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New Generation Nosy Faly: un’isola che cresce

Nosy Faly, un’isola del Madagascar dove vivono circa quattromila persone, una natura incontaminata, un mare che si estende a perdita d’occhio e un cielo stellato, di quelli che si possono ammirare solo in navigazione in mare aperto. Un luogo periferico al mondo ma che diventa il cuore di un progetto grande: New Generation Nosy Faly, la Onlus fondata da Nicoletta Bruno e Danilo Farias nel 2013.

Abbiamo raggiunto Nicoletta, per ascoltare proprio da lei la storia di questo sogno, che è ormai una realtà  concreta e radicata sull’isola di Nosy Faly.

Cosa ti porta in Madagascar e, più precisamente, a Nosy Faly?

“Nel 2012 un mio collega dentista mi chiede di raggiungerlo in Madagascar per rendere operativo un dispensario. Accetto la sua proposta e decido di partire; Danilo si propone di venire insieme a me come volontario. L’arrivo a Nosy Faly avviene per pura casualità : alcune suore ci chiedono di accompagnare una sessantina di bambini presso una colonia estiva e noi accogliamo la richiesta. Eccoci arrivati su un’isola che da quel momento entrerà  nei nostri cuori”.

Cosa ricordi di quel primo incontro con l’isola?

“Dopo un viaggio di tre ore stipati su un pulmino sovraccarico di una sessantina di bambini, dai tre anni in su, arriviamo a Nosy Faly. Un’isola praticamente deserta, dove troviamo ad accoglierci solo una grande casa vuota. Ricordo che ciascun bambino ha steso ordinatamente la propria stuoia per dormire. Ognuno di loro aveva in dotazione una stuoia, un bicchiere di plastica e uno spazzolino, che gli avevamo regalato per insegnare loro a fare l’igiene orale.

All’ora del pasto i bambini si mettevano in fila per ricevere nel piatto del brodo, cucinato sul fuoco in grandi pentoloni. Poi ognuno ripuliva il piatto con la sabbia, lo sciacquava in mare e riponeva con cura quanto gli era stato dato.

Ecco, il mio primo ricordo sono loro, i bambini“.

Cosa hai provato in quei giorni sull’isola?

“Ero in un posto incredibile, che mi permetteva un immenso contatto con la natura ma dentro di me sentivo un profondo senso di vuoto, una grande desolazione.

Danilo, al contrario, vedevo che si riempiva dei colori, degli odori, dei suoni di quella terra, diceva che era il luogo in cui avrebbe desiderato trascorrere parte della sua vita per realizzare qualcosa di concreto.

Al rientro in Italia abbiamo subito provato a dare forma a ciò che avevamo sentito dentro, ai nostri pensieri: nasce così l’Associazione New Generation Nosy Faly Onlus, e si concretizza la scelta di Danilo di trasferirsi stabilmente sull’isola, interrompendo la sua carriera di ballerino e insegnante di danza qui in Italia“.

Che cosa è quindi New Generation Nosy Faly, e quali sono i suoi obiettivi?

“E’ la riposta che abbiamo pensato di dare ad una terra che ti si offre davanti con le sue bellezze ma che ti mostra con altrettanta schiettezza quali e quanti sono ancora i bisogni e le necessità  di una comunità che cerca di sopravvivere al meglio.

L’Associazione New Generation Nosy Faly nasce nel 2013 grazie al supporto di tanti sostenitori e volontari, con un duplice obiettivo: sanitario ed educativo”.

Ci puoi spiegare meglio cosa avete fatto e state continuando a fare in ambito sanitario?

“Innanzitutto abbiamo cercato di creare le condizioni per migliorare la qualità  di vita della popolazione. La situazione sanitaria a Nosy Faly è critica: le malattie veneree sono molto diffuse, e i bambini ne sono spesso i portatori; gli incesti tra consanguinei hanno portato ad una elevata incidenza di nascituri con problematiche fisiche e psichiche; prima del nostro intervento non vi era sul territorio possibilità  di accedere a cure mediche.

Abbiamo quindi agito immediatamente sul contesto ambientale: nel 2013 abbiamo portato la luce sull’isola, e abbiamo reso fruibile un pozzo per l’approvvigionamento di acqua potabile. E’ stato istituito un presidio medico, con un dispensario cui attualmente accedono mediamente quindici persone al giorno, con ogni tipo di bisogno. Nei periodi in cui sono stata presente io, giungevano quotidianamente da ogni parte dell’isola circa ottanta persone per ricevere cure dentarie.

Abbiamo anche coinvolto la popolazione cercando di agire sulla prevenzione in ambito sanitario, in particolare con le donne rispetto al tema della sessualità  e della contraccezione”.

 

Dal punto di vista educativo in quale direzione state agendo?

“Educazione, istruzione e formazione al lavoro sono le nostre parole chiave. Puntiamo sulle nuove generazioni perchè acquisiscano competenze e abilità  in ambito lavorativo per migliorare il loro futuro, quello della loro comunità , del loro territorio.

Prima se un bambino voleva andare a scuola doveva percorre più di otto chilometri per raggiungerla: l’istruzione scolastica era praticamente inaccessibile! Non vi era nessuna attenzione rispetto al fatto che i ragazzi studiassero e si formassero: per gli uomini il destino E’ diventare pescatori, per le donne diventare mamme a tredici/quattordici anni.

Per darti alcuni elementi concreti: nel 2014 è stata realizzata la scuola materna, che ad oggi ospita circa sessanta bambini. Nel 2016 è stata inaugurata la scuola elementare che, nelle cinque classi, accoglie circa trecento bambini.

E ci tengo ad aggiungere che abbiamo deciso di costruire una scuola laica, che vede la compresenza di bambini cristiani, musulmani e animisti. Non vogliamo che esistano discriminazioni, per noi è importante lo scambio, l’integrazione, nel rispetto degli equilibri di una comunità che da subito si è mostrata pronta ad accoglierci”.

E’ stata costruita anche una casa famiglia, so che ci tenete molto.

