paolo Trucco che  racconta come “sia fondamentale partire dal piccolo con le proprie componenti e riuscire poi a far rete per dimostrare che le nostre sono buone prassi.

L’esperienza nel mondo carcerario è stata nuova per noi e negli anni ci ha sempre più entusiasmato. Siamo partiti da un percorso conoscitivo, i detenuti che lavorano con noi si sono saputi mettere in discussione. Così siamo riusciti a superare l’ottica assistenziale del lavoro e creare un’ambiente in cui si lavora per raggiungere alti standard di qualità».

Dunque come in ogni progetto di economia carceraria, importante è stata anche la collaborazione con le direzioni del carcere che, in base a quanto afferma il responsabile della cooperativa: «Il punto è avere unità  di intenti: credere nel ruolo rieducativo del carcere e lavorare affinchè la pena abbia realmente senso». 

Penso sia giusto che  ci siano opportunità  per queste persone, perchè tutti abbiamo bisogno di una o più chance nella vita, a patto che venga maturata l’idea dello sbaglio commesso e poterne trarne dei vantaggi per migliorarsi.

L’idea di fabbricare T-shirt solidali è stata senza dubbio uno slancio  alla comunità  carceraria  che spesso vive ai margini della società  ma che attraverso citazioni di artisti come Fabrizio De Andrè¨ riesce a ritrovare ancora il senso della vita pur sempre scontando la pena attribuita e, nello stesso tempo, conquistare una marcia in più  verso la speranza per una vita consapevolmente  giusta ed appagante .

 

N&D Nadine Fashion Stylist

PHI Foundation

A&I Onlus : Aperitivo in carcere

Prendere un aperitivo può essere un’esperienza particolarmente interessante e coinvolgente. Eh sì, perché a Milano è possibile farlo all’interno del carcere di S. Vittore.

Esiste un’associazione, l’A&I Onlus Cooperativa Sociale per la formazione e per il lavoro che, attraverso i suoi soci, i volontari e i donatori, si impegna a costruire le migliori condizioni per l’integrazione sociale e lavorativa di soggetti che godono di minori opportunità.

Uno dei progetti della A&I Onlus si chiama Libera Scuola di Cucina e coinvolge donne e giovani uomini  (18 -25 anni) detenuti, in un percorso formativo per sviluppare competenze professionali, spendibili nel settore della ristorazione. La particolarità di questa iniziativa è l’organizzazione di eventi didattici (aperitivi, cene, buffet, feste a tema) che coinvolgono la comunità esterna al carcere.

Vengo a conoscenza del progetto, la curiosità è tanta e l’iscrizione pressoché immediata. Mi iscrivo con un’amica e dopo aver compilato i documenti necessari siamo “ammesse”.

Qualche giorno dopo ci troviamo davanti al carcere San Vittore  e, terminati i controlli di routine, ci vengono aperte le porte di un corridoio, dal quale si può accedere sia all’area dove sono detenute le donne sia a quella dei giovani uomini. Siamo circa 60 partecipanti.

Durante il tragitto che ci porterà a scoprire com’è strutturato il carcere, una responsabile A&I del progetto Libera Scuola di Cucina ci racconta delle condizioni disumane dei carcerati prima del 2013, anno in cui l’Italia è stata condannata dalla Corte Europea. Da allora, per i detenuti si è aperta la possibilità di avere più spazi di movimento e di seguire proposte formative, corsi e scuole. Servizi quasi totalmente erogati da Associazioni di Volontariato, Onlus, Organizzazioni no profit o singoli individui che si dedicano al volontariato.

Raggiungiamo una zona super blindata, dalla quale partono i “raggi”, dove sono rinchiusi gli uomini con più di 25 anni da scontare. Ogni raggio corrisponde ad una pena detentiva e raggruppa persone che hanno commesso reati simili o di simile grado.

I detenuti più giovani sono tenuti lontani da quelli più grandi, per evitare che vengano influenzati negativamente, nel tentativo così, di avere maggiori possibilità di reinserimento nella società. Soprattutto per loro e per le donne, il carcere di San Vittore offre corsi tipo questo, legato alla cucina o di fotografia, di pittura o di giardinaggio, ecc.

Ai giovani viene offerta la possibilità di finire gli studi e c’è chi sta facendo l’università. Tutto questo sempre grazie ad organizzazioni di volontariato, Onlus e cooperative.

Oltre alla responsabile della A&I Onlus, siamo accompagnati nel percorso da due detenuti che ci illustrano le condizioni e la vita del carcere. Al termine ci riportano nel primo corridoio per offrirci l’aperitivo che hanno preparato per noi.

Durante l’aperitivo, parlo con alcune detenute. Per loro siamo una bella “boccata” d’aria. A noi offrono una bellissima ospitalità, un gustoso aperi-cena e soprattutto ci fanno partecipi di un pezzettino della loro vita.

Ammiro e ringrazio la A&I Onlus per i progetti che porta in carcere, volti ad aiutare i detenuti in modo che, a pena conclusa, possano reintegrarsi nella società. Ma anche a sensibilizzare l’esterno su una realtà spesso ignorata.

Per partecipare e sostenere la A&I, potete andare sul loro sito e fare una donazione, qui potete trovare il progetto della Libera Scuola di Cucina, in questa pagina potrete cliccare sul link http://www.aei.coop/xpr-evento/. dove è possibile vedere il calendario dei prossimi eventi ed iscrivervi.

 

Laura Giacometti

PHI Foundation