“Si, il desiderio di realizzarla è nato subito, appena Danilo ha deciso di stabilirsi a Nosy Faly. E’ stata completata nel 2015 ed ora accoglie sedici bambini“.

Tanti progetti realizzati…quale è stata, secondo te, la chiave che vi ha permesso di vedere accolte le vostre proposte dalla comunità  locale?

“Sicuramente l’essere partiti dal territorio, creando delle relazioni stabili e significative con figure autorevoli, che potessero fare da ponte tra noi e la popolazione, e coinvolgendoli nella realizzazione di ciascun progetto. La comunità  ci ha ben accolto perchè da subito ha compreso che apportavano beneficio alla loro società , senza volerla snaturare”.

Tanti obiettivi raggiunti ma ancora molto da fare, tante idee e il crescente bisogno di volontari, giusto Nicoletta?

“Giusto! Abbiamo appena concluso il “Progetto Sarti” grazie alla presenza di una volontaria giunta dal Portogallo. Abbiamo comprato venti macchine da cucire a manovella, per non usare l’elettricità , e abbiamo reso possibile a donne e uomini che lo desiderassero la frequenza di un corso della durata di tre settimane che permettesse loro di acquisire questa competenza.

Tempo fa alcuni volontari hanno fatto funzionare dei pannelli solari e si sono adoperati per insegnare ai ragazzi piccole riparazioni elettriche.

Stiamo lavorando affinchè, grazie anche all’aiuto di donazioni dall’Italia, prenda avvio in concomitanza con l’inizio del nuovo anno scolastico, il “Progetto Academy” che darà  la possibilità a bambini e ragazzi di formarsi nelle arti, danza e musica. Un modo per formare, educare, diffondere la cultura.

Le competenze e le abilità  di ognuno sono ben accette, la ricerca di volontari che vogliano dedicare almeno due settimane del loro tempo a Nosy Faly è sempre attiva. Quindi vi aspettiamo, perchè, come dice Danilo: – Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo -” (Mahatma Gandhi).

 

Sara Petoletti

PHI Foundation

L’ALTRA ITALIA: LA STORIA DE L’ISOLA CHE C’È

L’altra Italia, la storia de L’Isola che c’è, è un articolo scritto da Chiara Affronte e che navigando in rete scopriamo solo oggi.

 

Durante l’intervista a Sebastiano de Falco potrebbe esserci stato un misunderstanding e noi della PHI Foundation attendavamo di conoscere la data di pubblicazione.

 

L’altra Italia: La storia de l’isola che c’è, riportiamo integralmente l’articolo di Chiara Affronte.

 

Fanno tantissimo con molto poco, si sostituiscono spesso a quei servizi che lo Stato non è in grado di garantire e si basano sul lavoro volontario ed entusiasta di un numero straordinario di persone.

 

Sono le associazioni non profit che operano nell’ottica della solidarietà tra individui e che faticherebbero meno ad andare avanti se usufruissero delle opportunità che oggi l’on line offre. Ne è convinto Sebastiano de Falco, Fundraiser che ha base a Lugano in Svizzera ma che con Phi Foundation insieme ai suoi soci ha creato un’organizzazione, a sua volta non profit, che dà sostegno a tutte quelle altre associazioni per realizzare progetti di interesse comune, per aiutarle a trovare fondi, a partecipare a bandi così da sostenere le economie locali.

 

L’Italia è un paese incredibile per ciò che riguarda il terzo settore perché conta un numero molto grande di associazioni che vi operano e moltissimi volontari e lavoratori, ma fatica a staccarsi da quel meccanismo di raccolta fondi che ha sempre perseguito in passato, molto faticoso ma meno efficace rispetto a ciò che propone la rete”, spiega De Falco.

 

L’esempio de l’Isola che c’è

I dati forniti dall’Istat nell’annuario statistico del 2016 parlano di 301.191 istituzioni non profit in cui operano 951.580 lavoratori retribuiti di cui 680.811 dipendenti e oltre 4,7 milioni di volontari. Una forza incredibile che ha la capacità di radicarsi nel territorio operando in settori di grande interesse per la comunità. Come avviene nel caso de L’isola che c’è, associazione che si trova nel comune di Monte Porzio Catone, nel Lazio, e che si occupa dal 2001 di sostenere le famiglie di ragazzi disabili con l’obiettivo di integrarli nella società, perché, come si sa, soprattutto quando questi ragazzi non sono più in età scolare, diventano adulti, spesso abbandonati a loro stessi. “Fanno parte dell’associazione una ventina di ragazzi, adolescenti e giovani adulti, che partecipano alle attività in modi e con durate diverse – spiega Romilda De Santis, psicologa e anima de L’isola che c’è –; abbiamo un centro diurno e una serie di attività laboratoriali che i ragazzi seguono, prevalentemente di tipo artigianale”.

 

I ragazzi? Chiedono autonomia

Questa associazione ha deciso di concentrarsi sui ragazzi con problematiche medio-lievi – sono spesso affetti da sindrome di down -perché il pubblico “riesce a garantire più assistenza ai gravi e gravissimi prevalentemente dal punto di vista sanitario”. Ma i ragazzi medio-lievi hanno, invece, tantissime potenzialità da sviluppare e su cui lavorare per garantirsi un futuro migliore. Un futuro “che chiedono con forza”, chiarisce De Santis. “Gli stimoli sul ‘cosa fare’ arrivano quasi sempre da loro, perché vogliono essere autonomi”.

Inutile dire che i fondi su cui fare affidamento sono la nota debole del processo: “Il centro diurno è quello che ci garantisce un’entrata di 70mila euro l’anno dalla Regione, ma con un affitto da pagare di 900 euro al mese e spese molto elevate non è facile starci dentro”.

Il 5 per mille costituisce un’altra entrata; tutto il resto è moltissimo lavoro volontario, mercatini in cui vendere manufatti (bomboniere, oggetti per la casa, bigiotteria, artigianato…), lotterie e iniziative simili. “In questo modo riusciamo a dare ai ragazzi una specie di buste-paga simboliche che loro stessi ci hanno chiesto espressamente proprio per avere un qualcosa in cambio del lavoro svolto e sentirsi utili”, ci spiega De Santis.

 

 

Le occasioni della rete per le Ong

In questo contesto, dunque, si inserisce la collaborazione con Phi Foundation: “Grazie alla rete di supporto da loro costituita cerchiamo di convogliare maggiore attenzione sulle nostre attività e di avviare delle campagne di raccolta fondi”, chiarisce De Santis. “Solo le grandi associazioni come Fai, Telethon e altre di simile rilevanza sono in grado di trovare fondi importanti”, scandisce De Falco. E solo pochissime, tra tutte le altre, conoscono le possibilità che la rete offre. Come avviene nel caso di Google con il progetto Ad Grants. “Fai conoscere la tua causa a tutto il mondo”. Con questo slogan il colosso del web comunica il progetto: “Un programma pubblicitario che consente alle organizzazioni non profit di fare pubblicità on line gratuitamente tramite Google AdWors”, si legge sul sito Phi Foundation, garantendo una cifra pari a 10mila dollari al mese.

 

Ritardi italiani

Per De Falco è incomprensibile che solo poche associazioni italiane si avvalgano di strumenti e possibilità come quella offerta da Google: “Noi cerchiamo di orientare i nostri partner in questo senso perché ci accorgiamo di quanta fatica facciano ad andare avanti nei loro progetti: non sfruttare la rete ma continuare a concentrarsi solo sui mercatini non ripaga, oggi come oggi, gli sforzi che vengono fatti”.

Manca, secondo il fundraiser di Phi Foundation, il sostegno di figure come quelle dei project manager che possano orientare le associazioni verso la partecipazione a bandi anche europei. “Spesso sono complicati ma se si considera che una percentuale altissima di associazioni italiane non è neanche registrata, significa che non esiste la consapevolezza delle potenzialità di cui usufruire (la registrazione è indispensabile), sebbene l’Italia sia un paese di grandi donatori e di grandissimo associazionismo”, conclude De Falco. Una fotografia, questa, rilevata anche dall’Istat: il 66,7% delle associazioni, infatti, in Italia risulta essere “non riconosciuta”, e cioè non possedere una personalità giuridica riconosciuta dallo Stato.

 

PHI FOUNDATION SOCIAL INNOVATION COMMUNITY

 

 

Alessandro Roma

PHI Foundation

 

Lo Yoga: un aiuto contro il bullismo e le persone in difficoltà

A Cesano Maderno all’interno di una palestra, si trova il centro yoga Naga Yogi, associazione sportivo-culturale che cerca di diffondere la filosofia yoga soprattutto nelle scuole o nei soggetti che hanno problematiche sia fisiche che psicologiche.

naga-yogi

Lo yoga nasce originariamente nell’India antica e, ad oggi, è anche patrimonio dell’umanità, perché è uno strumento che può permettere di raggiungere un autocontrollo psico-fisico, riuscendo a superare problematiche legate alla rabbia, alle paure e alle ansie.

Questa filosofia è adatta a qualsiasi tipo di persona e con questa consapevolezza l’associazione Naga Yogi l’ha utilizzata per contrastare le problematiche adolescenziali.

Raffaele, mi accoglie e mi racconta cosa vuol dire per lui seguire ed insegnare questa disciplina. Lo yoga consiste nel conoscere il proprio fisico, il proprio respiro e la propria mente.

Asana, sono le posizioni del corpo, la parte fisica dello yoga che aiuta l’individuo alla concentrazione, al controllo del corpo e quindi al controllo della respirazione, funzione fondamentale per calmare la propria mente. Dal controllo fisico si arriva al controllo della mente per essere padroni di se stessi, ossia passare dall’ignoranza alla consapevolezza, gestendo la parte  razionale della mente e attivando la parte intuitiva che si sviluppa durante la pratica. Il risultato è una mente quieta che non subisce più le emozioni, non si lascia turbare da esse e rimane più stabile davanti agli eventi che la vita ci presenta.

Ultimamente l’associazione Naga Yogi ha lavorato con le scuole per cercare di ridurre il problema del bullismo. Insegnando ai ragazzi delle scuole la disciplina e il controllo della propria rabbia e delle proprie emozioni. Oltre a questo si è pensato di associare allo yoga l’insegnamento della disciplina brazil-jiu jitsu per permettere ai ragazzi di conoscersi meglio, sapersi ascoltare, sperimentare il contatto fisico con gli altri e prendere fiducia in se stessi e nelle proprie capacità.

Oltre ai ragazzi delle scuole, con lo yoga Raffaele cerca di aiutare le persone che soffrono di ansie e depressioni, le persone autistiche o le persone che hanno delle menomazioni fisiche.

Sicuramente in questa scuola si respira un’aria di serenità e di tranquillità, Raffaele è una persona speciale, che crede fermamente in quello che fa, con passione e capacità.

 

Laura Giacometti

PHI Foundation

LE MAMME AL CAFFÈ: UNA RETE DI SOLIDARIETÀ

Chi lo ha detto che la solidarietà passi necessariamente dall’aiutare il prossimo e sostenere qualcuno fondando una Onlus, o costituendo un’associazione?

Oggi vi voglio far conoscere una bellissima realtà nascosta, una realtà che credo e spero esista in molte città d’Italia e non solo. La collaborazione, la solidarietà e gli aiuti che molte donne di oggi, molte mamme, molte lavoratrici sono capaci di mettere in atto senza farsi pubblicità, senza mettersi in mostra.

Non è affatto vero che tra donne c’è solo molta rivalità ed invidia, ci sono donne in carriera, mamme lavoratrici che sono capaci di creare un network di solidarietà molto forte.

Dove lo stato fallisce, dove molti uomini scompaiono, dove la famiglia per i più svariati motivi non può esserci, ci sono le mamme.

A Milano, come per molte altre città, la vita di una donna che lavora e ha dei figli non è poi così semplice, specie se non puoi contare su molti aiuti, neppure quelli che la società dovrebbe fornirti.

La situazione è così per la maggior parte di queste persone ma davanti ad un caffè e a qualche minuto in più se riesci a conoscerti ad avere un pò di fiducia negli altri puoi scoprire un mondo di aiuti e collaborazione ed è quello che è capitato a me.

Ci si incontra sempre di fretta e velocemente al solito bar, ci si confronta, ci si confida. Oggi ho un cliente importante, dove li metto i bambini? Chi li porta a sport? Dall’amico? Alla festa?

Ed ecco che si alza una mano, oggi sono libera te li porto io ma domani ho un impegno importante, mi aiuteresti tu?  Io ho una cena aziendale la tata non vuol venire di sera dovrò rinunciare? …Perché mai, lo invitiamo noi il tuo bimbo, una bella pasta al pesto e poi può rimanere a dormire da noi così il giorno dopo si va assieme a scuola …

Ed ecco che nasce una magnifica associazione, una rete di solidarietà. Ci si incontra tutte le mattine al caffé, a volte si è in 4, a volte in 2 certe volte in 7 e il bar fa fatica ad ospitarci e per 20 minuti dopo aver lasciato i bimbi e prima di entrare in ufficio, ci si racconta, ci si dividono i compiti, i ragazzi, le mansioni.

Ma le donne non sono esclusive e capita che a questi raduni si affacci qualche volte un papà, un po’ incuriosito e un po’  intimorito… . Sì, in fondo ci si perde anche a spettegolare e a chiacchierare di tutto ma proprio tutto.

L’importanza del network di essere capaci di far rete si può applicare in molti campi della propria vita e non solo sul web e sul lavoro. Le relazioni che nascono, la solidarietà, l’umanità che si sperimenta condividendo, confidandosi e confrontandosi possono portare ad una solidarietà, un’amicizia e ad un’avventura meravigliosa.

Grazie mamme!

 

Laura Giacometti

PHI Foundation

YouTube

Con YouTube maggiore visibilità, umanità e trasparenza al proprio brand No Profit

YouTube, secondo motore di ricerca dopo Google, è un social media dalle grandi potenzialità in quanto, oltre ad essere gratuito, consente di incorporare i contenuti sul sito e sui propri social senza sovraccaricare il server e la loro visualizzazione in HD.

Pertanto per le Associazioni non profit può essere un ottimo canale di raccolta fondi, per reclutare volontari e conferire maggiore visibilità e trasparenza al brand. Le no profit possono accedere all’utilizzo di funzioni speciali come il link diretto al proprio sito più un supporto tecnico dedicato e comunque, se non hanno molti followers del canale, possono sempre condividere i propri video sulla pagina Facebook oppure nella newsletter periodica che inviano alle proprie liste.

I contenuti su YouTube accrescono senza dubbio il tasso di engagement: basti pensare al maggior impatto che uno storytelling visivo può avere rispetto a un contenuto esclusivamente testuale. Lo spot di Unicef Un giorno qualcuno parlerà di te sui lasciti ne è un esempio così come quello, dal tono brillantemente ironico, del Cesvi La sua Africa – Il Terzo Segreto di Satira.

Infatti la metrica che permette di verificare l’efficacia di una campagna YouTube non è il numero di visualizzazioni bensì il grado di interazione che questa riesce a generare. Fra l’altro, un utente attivo che commenta, condivide o partecipa alle conversazioni tramite hashtag è sicuramente più arricchito dall’esperienza visiva e più facilmente potrà diventare attivista o donatore della nostra Associazione no profit.

Come per gli altri social media, anche per YouTube vale la regola di condividere e sottoscrivere canali di altre Onlus per poter a propria volta essere seguite e aumentare il traffico sulla propria pagina.

Più tecnicamente parlando, l’uso del canale Youtube è semplice, pure se non siamo videomaker professionisti. Per girare si può usare uno smartphone di buona qualità e un microfono. Ci sono vari siti creative commons, dove scaricare brani gratuitamente senza violare i diritti di autore, e software di movie maker low cost, come Kizoa, per il montaggio.

Per invitare gli utenti a interagire con l’Associazione si possono inserire nei video le annotazioni anche quelle con link ad altri propri video correlati e promuovere così i contenuti in maniera incrociata.  Tuttavia, per non interrompere la user experience, meglio ridurre al minimo il numero di inviti all’azione (iscriviti, aggiungi ai preferiti, ecc.) e aggiungerli verso la fine.

Anche se il pulsante di donazione all’interno del canale YouTube al momento è disponibile solo negli Stati Uniti e nel Regno Unito, è possibile compensare questa mancanza con l’inserimento, nella scheda “Informazioni”, di link ancorati ad una call to action efficace che indirizzino lo spettatore direttamente su una pagina di raccolta fondi. Il primo di questi link sarà sempre in evidenza sulla copertina del canale.

Per quanto riguarda la reportistica, tramite YouTube Analytics è possibile analizzare le caratteristiche degli utenti e le loro preferenze per meglio pianificare la content strategy. Altri metodi per studiare il nostro target e supportare la creazione di un valido piano editoriale sono Google Trends per YouTube, usato per analizzare i contenuti più ricercati, e lo strumento per le parole chiave di YouTube, usato per la keyword research.

In conclusione YouTube contribuirà sicuramente a dare un’immagine umana e trasparente della tua Associazione, mai dimenticare però che i contenuti video, per quanto realizzati con mezzi semplici e low cost, devono sempre essere creati con cura di scrittura, ripresa e editing per garantire una user experience di qualità.

PHI Foundation è un’associazione che si occupa di sostenere ed aiutare tutti gli operatori che si muovono nell’ambito del Terzo Settore, attraverso l’informazione e la promozione di raccolte fondi.

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Vanessa Doddi

PHI Foundation

8 Marzo

Con l’ 8 Marzo, Giornata Internazionale della donna, è nata una nuova era per la libertà di tutte donne

Quest’anno l’ 8 Marzo, non abbiamo festeggiato la “Giornata Internazionale della donna” con le classiche mimose ma con lo Sciopero Globale delle Donne che ha raccolto l’adesione di 54 Paesi nel mondo. Attraverso feste in strada, assemblee, cortei, manifestazioni creative abbiamo messo sottosopra attività produttive, scuole, piazze e vite familiari al grido di “Se le nostre vite non valgono, non produciamo” per rivendicare una società che valorizzi la vita, la salute, la libertà e l’autodeterminazione di tutte le donne.

L’ 8 Marzo milioni di donne hanno incrociato le braccia interrompendo ogni attività produttiva e riproduttiva e astenendosi da ogni tipo di occupazione, compresi i lavori di cura e quelli domestici.

Con le colleghe dell’Associazione per cui lavoro, Differenza Donna Ong di Roma, abbiamo occupato lo spazio pubblico con i nostri saperi portando in strada tutta l’esperienza dei Centri Antiviolenza. Abbiamo trascorso la mattina in Piazza del Popolo con varie attività di sensibilizzazione, per incontrare e parlare con le donne e uomini, per informarli e coinvolgerli nella nostra mission e nella nostra adesione allo sciopero. Alle 17,00 ci siamo unite al corteo che è partito dal Colosseo insieme a tutte le altre donne e associazioni.

Per tutta la manifestazione io ho portato con orgoglio un cartello con su scritto “The Woman’s place is in the Resistance”. E voglio ricordarmi tutti i giorni di resistere di fronte alle ingiustizie che vivo in questa società in quanto donna perché se anche c’è una ingiustizia c’è sempre uno spazio per contrastarla.

È inutile dire quanto sia stato emozionante sentire un’unica voce che si muoveva come un grande popolo per le strade di Roma, d’Italia e non solo. Il colore dominante non era il giallo delle mimose, bensì il nero e il fucsia, scelto dalla rete Non Una di Meno. Nero e fucsia ovunque. Sugli striscioni portati in corteo, sui capelli, sugli abiti, sulle stampe delle emblematiche matrioske.

La matrioska (dal latino mater) rappresenta allo stesso tempo maternità e nascita, simbolo  della protesta in quanto rappresenta l’unità e la molteplicità dell’Io di una donna, l’unione e la forza che milioni di donne nel mondo possono avere per far valere insieme i propri diritti come se fossero una sola, unica ed infinita matrioska contenente dentro sé tutte le altre.

Per questo l’ 8 Marzo non è finito. O almeno non è finito qui. Ha aperto una nuova era, un nuovo movimento delle donne. Anche se vivono in diversi luoghi e provengono da differenti vissuti, sono accomunate dalla stesso desiderio di libertà da chi le uccide per “troppo amore”, da chi, quando sono vittime di stupro, processa prima le donne e i loro comportamenti; da chi “esporta democrazia” in loro nome e poi alza muri di fronte alla loro autodeterminazione; da chi scrive leggi sui loro corpi e da chi le ricatta con le dimissioni in bianco perché hanno figli o forse li avranno; da chi offre loro stipendi comunque più bassi degli uomini a parità di mansioni.

Con lo scorso 8 Marzo abbiamo sperimentato che è possibile scioperare dai ruoli imposti dal genere per mettere in crisi finalmente un modello produttivo e sociale che, contemporaneamente, discrimina e mette a profitto le differenze.

 

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Vanessa Doddi

PHI Foundation

IL GIORNO DELLA MEMORIA E ANED

Si è appena svolto, come ogni 27 Gennaio, il Giorno della Memoria, una ricorrenza internazionale istituita per commemorare le vittime dell’Olocausto, perché proprio in quel giorno nel 1945 il campo di concentramento di Auschwitz fu liberato dalle truppe dell’Armata Rossa.

Sono migliaia le iniziative che vengono organizzate in tutta Italia per celebrare il Giorno della Memoria e, tra le associazioni no profit maggiormente attive nelle commemorazioni, notevole è l’impegno di ANED (Associazione Nazionale Ex Deportati nei Campi Nazisti).

L’ANED è un’associazione, senza fini di lucro ed eretta Ente Morale dal 1968, a cui aderiscono  i sopravvissuti allo sterminio nazista, i familiari dei deportati e coloro che vogliono studiare e divulgare la storia delle deportazioni nei Lager nazisti con lo scopo di valorizzare il contributo dei deportati alla causa della resistenza e affermare gli ideali perenni di libertà, giustizia e pace, avviando a concreta realizzazione il testamento ideale dei caduti.

L’ANED ha sezioni in diverse città italiane e il suo costante impegno nella pubblicazione di studi e ricerche sulla deportazione ha permesso la nascita della Fondazione Memoria della Deportazione, in cui è affluita tutta la documentazione di oltre 50 anni di attività dell’associazione.

Molti gli eventi organizzati nel 2017 in occasione del Giorno della Memoria da ANED o a cui l’associazione ha collaborato o partecipato, da una conferenza sul tema “Lo sfruttamento del lavoro nei campi nazisti” ad Udine, alla Prima Corsa della Memoria voluta dall’Unione delle Comunità ebraiche italiane a Roma, a “Il treno di Teresio” a Vigevano, ad una serie di manifestazioni a Firenze e in tante altre città italiane.

Ma anche tu puoi sostenere l’associazione ed aiutarla nel suo obiettivo di far conoscere, soprattutto ai giovani, la storia della deportazione e del Giorno della Memoria attraverso un versamento alla segreteria nazionale dell’ANED:

Banca Prossima, piazza Paolo Ferrari 10 Milano
IBAN: IT53 S033 5901 6001 0000 0141934

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Nicola Minerva

PHI Foundation

HIHERE APP, QUANDO L’APP E’ SOCIALE

L’uso di app negli ultimi anni ha decisamente rivoluzionato la nostra vita ed il nostro modo di approcciarci alla vita quotidiana: giochi, lettura quotidiani, navigatori, musica, comunicazione, acquisti online e anche nel settore sociale. Un esempio per quanto riguarda quest’ultimo aspetto ci viene da HiHERE app disponibile da pochi giorni e che si propone di abbattere le barriere e costruire legami sociali tra i migranti e le comunità di accoglienza. Un’app che quindi vuole affrontare in modo moderno ed innovativo uno dei temi sicuramente più attuali degli ultimi mesi. Ma di cosa si occupa quest’app e perché è così innovativa?

L’obiettivo dell’app come è stato detto è quello di favorire l’integrazione, questo viene fatto permettendo ai richiedenti asilo di registrarsi, inserire i propri dati e una mappa del percorso fatto, riconnettersi con familiari, amici e connazionali; da parte loro le associazioni e i centri d’accoglienza possono inserire a loro volta eventi ed iniziative, in questo modo le persone possono eludere l’isolamento ricostruendo i legami sociali. Potenzialmente ognuno di noi potrebbe scaricare l’app ed avere un profilo, mettendosi a disposizione per aiutare queste persone, ognuno secondo le sue possibilità.

L’app è nata dal basso, in risposta ad esigenze e bisogni concreti espresse dagli stessi migranti ed emersi nel corso della ricerca che ha poi portato allo sviluppo della stessa.

HIHERE app è gestita da Lapis, un’associazione di promozione sociale nata nel 2016 con l’obiettivo di supportare persone e popolazioni in condizioni di disagio e precarietà abitativa a causa di migrazioni, catastrofi naturali o situazioni informali. Le attività dell’associazione vogliono aiutare queste persone a ricostruire legami sociali favorendo l’integrazione sul territorio, inteso non solo come spazio fisico.

Per garantire l’accesso gratuito all’app Lapis sta portando avanti alcune campagne di raccolta fondi, è da poco terminata la campagna natalizia ed ora l’associazione è alla ricerca di runner che corrano la maratona di Roma del 2 aprile in favore di Lapis e a sostegno dell’app.

Con HIHERE app la tecnologia e innovazione possono quindi non solo coniugarsi con il sociale ma esserne al servizio, aiutando le associazioni nel raggiungimento dei loro obiettivi ed essere un vero strumento di cambiamento a disposizione di tutti.

 

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Sara Quaglia

PHI Foundation

Anche Differenza Donna ONG sul portale ilMioDono

UniCredit ha dedicato al Non Profit italiano ilMioDono, una piattaforma online dove varie Onlus presentano i propri progetti e le persone interessate possono votarle scegliendo tra le iniziative preferite.

Oltre al voto, è anche possibile fare una donazione quadruplicando il valore della propria scelta che, in questo caso, invece di uno equiparerebbe a 4 voti.

La campagna è partita il primo dicembre e si concluderà il 16 gennaio. Dopo questa data l’istituto bancario donerà 200.000€ da distribuire tra le Organizzazioni Non Profit più votate.

Anche l’associazione per cui lavoro, Differenza Donna Ong, è presente su ilMioDono con due progetti: “Emergenza Codice Rosa” e “Linea d’ombra: dalla violenza alla disabilità”.

Il progetto Emergenza Codice Rosa accoglie le donne, con i loro figli, che si rivolgono al Pronto Soccorso in seguito a una violenza subita. Prevede uno spazio qualificato dove le operatrici di Differenza Donna Ong lavorano in coordinamento con il personale sanitario e accompagnano la donna in un vero e proprio percorso di uscita dalla violenza assicurando il necessario sostegno psicologico e legale.

Linea d’ombra si occupa di donne con disabilità che hanno subito violenza, ma anche di donne che sono diventate disabili a causa della violenza.

Confidiamo di ricevere più voti possibili per poter partecipare all’assegnazione dei fondi messi a disposizione da Unicredit. Come fundraiser mi chiedo se il pubblico di riferimento sia quello giusto. Il “target online” è un target giovane, estraneo alla cultura del dono, abituato a fruire velocemente, gratis e ogni giorno di tanti e svariati contenuti digitali. Insomma, non proprio il pubblico ideale.

Basta pensare alla campagna dell’associazione Famiglie Sma che ha puntato sul video girato con l’ausilio di un testimonial d’eccellenza: Checco Zalone. Il video, promosso sui social, ha conseguito più di 4 milioni di visualizzazioni, eppure ha portato ad una raccolta fondi da parte solo del 3% degli spettatori (250.000€). Questo probabilmente perché il mezzo di promozione scelto, Youtube, non ha colpito il target giusto, ossia i giovani, poco propensi a donare con l’sms.

Un testimonial forte contribuisce sicuramente ad un ottimo avvio della campagna ma, se l’obiettivo è quello della raccolta fondi e non della sensibilizzazione, ciò che conta è la forza del messaggio e la capacità di creare un legame autentico tra il potenziale donatore e la causa portata avanti dall’associazione.

Rimango fiduciosa che Differenza Donna Ong consegua i voti necessari per poter accedere all’assegnazione dei fondi. Perché in Italia una donna su 3 subisce una qualche forma di violenza, fisica, psicologica o economica. Perché i progetti della Onlus sono innovativi, efficaci ma soprattutto risolutivi, in grado di restituire veramente a migliaia di donne, bambine e bambini una vita dignitosa e libera dalla violenza.

Le donne accolte dai centri che gestiamo entrano sfiduciate in se stesse ed escono con un rinnovato coraggio di guardare al futuro.

Vota anche tu per la Dignità e il Coraggio.

Vota Differenza Donna Ong su ilMioDono.

 

Vanessa Doddi

PHI Foundation

Festival della comunicazione sociale 2016

Realizzare una comunicazione sociale efficace è fondamentale per trasmettere un messaggio o per la riuscita della propria campagna di raccolta fondi. Per questo motivo Pubblicità Progresso Fondazione per la comunicazione sociale ha deciso di dedicare al tema della comunicazione sociale un festival per approfondire il tema e discuterne con alcuni dei maggiori esperti del campo. Il festival si tiene a Milano dal 2 al 30 Novembre 2016 e vuole coinvolgere esperti del settore della comunicazione, imprese, enti no profit, amministrazioni locali, studenti e docenti e chiunque fosse interessato e sensibile al tema della comunicazione sociale.  Il festival si è aperto il 2 novembre con un incontro tutto dedicato alle migliori campagne sociali di tutto il mondo e proseguirà fino al 30 Novembre con un ricco programma e con incontri dedicati a temi specifici, alcuni riservati agli studenti universitari.

I temi trattati sono di grande attualità ed alcuni riguardano argomenti molto “caldi” nell’ambito no profit, come il rapporto tra associazionismo e aziende, marketing e pubblicità in ambito sociale e le regole che li riguardano, casi di successo da analizzare e da cui prendere spunto. Questo programma molto ricco, impreziosito dalla presenza di esperti, giornalisti e altri professionisti provenienti dal mondo universitario, del no profit e dell’impresa lo rendono un appuntamento unico, per chi volesse migliorare la propria strategia di comunicazione o costruirne una.

Il festival è un’ottima occasione per confrontarsi, crescere e discutere su queste tematiche, raccogliere stimoli, idee per migliorare e rendere più efficacie la strategia della propria comunicazione sociale della propria associazione o per trovare qualche nuova idea per comunicare la propria mission, realizzare una campagna o raccogliere fondi per un progetto specifico.

Se queste tematiche vi stuzzicano e vi interessano non esitate a partecipare.

 

Sara Quaglia

PHI Foundation

La Gazza

Come prevenire e contrastare la violenza sulle donne?

Una donna in difficoltà a chi può rivolgersi? Cosa può fare e a chi può chiedere aiuto? Per il bene di tutte le donne: leggete e divulgate per contrastare la violenza sulle donne.

L’organizzazione mondiale della sanità ha definito la violenza sulle donne “forse la più vergognosa e pervasiva violazione dei diritti umani“.

Dall’inizio dell’anno sono morte 58 donne, uccise da compagni, mariti, fidanzati che dicevano di amarle. Ma allora come si può prevenire e contrastare questo allarmante fenomeno? Io, donna, moglie e mamma, me lo chiedo sempre più spesso.

Una donna in difficoltà può rivolgersi al Telefono Rosa, contattare un centro antiviolenza, oppure, scaricare un App.

S.H.A.W è una App gratuita per aiutare le vittime di violenza a chiedere aiuto nella maniera più semplice e diretta possibile; questa App è disponibile in 12 lingue e scaricabile da App Store e Google Play Market collegandosi direttamente dal seguente mini sito appshaw, una volta scaricata è possibile inoltrare chiamate di emergenza diretta ai numeri 112 e 1522.

Violenza sulle donne

Il Telefono Rosa attivo tutti i giorni – 24 ore su 24 al numero 1522, può dare sostegno pratico alle donne vittime di stalking o informativo riguardante la legge 119/2013 sul femminicidio.

I centri antiviolenza presenti sul territorio nazionale sono completamente gratuiti e accessibili a tutte le donne, italiane e straniere. Potete trovare un elenco con le città sul sito vitadidonna.

Vi invito a condividere queste informazioni, anche attraverso Facebook, nella speranza che più donne possibili ne vengano a conoscenza perché potrebbe salvare la vita a qualcuna di loro, e a partecipare alla “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne” che si celebra il 25 novembre di ogni anno, con lo scopo di richiamare attenzione sul femminicidio.

Bene. Sappiamo a chi rivolgerci. Occorre però trovare il modo di debellare la cultura della violenza sulle donne, del dominio e della prevaricazione.

Manuela Mussa

Phi Foundation

L’ isola che c’è

L’ isola che C’è è un’associazione di volontariato nata nel 2001, su iniziativa di genitori di ragazzi disabili preoccupati di fornire ai propri figli un percorso di crescita che non si limitasse a quello scolastico e medico riabilitativo in un territorio che offriva, all’epoca, solo quello e poco altro di più.
L’associazione, infatti, è nata in una zona vicina a Roma che, in quanto grande città, presentava un’offerta più variegata ma obbligava i genitori a trasferte lunghe, estenuanti e impegnative dal punto di vista economico. Perché, dunque, non creare sul proprio territorio la stessa offerta? In tal modo, gli spostamenti si sarebbero ridotti e i ragazzi avrebbero avuto modo di radicarsi nel proprio ambiente di vita, fare amicizie e costruire reti…
Nacquero, così, i primi laboratori di musica, arte, cucina che occupavano i ragazzi nel post scuola; essi avevano il fine di stimolare la socializzazione, sostenere la famiglia e ridurre il rischio di emarginazione e istituzionalizzazione.

 

Altro fine che si proponeva L’ isola che C’è era quello di promuovere l’autonomia intesa come sinonimo di crescita, emancipazione, in un’accezione positiva, che si declinasse come capacità di fare delle scelte, attraverso la valorizzazione del gruppo, e nel rispetto dell’unicità della persona. Uno dei genitori mise, per tale fine, a disposizione una casa e qui si avviò, nel 2008, il progetto sperimentale denominato “Casa di Silvia” che vide coinvolti n. 11 ragazzi con disabilità cognitiva di grado lieve e medio. La Casa si delineava come un luogo funzionale ad educare la persona disabile all’autonomia personale e, con l’utilizzo di procedure finalizzate, a muoversi, a provvedere alla cura di sé, a mangiare, a comunicare, a relazionarsi e vivere nel proprio ambiente nel modo più autonomo possibile. Per circa tre anni la Casa si è retta con autotassazioni dei genitori e raccolte fondi, poi, la validità del progetto ha fatto sì che rientrasse nei Piani di Zona e ottenesse un finanziamento della Regione Lazio che al momento ha come scadenza giugno 2017.

Il nuovo progetto ha assunto il nome di “Autonomia e Libertà”, nome molto evocativo in quanto il lavoro che si fa è basato sulla convinzione che l’autonomia è libertà di fare delle scelte in rapporto a se stessi.

Il termine “autonomia”, infatti, deriva dalle parole greche “autòs”e “nòmos” e indica la capacita di darsi da sé (“autòs”) le regole (“nòmos”, norme, legge) che determinano le proprie scelte.
In questa accezione essa è da considerarsi condizione propria e fondamentale per ogni individuo in quanto tale.
Tutto il cammino educativo, che ogni persona è chiamata a compiere, deve avere come obbiettivo primario il raggiungimento della capacità di scelta e di autodeterminazione.
Date queste premesse, dunque, non è possibile negare ai disabili il diritto e il dovere di raggiungere la piena autonomia, pur trovandosi essi in una condizione di “svantaggio”.
 

 

Autonomia, per la persona disabile, significa poter scegliere con chi comunicare (non importa se con gli occhi, con le mani e/o qualsiasi altro ausilio), con quali indumenti vestirsi, quale programma televisivo o quale musica ascoltare, dove essere portati, magari provare l’ebbrezza di un fine settimana senza genitori…
Autonomia significa gesti e scelte anche piccolissime, ma dal grande significato, relative alla sfera dell’agire quotidiano, compiute da soli o con aiuto minimo di terzi. Autonomia significa anche aiutare altri disabili a compiere azioni, farsi aiutare a propria volta, creare un interscambio.
Il lavoro dell’Associazione evolve costantemente in relazione ai bisogni che emergono dai ragazzi. Le nuove sfide sono il pensare al “dopo di noi” e l’avvicinamento al mondo del lavoro per i ragazzi disabili…

è un’associazione di genitori e volontari che si occupa di problematiche dell’handicap e che ha sede nel comune di Monte Porzio Catone. Nell’associazione operano figure professionali, psicologi, educatori professionali, ecc.Il contributo che l’associazione si prefigge per un’area sociale così complessa e ampia, va dal sostegno alle famiglie alla promozione di iniziative atte all’integrazione e allo sviluppo dell’autonomia personale degli individui disabili.
Attualmente l’associazione opera sul territorio con uno sportello informativo relativo alle problematiche dell’handicap.
Se ti serve un aiuto o un suggerimento puoi trovare importanti informazioni e link utili per te o per il tuo familiare.

 
 

La vecchietta di Cotabambas

Valentina, ragazza italiana e medico specializzando in anestesia, sta vivendo un periodo di volontariato in Perù. Un giorno incontra una simpatica vecchietta magra e dal viso rugoso da sembrare una befanina peruviana, con la sua larga gonna scura, le maglie pesanti e, a coprire quel volto piccolino incorniciato da due lunghe trecce bianche un cappello da campesina.

Ha più di 80 anni e si è presentata di buon mattino aspettando fuori dalla scuola in cui i volontari si erano sistemati per fare le visite mediche. Valentina ancora frastornata dalla levataccia mattutina, e dalle realtà così intrise di umanità e di fascino, la vide entrare nella stanza accompagnata dall’infermiera interprete.

La signora inizia a piangere e spiega in “quechua” (lingua antica sudamericana) di avere un problema da tanto tempo: mostrò una tumefazione sotto l’ascella molto voluminosa e Valentina inizia a visitarla, ma comprende molto presto che purtroppo non c’è granchè da fare, se non mandarla a Cusco per accertamenti diagnostici ed eventuali cure. Potrebbe sembrare così semplice per noi, ma la vecchietta non si spostava dal paese, era sola e non voleva lasciare i suoi animali e il suo campo incustoditi. Si salutarono con rammarico e con un velo di tristezza.

Il giorno seguente, di buon mattino, tornò la vecchietta di Cotabambas, arzilla e sorridente, per consegnare a Valentina il suo dono di ringraziamento: Delle patate, che aveva raccolto proprio quel mattino. Valentina si commuove nel vedere il grande cuore di quella donna la ringrazia, si abbracciano e immortalarono il momento di gioia in una foto. Il problema di salute non era stato risolto, ma il modo di ringraziare della vecchietta fu davvero generoso!

La vita sta in questi piccoli gesti, nella gratitudine sincera, in un abbraccio, nella capacità di leggere negli incontri delle persone speciali, perché normali, ma proprio per questo uniche. Anche se non è stata trovata una soluzione al problema di quella donna, lei ha percepito che è stata accolta e voluta bene e con l’affetto ha ricambiato, donando quello che aveva: patate e un grande cuore.

APURIMAC ONLUS
è una Associazione nata nel 1992, riconosciuta Onlus nel 1998 e ONG (Organizzazione non Governativa) nel 2003. L’Associazione è nata con lo scopo di affiancare i missionari agostiniani italiani che, dal 1968, operano nella regione andina del Perù da cui ha preso il nome, l’Apurimac. Il suo lavoro è iniziato sulle Ande, a 4.000 metri di altezza, estendendosi poi alle città di Cusco e Lima. La regione dell’Apurimac è ancora oggi caratterizzata da un estremo isolamento geografico ed economico. La popolazione locale vive solo grazie ad un’economia di sussistenza, Tali disagi, insieme ad un alto tasso di analfabetismo e a precarie condizioni igienico-sanitarie, sono le principali piaghe che si è impegnata a “curare”. Dal 2003, con il riconoscimento di ONG da parte del Ministero degli Affari Esteri, è giunta fino in Africa. Dalla sua nascita realizza progetti di cooperazione, iniziative di tutela dei diritti umani, percorsi di educazione alla pace e promozione del volontariato.
DOVE OPERIAMO
Oggi, Apurimac Onlus, è attiva in 3 paesi principali. Italia: sensibilizza, forma volontari e opera in contesti di emergenza sociale; Perù: realizza progetti di sviluppo nei settori salute, formazione e identità; Nigeria: sostiene programmi di emergenza e di costruzione della pace. In Algeria e Kenya promuove lo sviluppo sociale e professionale della donna e dei giovani.

Luca Rubin
www.lucarubin.it

 
 

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